SPECIALE/L'ITALIA DEI PACIFISTI. Vicenza, viaggio nella protesta

di Valentina Soluri

Non è semplice accattivarsi la fiducia dei vicentini, in una giornata dal termometro vicino allo zero, per raccogliere le loro reazioni di fronte alla corposa manifestazione nazionale che sabato 15 dicembre ha percorso le vie della città per protestare contro la costruzione di una nuova base militare statunitense all'intero dell'aeroporto Dal Molin. 80.000 persone secondo gli organizzatori, cifra non confermata dalle forze dell'ordine che ammettono però una presenza di 30.000 manifestanti; la base, secondo quanto concordato dalle autorità italiane e americane, andrebbe ad ampliare la presenza delle infrastrutture belliche USA, già insediate nel territorio circostante. Divisa tra il comune sentimento di riconoscenza per il volume dei commerci e la ricchezza portati dalle attività militari USA nell'hinterland del comune veneto, e un'altrettanta condivisa preoccupazione riguardo alle conseguenze che potrebbe avere una maggiore collaborazione all'apparato bellico americano, la popolazione vicentina sembra ancora più restia a parlare quando sa di essere intervistata da un giornale pubblicato a New York.

Alla manifestazione ci sono un po' tutti quelli che un intervistato, pensionato sessantasettenne di Vicenza, definisce "professionisti della protesta": dai movimenti a sostegno della Palestina a Emergency, alla Federazione Anarchica Italiana a Ya Basta!, dal presbitero atipico Don Gallo al premio nobel Dario Fo, ma anche associazioni sorte appositamente contro quella che da molti viene percepita come un'invasione americana, come il nucleo di Quinto Vicentino. "Di locali, qui, ce ne sono ben pochi, saranno un dieci per cento, ho l'impressione piuttosto che in tanti siano strumentalizzati", descrive ancora l'uomo, che così esprime il suo parere sulla base: "è un discorso molto complesso. Gli americani hanno sbagliato negli ultimi anni, anche in Iraq hanno sbagliato, ma la gente non si ricorda più come ci abbiano salvati dalla miseria. Se la base sarà effettivamente operativa nei termini in cui è stata descritta, può anche andare; certo è un'altra cosa, se come si sente dire hanno intenzione di conservare qui armi nucleari o batteriologiche". Di avviso completamente opposto un residente di Basso Vicentino, che racconta: "combatto l'imperialismo americano dal dopoguerra. Noi, il 25 Aprile, non siamo stati liberati, abbiamo solo cambiato padrone. L'Italia dovrebbe diventare uno stato libero e sovrano sul proprio territorio, non costretto ad ospitare una base a un passo da Vicenza, che è stata dichiarata dall'Unesco patrimonio dell'umanità. Tra l'altro la popolazione qui è molto cattolica e non si capisce come potremmo desiderare uno strumento militare proprio sotto la Madonna di Monte Berico". "Il mio timore è che il maggior traffico di merci intasi la viabilità della città, e anche che l'aeroporto finisca per essere usato a scopi militari e non civili", dice una signora che osserva la manifestazione in attesa dell'apertura di un negozio, intervistata su quelli che ritiene essere i maggiori rischi legati all'ampliamento della base dopo aver espresso il suo sostegno all'iniziativa popolare. "Lei se la ricorda la strage del Cermis?", mi chiede infine qualcun altro, mentre in molti osservano sospettosi e infastiditi gli elicotteri che sorvolano il corteo.

Presente alla manifestazione il giornalista ed europarlamentare Giulietto Chiesa, che alle domande di America Oggi così risponde: "Siamo ancora in tempo per fermare questa decisione, che non è ancora definitiva, ed è giusto continuare a insistere, visto che il movimento sta diventando maturo ed il sostegno è ampio. Sarebbe anche importante non schiacciare la protesta nel solo ambito della manifestazione vicentina e proporre invece un discorso più vasto. Le basi militari sono strumenti bellici, per una serie di guerre da cui né l'Italia né l'Europa hanno niente da guadagnare. Non è il terrorismo o l'islamismo la maggiore minaccia per l'Occidente: le vere sfide consistono nella situazione energetica, nel cambiamento climatico e nello sviluppo insano, nello stallo finanziario. E' necessario cambiare gli equilibri ecosociali, e distribuire diversamente la ricchezza. Queste sono le vere sfide".