Il rimpatriato

L'Europa ammazza Tocai

di Franco Pantarelli

Io l'Europa l'amo molto. L'idea del continente nazione unica mi eccita. Ogni accelerata verso quella prospettiva (tipo nascita dell'euro) mi fa esultare. Ogni rallentamento (tipo il pessimo lavoro compiuto dagli estensori della Costituzione) mi fa arrabbiare. In genere, se si verifica una controversia fra Europa e Italia (cioè fra la Commissione Europea di Bruxelles e il governo di Roma) tendo a parteggiare per la prima. Ogni tanto la consapevolezza di quanto sia ancora lunga la strada da compiere mi scoraggia (farò in tempo a vedere quel giorno?), ma poi mi consolo con il fatto che in fondo i problemi recenti - l'insularità degli inglesi, le leccate di Berlusconi agli stivali texani di Bush, le demagogiche sparate dei gemelli polacchi Kaczynski - sono niente rispetto ai tanti secoli durante i quali lo sport preferito degli europei era quello di scannarsi fra di loro e che quella fase, nonostante tutto, è definitivamente tramontata.
Sono state rare le occasioni in cui l'Europa mi ha fatto arrabbiare (a parte la lentezza del processo unitario). Tanto rare che ne ricordo solo una: la volta in cui la Corte di Giustizia emise una sentenza in base alla quale non era (più) indispensabile che un prodotto contenesse del cacao per essere chiamato "cioccolato", perché quello fatto con altri grassi vegetali non presentava "sostanziali differenze". Da grande consumatore di cioccolato mi sentivo defraudato, insultato, preso in giro e la mia furia trovò un po' di pace solo dopo che: 1) avevo sentito alla tv alcuni produttori torinesi (inginocchiatevi: sono quelli che fanno la Gianduia!) commentare tranquillamente che a loro non importava nulla perché tanto "lo sapevano tutti" che il loro prodotto era il migliore al mondo; 2) avevo ammirato l'espediente escogitato dal ministro italiano dell'epoca, Francesco Alemanno di aggiungere l'aggettivo "puro" al cioccolato fatto con il cacao per distinguerlo da quello fatto con chissà che cosa.
Bene, stavolta sono di nuovo arrabbiato perché proprio l'altro giorno è arrivata a scadenza un'altra sentenza delle Corte di Giustizia europea: quella che impone all'Italia di non chiamare più il vino Tocai con il suo nome, per non confonderlo con il Tokaj ungherese. La sentenza ha una sua ragionevolezza: è giusto - dice - che i vini siano chiamati con il nome del territorio in cui vengono prodotti. E poiché il Tokaj ungherese si fa con un vitigno che cresce in una regione chiamata Tokajhegyalija (chissà come si pronuncerà), al Tocai italiano, che si produce in Friuli, non resta che chiamarsi Friulano.
Anche in questo caso c'è stato chi ha cercato l'espediente. Alcuni produttori hanno suggerito di mettere l'etichetta Friulano sulle bottiglie destinate all'estero (per non andare contro la legge europea) e l'etichetta Tocai su quelle destinate al mercato italiano. Dopotutto nella zona del Friuli in cui viene prodotto c'è un fiume chiamato Toccai. Ma se non ha funzionato il fatto che il Tocai italiano è "complesso e aromatico, con note di frutta fresca e mandorla, secco, mediamente acido, di buona struttura e persistenza", mentre il Tokaj ungherese è "un vino da meditazione, liquoroso, dolce e prezioso", figuriamoci se poteva funzionare la storia del doppio nome.
La mia rabbia, in verità, non è uguale a quella della chocolat story perché in fondo sono "l'unico italiano che non beve vino", come mi dicevano stupefatti e un po' severi i miei amici americani quando vivevo dalle vostre parti. Ma uno di loro, quell'Antonio Volpe Pasini, un friulano che se gli parlavo di acqua mi precisava con aria schifata che "quella roba lì serve solo per uso esterno" deve essere assolutamente furente. Quando ho visto la notizia della sentenza della Corte di Giustizia europea, il ricordo nostalgico che almeno una volta al giorno rivolgo agli Stati Uniti, aveva la sua faccia.