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ITALIA SOTTO ESAME/ Depresso, a chi?

di Ottorino Cappelli

Se non altro possiamo dire che noi, ad i-Italy, lo sapevamo già. Nel nostro primo numero, il 2 ottobre, avevamo pubblicato un'originale "inchiesta web" di Maria Rita Latto, che era andata a rovistare tra i blog degli American Expats. Maria Rita, che qui sotto continua la sua ricerca, aveva notato che il mito della Dolce Vita era in declino tra gli americani che vivono in Italia. Certo, c'è ancora qualche romantico entusiasta del fatto che nel Sud "si possono ancora trovare persone che viaggiano a cavallo dei muli" mentre invece il Nord è "troppo americanizzato"... Ma il tono generale era disappunto: la burocrazia, il governo che "fa il furbo e si aspetta che anche il resto della popolazione lo faccia", ma anche il cattivo gusto della TV (invasa di "giochi stupidi e donnine scollacciate"), la precaria morale sessuale dei giovani, e il sistema scolastico "che si occupa solo di rigurgitare fatti senza usare ragione, logica, pensiero critico o capacità artistiche".
Insomma, noi non siamo meravigliati dell'articolo di Fisher, almeno nella misura in cui rispecchia un sentimento piuttosto diffuso nella comunità degli americani in italia. Né ci meraviglia che la giornalista e scrittrice Judith Harris, una American Expat che vive a Roma da trent'anni, rincari oggi la dose. In un artcolo che inaugura la sua collaborazione free lance con i-Italy, Judy comincia con un invito a smussare gli angoli più polemici. Il contrattacco di Tiziana Letizietto in TV ("almeno gli italiani non vanno in giro a sparare a casaccio nei supermercati e nelle scuole...") è sopra le righe, secondo la commentatrice; ma altrettanto inutilmente polemico è chi non riconosce che la Francia e l'Inghilterra non stanno certo "messe meglio" dell'Italia, mentre l'Italia stessa non è una realtà omogenea: nel 2007 l'export delle regioni settentrionali italiane è cresciuto a ritmi strabilianti secondo l'Istat. E ciò nonostante, va riconosciuto che la corrispondenza di Fisher "dice l'ovvio", ciò che tutti in Italia sanno - e casomai c'è chiedersi perchè abbia suscitato tanto scalpore. Perché, ad esempio, gli italiani si offendono se un giornalista americano riporta, come fa Fisher, che la gerontocrazia italiana blocca le carriere e mortifica i talenti? "Un mio vecchio amico che è finalmente diventato professore universitario a ‘La Sapienza' - racconta la Harris - lo conferma in pieno: ‘Ho dovuto lottare tanto per arrivare qui, che ora non me ne importa più nulla di esserci arrivato'."
E gli "italoamericani" cosa ne pensano? Nella pagina affianco traduciamo da i-Italy l'opinione del Dean del Calandra Institute della CUNY, Anthony Tamburri, che denuncia appunto la deprimente situazione dell'università italiana, causa della famosa "fuga di cervelli". E sul nostro speciale on-line potete rileggere il commento di Stefano Vaccara, apparso su America Oggi del 14 dicembre, che attirava l'attenzione su un articolo meno famoso, ma a suo parere ben più "pericoloso" per l'immagine dell'Italia negli ambienti finanziari che contano, apparso pure il 13 dicembre sulla prima pagina del Wall Street Journal. E poi, ancora, lo spiritoso commento di un altro prestigioso commentatore di i-Italy, il sociologo Jerry Krase, che racconta di non essere rimasto per nulla colpito dalla prima lettura dell'articolo di Fisher... forse abituato dalla sua origine siciliana ad essere "italiano, cioè pessimista". E il giorno dopo è rimasto ancor più meravigliato della reazione piccata dei media italiani, e perfino divertito dalla sarcastica polemica di Vittorio Zucconi su La Repubblica. Fisher, secondo Krase - che è andato a spulciare tutto l'archivio dei suoi articoli sul New York Times -, non è niente male come corrispondente da Roma e non è affatto colpevole di aver diffuso una visione superficiale e stereotipata del Belpaese in America ... "almeno è meglio di quando un suo predecessore, Alessandra Stanley, sembrava ritenere che parlare del Vaticano equivaleva a parlare dell'Italia".
Ma una voce fuori dal coro c'è, ed altre ne cercheremo nei prossimi giorni e le troverete sul sito. Scandagliando la rete alla ricerca di dibattiti, discussioni e spigolature varie, ho trovato Robert Bair, uno studente di dottorato di Chicago che nel suo blog presenta un'opinione inattesa. Robert ha studiato a Bologna, ed ammette che i suoi stessi colleghi italiani, nel parlare del proprio paese, non potevano evitare di usare due parole con particolare frequenza: "cazzo e merda".
Epperò dice anche che, per quanti sforzi facciano gli italiani di sentirsi "unici nel loro malessere", non lo sono per nulla. Un americano che si appresta a terminare i suoi studi dottorali trova anzi il malessere dei suoi colleghi italiani piuttosto familiare: "si sente notevolmente più povero dei suoi coetanei", avverte che il mondo circostante lo vive come un "semplice elemento decorativo", e si sente anche lui - come dice Fisher - in uno stato di "protratta e improduttiva adolescenza", un'adolescenza che terminerà solo, se mai terminerà, in lontano giorno in cui sarà conquistata l'agognata "tenure" universitaria (o "posto fisso", più o meno).
Insomma, Robert ci fa riflettere. Com'è che tanti giovani cervelli italiani fuggono dalla terra della raccomandazione, come sottolinea su queste pagine Anthony Tamburri, convinti di raggiungere negli States l'Eden della Meritocrazia che li porterà al successo... mentre dei loro colleghi americani sono invece così ... depressi circa il loro futuro? Non è che in fondo in fondo, come dice Robert "Siamo tutti italiani?" Questa sì che sarebbe una conclusione deprimente...