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DOCUMENTARI. Hollywood vista dai "Wiseguys"

di Michelina Zambella

"Hahahahah". È con una risata generale che si apre la proiezione del documentario diretto da Turturro, quando compare in caratteri cubitali lo sponsor "Francesco Rinaldi Pasta Sauces", tra i principali finanziatori del progetto accanto alla NIAF (National Italian American Foundation). Nonostante il freddo, amici, attori, familiari e stampa hanno affollato il Museum of the Moving Image al Queens, domenica 16 dicembre, per assistere alla prima mondiale di "Beyond Wiseguys: Italian Americans and the Movies", seguita dal dibattito con John Turturro e Roseanne De Luca Braun, produttori esecutivi, e Steve Fishler di Pacific Street Film, co-produttore, accolti calorosamente dal pubblico.

Il documentario è un percorso attraverso la vita e i film di tante star del cinema americano legate tra loro da un unico ed indelebile denominatore comune: l'origine italiana. Una ricchissima raccolta di interviste esclusive e materiali d'archivio che, in 57 minuti, porta alla luce un'affascinante quanto inedita foto di gruppo di attori ma non solo, dove compaiono John Turturro, Isabella Rossellini, Susan Sarandon, Martin Scorsese, Chazz Palminteri, Ben Gazzara, Marisa Tomei, Richard La Gravenese, Michael Imperioli, Nancy Savoca, Santo Loquasto, Fred L.Gradaphè e tanti altri.

"Due anni di studio e cinque di produzione, alla ricerca di attori italo-americani disposti a raccontarsi. Abbiamo riscontrato grandi difficoltà nel contattare le star di Los Angeles, decisamente intente a nascondere le loro origini italiane che, al contrario, le star newyorkesi hanno messo in risalto" - ha affermato la Braun.

Il nuovo documentario, che sarà nel 2008 anche trasmesso sul canale PBS, racconta in modo divertente e provocatorio la storia degli Italo-americani, che trascendono gli stereotipi per affermarsi come forza creativa nell'industria cinematografica, facendo leva proprio sulla loro italianità. Sarebbe questo il motivo che ha spinto John Turturro ad abbracciare questo progetto perchè- come lui stesso dice al dibattito- "quando si scrive, si recita, viene a galla tutto il tuo background e il modo e l'ambiente in cui si cresce inevitabilmente influenzano la tua azione, sia sotto l'aspetto personale che professionale. Porti il tuo background in ciò che fai, lo rendi arte, e il film parla proprio di questo". Quali forze sociali e culturali hanno guidato gli italo-americani nell'industria cinematografica e quale prezzo hanno dovuto pagare per arrivare ad avere successo in quel mondo, è quanto il documentario ci racconta attraverso passaggi netti, immagini chiare, con riprese in luoghi comuni ma comunque suggestivi, di cui vi proponiamo solo un assaggio con alcune scene che hanno divertito il pubblico in sala.

A cena con Paul Borghese: racconta di un provino in cui gli viene chiesto di recitare con un accento italiano, che però lui non ha. Così, improvvisandosi siciliano, gli dice "Vuoi che parli così o colì, vuoi che parli come un Moron (uno stupido), cosa vuoi?". L'attrice Susan Saradon: "Non avevo alcuna percezione della mia italianità fino a quando sono andata in Italia, quando mi sono sentita letteralmente a casa". Ancora. L'attore Chazz Palminteri, arrivato a Los Angeles, cerca casa: "L'agente immobiliare era cortese e quando mi chiese di dove fossi le rispondo Americano. Lei continua chiedendomi se fossi ispanico, al che le dico di essere italiano. La donna, immediatamente, mi dice che non ci sono più case. La delusione è forte quando capisco che forse la mia italianità l'aveva turbata". Turturro, intervistato lungo tutto il documentario, rivela come l'etnicità consenta agli italo-americani di avere certi ruoli e non altri: "Oltre a quello del gangster- dice- l'indiano d'America, per via del colore della pelle o dei caratteri somatici". A Ben Gazzarra, così come a tanti altri, suggeriscono di cambiare cognome per avere maggiori possibilità di successo nel mondo cinematografico, al che lui dice: "Qualora avessi cambiato cognome e mio padre fosse stato ancora vivo, mi avrebbe ucciso".

Ma quale è dunque oggi lo status dei cittadini Usa di origine italiana e quali sono le prospettive di persistenza della loro etnicità italo-americana?

Nell'immaginario americano, gli immigrati italiani grezzi e volgari  sono stati rimpiazzati dagli italiani moderni, alla moda e sofisticati. Il sociologo Richard Alba della Suny Albany ha coniato l'espressione «crepuscolo dell'etnicità» per descrivere la condizione di assimilazione nella quale ora gli italo-americani si trovano. Ci sono volute diverse generazioni, ma, alla fine, questi sembrano aver raggiunto la "Terra Promessa".

In anni recenti, il programma televisivo americano più popolare è stato "The Sopranos", serial televisivo pluripremiato con protagonista una famiglia criminale italo-americana, che se da un lato ha attratto fedeli spettatori, dall'altro lato, ha sollevato le indignate proteste delle associazioni italo-americane, dal momento che si continua a rintracciare nel crimine il tratto distintivo dell'esperienza italiana negli Usa. Ma chi è il gangster? Prova a darci una risposta il Prof. Fred Gardaphè, anch'egli intervistato nel documentario e presente alla serata al Museum of the Moving Image, col suo libro From Wiseguys to Wise Men. The Gangster and the Italian American Masculinity (Routledge, 2006).

Nella Hollywood classica "pre-Padrino" la figura del gangster fu la pietra di paragone ufficialmente negativa, simbolo della cultura straniera e corrotta in opposizione a quella americana. Ma già qui il personaggio del gangster -vero e filmico- si differenziava dai criminali comuni per una sorta di stile che gli permetteva di commettere "i propri delitti con spacconeria, oltrepassando spudoratamente i confini tra bene e male, giusto e sbagliato, ricco e povero (...) gli americani si invaghivano del gangster, un uomo dalle umili origini che ostentava vestiti eleganti e automobili di lusso, sfidando le frontiere che separano le classi sociali" scrive Gardaphé ripetendo gli stessi concetti anche nel documentario. Da Coppola, a Scorsese, a De Palma, a Cimino, anche quando gli ambienti non sono italo-americani, per i personaggi proposti è tutto un vagare alla ricerca di se stessi dentro una società labirintica, satura di violenza palese e nascosta, fisica e psicologica, nello scontro tra tradizioni e futuro incalzante.

Il periodo più recente per il nostro gangster è quello "autoironico". Allontanandosi infatti dalle prime generazioni di immigrati, quelle più italiane, più europee, e dai loro drammi, e diventando sempre più americani (se non per i cognomi e per le abitudini alimentari - avere sangue italiano nelle vene tra l'altro oggi è motivo di vanto-), i cineasti italiani più giovani raccontano le vicende di un ambiente ormai americanizzato a fondo, ma pur sempre depositario di punti di vista particolari. Così "The Sopranos", la serie televisiva di David Chase che ha spopolato negli Stati Uniti - e non solo- in special modo tra i telespettatori italoamericani. Tony Soprano, è il personaggio di punta, è il ‘boss sotto stress' che si rivolge alle cure di una psichiatra non perché in crisi col suo ruolo o perché preda dei sensi di colpa, ma perché non più in grado di porsi alla pari dei grandi mafiosi del passato. Quelli si, potevano permettersi di avere sensi di colpa e dubbi, in quanto erano veri gangster, grandi figure negative ma mitologiche, ben salde nel loro essere. Il boss Soprano sembra così rappresentare la più recente figura identificativa della società e della cultura italoamericana, ormai completamente integrata nel villaggio globale, con tutte le sue tradizioni svuotate del loro senso: un etnia arrivata nella stanza dei bottoni a prezzo dell'omologazione. Dopo i Sopranos- scrive il Prof. Gardaphè e ribadisce Rosanne Shaun- non vi può essere alcuna rappresentazione della Mafia nel senso tradizionale del termine. "Quando Tony Soprano rompe il codice del silenzio e il concetto di ‘Omertà' tanto cari al vecchio mondo, non è più in grado di comportarsi come dovrebbe. Tony Soprano è l'ultimo dei wiseguys e diventa la figura fondamentale nello sviluppo dei wise men: è col sapere, e non con la violenza, che i nuovi italo-americani risolvono i problemi. In questo modo i ragazzacci diventano dei saggi. Che Tony Soprano rappresenti la degenerazione o rigenerazione del gangster è ancora da vedere. Il gangster è diventato una figura necessaria nella cultura americana e molti americani ne sono ossessionati"- si legge nel libro e ripete nel documentario Gardaphè.

Chiediamo allora a Turturro se lo infastidisce vedere film o show televisivi, come i Sopranos, che hanno contribuito con enorme successo alla stereotipizzazione dell'italo-americano come gangster. Turturro risponde: "No, perchè è il frutto artistico di un lavoro scritto, diretto e interpretato da italo-americani. Per la prima serie, mi chiesero di dirigerlo e quando vidi la videocassetta che mi avevano dato ero con mia madre che mi dice "Get this sheet out!".

Il pubblico ovviamente applaude e ride, di fronte al rammarico di Turturro, che ammette ironicamente di aver dato ascolto a sua madre e aver capito solo successivamente l'errore che stava commettendo, di fronte alla grandiosità di un tale progetto. A questo punto, gli abbiamo chiesto cosa ne sarà della prossima generazione di attori italo-americani. "Il gangster lascerà il posto ad personaggio autoironico, comico"- risponde. 

"La volontà di raccontare la storia degli italo-americani, perchè tale storia non era ancora stata raccontata nei film" dice Turturro è il motivo che lo spinge ad accettare questo progetto che mostra la sfida della nuova generazione di cineasti, attori, produttori italo-americani: raccontare l'italianità, le proprie origini, di cui bisogna andare assolutamente fieri.