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Le strane colpe di Contrada

di Giulio Ambrosetti

Forse la cosa più giusta sulla condanna di Bruno Contrada per mafia l'ha detta Maria Leotta, moglie di Boris Giuliano, il capo della squadra mobile di Palermo ammazzato dai mafiosi nel 1979: "Invidio le persone che vivono di certezze assolute". La signora Giuliano è una delle tante persone che, chiamate a testimoniare al processo che lo Stato italiano ha intentato contro Contrada, non ha esitato a manifestare dubbi sulla colpevolezza del superpoliziotto. Anche oggi che Contrada vive da condannato, con sentenza passata in giudicato in via definitiva nel terzo grado di giudizio della Cassazione, la moglie di Boris Giuliano non cambia opinione: "Non mi arrogo il diritto di discutere i comportamenti dei magistrati - ha detto dalle colonne del Corriere della Sera - . Non contesto una sentenza passata in giudicato. Ma al dibattimento non ho visto prove schiaccianti. Tutte ipotesi e dichiarazioni dei pentiti".

Come spesso accade, non è facile raccontare ai lettori americani quello che succede in Italia. L'unica cosa che si può affermare con certezza è che, negli Stati Uniti, questo processo penale non sarebbe mai stato celebrato. E, con molta probabilità, non sarebbe mai stato celebrato in tanti altri Paesi del mondo. E il motivo di ciò è semplice: perché solo in Italia si possono mandare sotto processo gli 007. Contrada, al di là del giri di parole, era al vertice dei servizi segreti civili del suo Paese. Ed era lì per combattere la mafia. Viveva a contatto con i mafiosi. Li incontrava. Parlava con loro. Li utilizzava per avere notizie su altri mafiosi (e forse veniva da loro utilizzato, ma questo è inevitabile quando si fa intelligence). Un mestieraccio, insomma.

A un certo punto lo Stato per il quale ha lavorato per oltre trent'anni ha cominciato a sospettare che Contrada facesse il doppio gioco. Dicevano che era lo spione che consentiva ai mafiosi di sfuggire ai blitz delle forze dell'ordine. Accuse infamanti, per un servitore dello Stato. Nel dicembre del 1992 lo hanno arrestato e rinchiuso in carcere per tre anni. E lo hanno processato. Il processo - come succede in Italia - è durato quasi tredici anni. Con la solita altalena di assoluzioni e di condanne. E, come già accennato, l'ultima parola pronunciata dai giudici lo ha dichiarato colpevole. Lui, da parte sua, si è sempre dichiarato innocente.

Oggi Contrada è rinchiuso nel carcere militare di Santa Maria di Capua Vetere, in Campania. Sta male. I familiari temono che possa morire. Così hanno chiesto la grazia al capo dello Stato, Giorgio Napoletano. E si è scatenata la bagarre. Tanti esponenti del centrosinistra (non tutti, sia chiaro) sono contrari alla grazia. Il centrodestra, al contrario, è compatto per il "sì" alla liberazione di Contrada. Superfluo aggiungere che l'eventuale grazia concessa dal presidente della Repubblica non eliminerebbe il reato. Contrada, anche se graziato, resterebbe ‘marchiato': continuerebbe ad essere un servitore dello Stato che ha tradito. E questo al superpoliziotto non va proprio giù, perché lui chiede la revisione del processo. Contrada, infatti, vorrebbe restituito l'onore che gli è stato tolto.

La vicenda è dolorosa e controversa. Già è discutibile mandare sotto processo un uomo dei servizi segreti civili. Ed è discutibile pure la sentenza. Perché una sentenza di condanna per mafia andrebbe inflitta solo se la responsabilità di un imputato emerge "oltre ogni ragionevole dubbio". Nella vicenda Contrada, al contrario, l'unica certezza che emerge è proprio il dubbio. Che diventa sinistro se si pensa che alcuni dei pentiti che lo accusano (e che lo hanno fatto condannare) sono stati, nel passato, perseguitati dallo stesso superpoliziotto. Del resto, il fatto che diversi collegi della magistratura giudicante, a turno, abbiano dichiarato Contrada ora innocente e ora colpevole, dimostra che tutta questa vicenda rimane avvolta nel dubbio.

Su Contrada hanno sempre pesato alcuni pregiudizi. Intanto, quel suo modo di fare un po' troppo spigliato: cravatta sempre slacciata, modi bruschi, sigarette a tempesta. Il tutto con il contorno di belle donne e automobili sportive. E anche qualche vezzo che, nella Palermo negli anni ‘70 e '80, faceva ‘tendenza': per esempio, l'iscrizione nell'Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro, un consesso dove l'alta borghesia e la ‘presunta' nobiltà di Palermo si davano appuntamento per darsi un contegno. Nulla di serio, in fondo. A parte la figura del Gran Cerimoniere del Santo Sepolcro, ruolo che, all'epoca, era ricoperto dal conte Arturo Cassina, in quegli anni chiacchierato ‘re' degli appalti pubblici di Palermo. Basta questo per dipingere a tinte fosche un uomo?

Un altro pregiudizio era (ed è ancora) l'esistenza in vita dello stesso Contrada. Tranquilli: non è un gioco di parole presocratico, ma una considerazione assai stringente: la mafia ha ammazzato fior di grandi poliziotti, e cioè il già citato Boris Giuliano, Beppe Montana, Ninni Cassarà e Natale Mondo e ha lasciato vivo Contrada. Perché? Il discorso è un po' folle, perché non si dovrebbe rimproverare a un uomo di non essere stato ammazzato. Ma nella terra di Pirandello, si sa, la ‘corda pazza' è sempre stata molto gettonata, soprattutto in materia di giustizia.

"Il sospetto è l'anticamera della verità", sentenziò un giorno un gesuita siciliano che non poteva essere certo definito un esempio di tolleranza. Un ‘ragionamento senza ragione' che in Sicilia, per anni, ha trovato troppi uomini e troppe donne d'accordo nel propugnarlo.

E allora? Non resta che fare appello alla vera ragione. E ragionando, beh, alla fine non sembra avere torto il siciliano Emanuele Macaluso, vecchio e (oggi) saggio leader del pianeta socialista italiano quando afferma: "In quegli anni, a Palermo, i funzionari della Polizia si sporcavano le mani in nome delle mani pulite". Lui, Contrada, giura di non essersi mai sporcato le mani. Vero? Falso? Vattelapesca.

Chissà, forse gli inquirenti sono convinti che Contrada sa molto di più di quanto ha detto. Magari, se qualcosa ha fatto, lo ha fatto eseguendo ordini ‘superiori'. Ma chiedere conto e ragione di ciò a un uomo dei servizi segreti non è un po' un controsenso? Può un servitore dello Stato raccontare ciò che di non edificante ha fatto per conto dello Stato? Volando su un'iperbole, e dando per buone le convinzioni della Giustizia che lo ha condannato, si potrebbe affermare che non è stato Contrada a tradire lo Stato ma, semmai, è lo Stato italiano che, attraverso Contrada, ha tradito se stesso. Ma questo è un teorema indimostrabile. Così, processando e condannando Contrada, lo Stato italiano autoassolve se stesso. E poi, diciamolo pure, la condanna di questo superpoliziotto è, in fondo, una delle poche che giustifica una lunga e tormentata stagione giudiziaria che si è conclusa con troppe assoluzioni, da Andreotti al giudice Corrado Carnevale, solo per citare due esempi. Condannando Contrada, Machiavelli alla mano, si giustificano tanti altri processi - in bilico tra mafia e politica - forse un po' troppo temerari. Ma questa è un'altra storia.