Musica

Sempre Big Luciano

di Franco Borrelli

"Gliel'ho già detto, non da quel lato. Mi riprenda, prego, solo dalla mia sinistra". L'unico vezzo da artista-divo che Luciano Pavarotti si concesse, durante una nostra intervista nella primavera del '99, un rimbrotto sorridente che il tenore fece a Simona Aru che lo fotografava durante l'incontro. La bonarietà del rimprovero era confermata dai suoi occhioni vividi e attenti e da una sincerità di base che non gli faceva difetto nemmeno nei "rimproveri".

Ricordarne qualche tratto, di quel pomeriggio all'Hampshire House ov'era (ed è) il suo maxi-appartamento newyorkese prospiciente Central Park, è un'occasione che, a poco più di tre mesi dalla sua comunque immatura scomparsa, ci viene offerta dalla Decca (gruppo Universal Classics), che con lui ha praticamente perso la punta di diamante della sua industria discografica. Vengono, così, a mente particolari che allora sembrarono non importanti; soprattutto per via delle polemiche e dei veleni su di lui e sul suo carattere gettati in queste ultime settimane da media e presunti amici. L'impressione è che fosse un bambino, ma in senso assai positivo, assai contento di quel che riusciva meravigliosamente a fare e, ovviamente, delle infinite e continue attenzioni che circondavano la sua attività d'artista e la sua vita privata.

A "scortarmi" nel suo appartamento furono George Martynuk, che per la H.H. Breslin Inc. (la compagnia manageriale che al di qua dell'Atlantico curava gli interessi del tenore) aveva organizzato l'appuntamento, e lo stesso Herbert Breslin. Mi sembrò strano, comunque, che fossero addirittura in due ad attendermi nella hall dell'Hampshire, ed entrambi, una volta nell'appartamento di Big Luciano, se ne stettero poi a sentire quel che fra noi si dicesse, in piedi dietro le mie spalle, appena di là dalla porta aperta sul corridoio; quasi si volesse impedire che accadesse qualcosa di spiacevole, che sfuggisse al loro controllo. E l'impressione negativa circa questa forma di "presenza" venne confermata in ascensore, a intervista conclusa. "Di che avete parlato", mi venne chiesto in modo quasi inquisitivo. "Perché?", risposi istintivamente - il colloquio era stato, ovviamente, in italiano e i due con la nostra lingua non avevano affatto buona dimestichezza. "Perché non l'abbiamo mai visto così sorridente e rilassato durante un'intervista", mi dissero. Restai nel vago; come far capire loro, in due minuti, che in Pavarotti più che l'artista avevo cercato l'uomo? Non avrebbero, businessmen com'erano, certamente capito.

L'incontro con Big Luciano avvenne già nel corridoio; non s'era fatto aspettare nemmeno un minuto; giunse accompagnato dalla fida truccatrice che, durante il gioco delle domande e delle risposte, di tanto in tanto gli ritoccava con la matita-spazzoletta, il folto nero delle ciglia e qualche capello in disordine sulla fronte ampia e luminosa.

Parlammo, come qualcuno dei nostri lettori forse ricorderà, di tantissime cose, sempre, tuttavia, privilegiando gli aspetti dell'anima più che quelli della star lirica qual egli era ed è. Allora c'erano fuochi di guerra nei Balcani e qualcuno temeva si stesse alla vigilia di un nuovo più largo conflitto; il discorso finì sui bimbi della Bosnia, del Kosovo, e le sue parole erano piene di commozione, pronto com'era sempre alla solidarietà e all'aiuto (per questo fine, e ne era molto orgoglioso, vennero istituiti i concerti modenesi annuali "Pavarotti & Friends"). Sapeva di essere un privilegiato. "Sono uno che è stato baciato e protetto da Dio", e non si tirava indietro quando poteva dare una mano. Si parlò, ovvio, anche di lirica, e non mancarono frecciate, ma alla buona e senza invidia, per le fortune di cantanti troppo in fretta sulla cresta dell'onda e osannati da impresari, pubblico e media "spesso senza troppi meriti - affermò -; occorrerebbe infatti - confessò - che cantassero a tali livelli per una decina d'anni almeno prima di poterli consacrare all'Olimpo della lirica". E i fatti gli danno ragione, molti compaiono e splendono come fossero stelle brillanti, ma poi scompaiono e non si parla più di loro, apparenze da meteoriti che improvvise squarciano di luce il cielo notturno e poi si perdono nel nulla.

Il suo cruccio era quello di non essere pittore, anche se con i pennelli amava assai dilettarsi. "La pittura è una forma d'arte molto più tua che non il canto, perché ti permette di seguire i tuoi istinti, di esprimere quel che senti nel profondo del tuo intimo...". E semplice, "naïf" come gli piaceva descriversi, lo era; era cosa che potevi davvero toccare con mano. Giusto, quindi, il suo paragone col Nemorino donizettiano, un sempliciotto contadino senza furbizia e desideroso di compagnia e d'amore al quale soleva paragonarsi. Che fosse "controllato", come i cattivi sostengono, in Italia dall'entourage che faceva capo alla prima moglie e qui in America dalla Breslin Inc., è difficile ad affermarsi, anche se i segnali non mancavano. Ma lui, l'uomo Pavarotti restava in fondo un semplice. "L'innocenza, anche per un artista, è la più grande e bella dote".

Che fosse e sia ancora il tenore più idolatrato del secolo è fin troppo facile osservazione. Il suo viso solare, il largo sorriso e le braccia aperte quasi ad accogliere tutto il mondo non solo sono un "trademark" che ci mancherà, ma l'espressione immediata e sincera di un'affabilità e di una disponibilità che erano parte importante del suo essere uomo. E le due cose, la sua persona e il suo canto, coincidevano alla perfezione. Il suo timbro vocale unicissimo è immediatamente riconoscibile, da chiunque, tanto che non è un azzardo affermare che la sua sia da considerare, semplicemente, la "voce del secolo". Abbiamo avuto sì nel '900, ed abbiamo oggi, artisti di notevole levatura e di grandi capacità tecniche, ma i suoi tratti sono e resteranno inconfondibili.

Il miglior omaggio che gli si possa fare è quello di ricordarlo per la sua innata bontà e per quella sua incantevole e dolce liricità di toni. Bene, quindi, fa la Decca a riproporne, anche se per fini commerciali soprattutto, in concomitanza con le festività natalizie, la sua incredibile ed innumerevole produzione. C'è praticamente di tutto, dagli amati Puccini e Verdi alle concessioni al pop e alla canzone leggera. Una bella canzone o un'aria bella sono soltanto, perciò, "belle", senza alcuna differenza fra loro, di qualità o di struttura; come hanno affermato un po' tutti i grandi, con convinzione non certo per convenienza, ed è cosa che si può provare, ad esempio, ascoltandolo in "Core 'ngrato", "O sole mio", "Caruso", "My Way", etc., oppure in "Celeste Aida", "E lucevan le stelle", "Una furtiva lacrima", "Che gelida manina", "Nessun dorma" o "Vesti la giubba".

Sarebbe troppo lungo, qui, enumerare le sue incisioni e le decine di dischi e video che la Decca ha immesso e immetterà nuovamente sul mercato. Ne segnaliamo, per la cronaca, almeno tre, rappresentative della sua arte incantevole: «Pavarotti Sings Tenor Arias» (originariamente del 1971), «Pavarotti - The World's Favourite Tenor Arias» (1971-1974) e «Pavarotti - Verismo Arias» (del '79); tutte, ovviamente, "rimasterizzate" e ripulite così dall'inevitabile polvere del tempo che non ne cancellerà mai, tuttavia, la bellezza tonale e la dolcezza del fraseggio. Una sintesi mirabile del tutto è l'accoppiata, Dvd-doppio Cd, di «Pavarotti Forever»: nel video c'è il fior fiore delle sue tantissime visite ai parchi di tutto il mondo (Hyde Park a Londra, Terme di Caracalla a Roma, Central Park a Manhattan, etc.) o nei recital tenuti nell'88 al Met, nel '91 al Valli di Reggio Emilia, nel '95 alla Royal Albert Hall di Londra), e non vi sono nemmeno trascurati i tantissimi duetti con Zucchero, Eros Ramazzotti, Giorgia, Laura Pausini, Liza Minnelli, Frank Sinatra, Andrea Bocelli, Mariah Carey e altre star pop d'assoluta grandezza mondiale che sarebbe qui troppo lungo enumerare, al modenese "Pavarotti & Friends" o in altri concerti speciali. Il doppio Cd, invece, dà, semplicemente, il meglio delle letture liriche dalle opere che più gli sono state care ("Turandot", "Bohème", "Pagliacci", "Manon", etc.) e dalle canzoni che lo hanno consacrato anche sull'altare del folk-pop "classico", con la tradizione napoletana su tutto (anche se il suo napoletano lasciava, per la verità, un po' a desiderare).

Qualche maligno diceva (e dice) che non conoscesse la musica. Ma con una voce così e con un cantare che più bello non si può, che senso ha parlarne? "Quanti di noi - ha detto il soprano Mirella Freni, che con lui ha diviso il latte iniziale e i successi in scena - conoscono veramente la musica? Pochi, davvero pochi. E' una miseria, perciò, il solo pensarlo". E come darle torto? Il miglior tributo che a Big Luciano si possa perciò fare, ora e negli anni a venire, è riascoltarlo nel suo canto e nel ricordare, in silenzio, quante corde del nostro cuore e della nostra anima egli sia riuscito (e riesca ancora) a far vibrare.