A modo mio

L'oblò della libertà

di Luigi Troiani

In una potenziale classifica delle invenzioni del Novecento a maggiore impatto sociale, non sfigura la celebrazione della lavatrice, il cui primo modello automatico si presentò in Italia giusto cinquant'anni fa. Senza quel parallelepipedo di latta elettrificato, non avremmo avuto il femminismo con le donne liberate in strada e al lavoro, la possibilità del maschio di vivere da single, famiglie con orari più flessibili per le relazioni personali e il tempo libero.

E' grazie alla lavatrice se l'immigrazione clandestina non ha raggiunto dimensioni epocali, e se il conto in lavanderia/tintoria non raggiunge livelli astronomici. E' sempre grazie alla lavatrice che le mani di massaie e massai non sono scorticate da detersivi e geloni, e le schiene non più piegate dalle cataste di panni ruvidi da portare al ruscello, o alla fontana pubblica, come accadeva alle nonne ed ancora a qualcuna delle più anziane nostre mamme. La liberazione della donna (e dell'uomo), la reciproca autonomia materiale e intellettuale esiste e prospera grazie all'invenzione della lavatrice. Senza di essa, nulla di ciò sarebbe mai stato neppure concepibile. Checché Marx abbia scritto sull'emancipazione delle masse e sulla liberazione dal bisogno, queste si sono in realtà potute realizzare solo dove la lavatrice ha instaurato il suo regno. Per questo si può stare con quel buontempone del sindaco di Moiola, nel cuneese, quando dichiara che, dovendo glorificare la creatività salvifica del Novecento, dopo aver pensato di innalzare un monumento alla pillola (e al pillolo...) ha poi optato per il monumento alla lavatrice.

La Chiesa, che borbotta su tutto, stavolta non dovrebbe avere nulla in contrario, dato che sa bene che all'origine di tanto parallelepipedo benefico c'è l'opera di un pio teologo, Jacob Christian Schäffern da Ratisbona, Germania, che nel 1767 (notare quanti 7 tornano nella vicenda della sapiente macchinetta; e nella numerologia il 7 sta per simpatia, irrequietezza e utilità!) mise su una tal "macchina per lavare", con una primordiale centrifuga manuale. Ma è al Novecento che appartiene la storia dell'evoluzione della lavatrice. Si comincia nel 1907, con una versione automatica ed elettrica della vecchia tinozza di legno, sviluppata con l'incorporazione di una croce rotante. Nel 1929, mentre in America salta il banco a Wall Street e a Roma Mussolini firma i patti Lateranensi, a Gütersloh, Germania (si noti il secondo ricorso della nostra storia), Carl Miele e Reinhard Zinkann mettono in produzione le "macchine da lavare". Nel 1954 è sviluppata la Bi-Matic, prima semiautomatica con centrifuga, trisavola delle moderne lavatrici, dotate di porte Usb o dispositivi Wi-Fi, attivabili a distanza, che arrivano a riconoscere le impronte digitali di uomo e donna così da saper gestire la turnazione di genere degli impegni in casa.

Tanta la strada di un elettrodomestico, oggi in ogni casa italiana, ma che alla metà degli anni '50 risultava assente dal 97% delle famiglie. La diffusione e la popolarità hanno il rovescio della medaglia nell'inquinamento derivato dai rottami e dai liquami tossici che le sante macchine residuano. Da qui l'idea geniale dell'ungherese Levente Szabo, che ha vinto il premio per la migliore ecoinvenzione dell'anno: è stata realizzata in Svezia una lavatrice che in luogo di detersivi chimici usa gusci dei semi di noci (Sapindus mukorossi) già apprezzati per i lavaggi in India e Nepal. La E-Wash, questo il nome del mezzo, risulterà più piccola e compatta ma avrà pari capacità di carico delle concorrenti tradizionali. L'oblò che mezzo secolo fa si spalancò sull'autonomia del femminile, si apre su altre prospettive.