Teatro

D'Ambrosi e il teatro della follia

di Michelina Zambella

Due letti d'ospedale, nel mezzo di una stanza nera e silenziosa, dove di lì a poco si scoprono i personaggi, che vengono fuori dalle bianche lenzuola. Attimi di suspence, fino a quando le urla stridenti di un "essere" che si agita, trascinandosi, sul pavimento aprono la scena dello spettacolo "I giorni di Antonio", che il Teatro La MaMa ospita dal 20 al 30 dicembre 2007. Scritto e diretto da Dario D'Ambrosi con Celeste Moratti, attrice italiana che recita nel ruolo di Antonio, e un cast americano nel ruolo di Giacomo, il dottore e l'infermiera, lo spettacolo si presta ad una rivisitazione dopo la sua prima apparizione proprio qui, negli Usa, nel 1981.

La storia purtroppo è vera e risale al 1916 a Veredo, vicino Milano.

Antonio è un bambino handicappato, nato con una gamba più corta dell'altra in una povera famiglia, che viene rinchiuso, praticamente nascosto, in un pollaio a razzolare insieme alla galline, con le quali cresce, identificando le sue funzioni e mansioni con quelle del re del pollaio: il gallo. Giunto all'età di 15 anni, comincia a sfogare i suoi naturali istinti sessuali con le galline stesse, ma quando verrà scoperto dai familiari a consumare un vero rapporto d'amore con una prostituta, viene rinchiuso in un manicomio. "I giorni di Antonio" inizia appunto nel momento in cui lo sfortunato giovane viene accolto nell'ospedale psichiatrico, dove egli naturalmente scopre la dura verità: di non essere un animale e allo stesso tempo di non potersi rifare una vita.

Tutto il racconto teatrale viene narrato con grande ironia e comicità, lasciando spazio a momenti toccanti di fronte alla pazzia di Giacomo, germofobico e schizofrenico, che si spaventa di fronte all'arrivo del suo nuovo coinquilino, Antonio. Sporco, sudicio, un uomo che si crede una gallina, beve dal catino di Giacomo perchè non è abituato ad usare le mani. L'attrice Celeste Moratti deve aver studiato bene le galline e il loro comportamento per riportarne in scena gli stessi suoni e movimenti. Storia di folli: i malati e non solo, anche quelli che li circondano. A partire dalla madre di Antonio che offre uno show, mostrando il disgraziato figlio, aprendo scommesse, per racimolare qualche spicciolo; fino al medico che si diverte a osservare i suoi pazienti nel mezzo della notte.

Giacomo alla fine si ammansisce: Antonio diventa il suo passsatempo dal momento che lo lava e cerca di aiutarlo a camminare. Antonio, che sembra apprezzare, ci prova ma alla fine non ce la fa. Muore, lì, in quella stanza del manicomio, dove alla follia di chi ci vive dentro va associata la disperazione di chi dall'esterno ne attende, con sollievo, la morte.

Una sola scena e pochi elementi a rappresentare, in tempi piuttosto lunghi e a volte stancanti, ridondanti, una storia che il regista-attore scopre nel 1979, dopo essersi rinchiuso volontariamente in manicomio. Scopriamo insieme chi è la mente di questo teatro patologico.

Dario D'Ambrosi, tifoso appassionato dell'Inter e del calcio, nonché calciatore egli stesso, subisce il fascino della follia, quella reale dei malati di mente con i quali - come un antropologo che, in ossequio alla tecnica dell'"osservazione partecipante", soggiorna a lungo con il gruppo tribale oggetto delle proprie ricerche - si fa internare, all'ospedale psichiatrico "Paolo Pini" di Milano. Viene da lì la particolare drammaturgia di D'Ambrosi, elaborazione personalissima di storie vere di malati di mente che negli anni a seguire daranno vita al suo teatro, cosiddetto "patologico" - una definizione felice e destinata a durare, coniata da quei primi critici (pochi) che si spingono fino allo spazio di via Ramazzini, nel centro di Roma, teatro sui generis dove Dario presenta i suoi lavori d'esordio, e dove tuttora opera.

La curiosità è forte e la domanda inevitabile: "Come ti viene l'idea di approcciarti ai pazzi, di farti rinchiudere per tre mesi in un manicomio?" Se la risposta più ovvia e scontata era il precedente di un caso di follia in famiglia, beh, ci siamo tutti sbagliati. Dario ammette: "Non ero folle, era semplicemente la curiosità di un 19enne che sperimenta, che vuole fare nuove esperienze e che si interessa di ciò che accadeva intorno". In che se senso, allora gli abbiamo chiesto. "Era il 1979- dice D'Ambrosi-  e apprendevo dai giornali che con la legge 180 si chiudevano i manicomi. Allora mi sono chiesto che fine avessero fatto tutti quei matti. È così che chiesi al mio amico psichiatra di farmi rinchiudere".

Continuo chiedendogli della sua esperienza come presunto pazzo e lui confessa: "È stata dura vedere come li trattavano e quei dosaggi standardizzati, che prescrivevano a tutti, indistintamente. Oggi invece si è capito che diverse sono le patologie e diversi i medicinali da somministrare".

Ne parla ancora molto preso, ma alla fine ci racconta che da quell'esperienza è nata l'idea di una storia che andava assolutamente raccontata e che gli ha dato la forza di osare laddove molti chiuderebbero semplicemente gli occhi, tacendo di fronte all'assenza di razionalità.                   

Parte allora sulla via oltreoceanica, dove avviene l'incontro e l'innamoramento di Dario con il palcoscenico. Si presenta ad Ellen Stewart, madrina del Cafè La Mama, top dell'off Broadway, con il monologo "Tutti non ci sono", che interpreta a porte chiuse e senza altri spettatori ché lei. Lo spettacolo resta in cartellone per mesi e D'Ambrosi diventa membro del Cafè La Mama, che da allora continua a frequentare con assiduità e dove dal 1989 dirige il festival di teatro "L'altra Italia". L'esperienza newyorkese definisce la biografia artistica di Dario, che fino ad oggi ha scritto, diretto e interpretato una ventina di lavori ospitati oltre che nelle maggiori città italiane, anche in quelle europee e nella stessa New York, che ancora una volta lo ha accolto, tra l'apprezzamento e le critiche di un pubblico di folli talvolta, senz'altro di nicchia, come lui stesso ammette.