A modo mio

Beati i pacifici

di Luigi Troiani

Furioso paese l'Italia, organizzatore di mille marce per la pace, fiero per organizzazioni come "Nessuno tocchi Caino", perdonista sino all'autolesionismo e buonista quanto altri mai. Anche in questo, parolaio e di scarsa memoria storica, tanto da non ricordare adeguatamente il centenario dell'unico premio Nobel alla pace di cui dispone, quello del dicembre 1907 a Ernesto Teodoro Moneta "per il suo impegno e la fondazione dell'Unione lombarda per la pace e l'arbitrato internazionale". Temi attualissimi: l'Unione potrebbe essere proposta ai lumbard di Bossi come causa non bellicosa, l'arbitrato universale alla nostra diplomazia in cerca di buone missioni.

      Ripercorrere la biografia del Nobel, aiuta a capire quanto sia difficile per l'uomo di pace confrontarsi con la questione della violenza. Di nobile lignaggio, il ragazzo Moneta fu attivo nei movimenti risorgimentali e antiaustriaci, e si fece le "cinque giornate" nel marzo 1848. Affascinato da Garibaldi, fu tra i Mille alla volta della Sicilia, nella divisione Medici. Sperimentata la dannazione della guerra, toccate con mano morte e sofferenza, optò per l'altra sua natura, quella pacifica, propagandone le ragioni attraverso il quotidiano "Il Secolo", che diresse dal 1869 al 1896. Scrisse, dopo Custoza: "La vista dei morti e dei feriti, e l'infelice esito di quella battaglia, non fecero che confermare, nel mio animo, la condanna delle guerre". Nel 1889 inaugurò a Roma il Primo congresso nazionale della pace. Nel 1898 aprì "La vita internazionale". Partecipò, l'anno dopo, alla "Prima Conferenza diplomatica dell'Aja", con un progetto mazziniano che fondava la lotta politica sul binomio istruzione e democrazia. Non gli furono risparmiate le contraddizioni della storia: si ritrovò con gli interventisti per la prima guerra contro la Turchia e aderì alle ragioni del Primo conflitto intercontinentale. Morì nel 1918 a Milano, dove era nato nel 1833.

      Merita riandare al testo ufficiale letto dal Nobel a Cristiana, Norvegia, nella cerimonia del premio. E' un riferimento tuttora valido nella polemica che oppone i "pacifici" che soffrono violenza e guerra come un male talvolta necessario alla pace, e i "pacifisti" impolitici e senza ideali. Moneta evoca i "coraggiosi avi" dei norvegesi, i "Vichinghi... che hanno stupito il mondo per l'ardimento delle loro imprese guerresche, quando la guerra era un onore". Si complimenta con il governo, "all'avanguardia del movimento pacifico mondiale", con il parlamento  che "per primo ha sostenuto ufficialmente l'idea dell'arbitrato universale", con il paese "promotore dei trattati d'arbitraggio tra Norvegia e piccoli stati...". Afferma: "Il pacifismo ... non cerca di distruggere le patrie... ma di costituirle... secondo la giustizia". E sottolinea che la libertà dei popoli "si conserva soltanto osservando la giustizia e con atti di virtù civile". Richiamando la storia delle nostre genti, Moneta lega l'antichità romana al legato del cristianesimo "che predicando l'eguaglianza e la fratellanza tra tutti gli uomini, fissa a Roma la sua sede principale" ... "si fa educatore dei barbari, oppone la legge cristiana dell'amore alla crudeltà dei tempi". Tratteggia la continuità culturale e giuridica tra l'arbitrato universale da lui propugnato e il magistero civile esercitato dai "migliori e più grandi pontefici nei primi secoli del Medioevo, censori in quel tempo dell'ingiustizia e della corruzione dei grandi, e difensori della libertà dei popoli". Si spende in favore della Confederazione europea, citando Garibaldi e il suo desiderio di pace tra i popoli del continente.

      A Moneta, Milano dedicò un monumento, che il fascismo mise in magazzino ed è oggi nei giardini pubblici in zona Porta Venezia. La Villa Nobel di Sanremo gli sta dedicando una mostra.