Il Linguaio. Bullismo e nonnismo
Riprendo la discussione sul termine "mobbing", sul quale mi sono soffermato domenica scorsa. Scorrendo nel tempo l'evoluzione del significato originario, bisogna dire che esso si è molto trasformato arrivando ad una semantica che oggi come oggi è legata al linguaggio della malavita, della mafia e, insomma, del crimine organizzato. Il mio Linguaio terminava con due parole ("bullismo" e "nonnismo") legate a questa forma di "mobbing" come maltrattamenti, violenze, a volte vere e proprie persecuzioni fatte a danno di persone deboli o indifese, specialmente le donne.
Cominciamo da "bullismo" che ha un'etimologia incerta; deriva da "bullo" (giovane prepotente, teppista, bellimbusto, ecc. ) che secondo la spiegazione più accreditata risale al germanico "bule" (= amico intimo), poi trasformato in "bullo" (col significato di giovane violento e gradasso) nella tradizione letteraria tardo-veneziana e romana (Calmo, Caravia, l'Aretino).
Il termine ebbe una certa diffusione nel dopoguerra, anche grazie a un celebre film ("Bulli e pupe" diretto da Mankiewicz), nel quale recitavano attori a quel tempo molto popolari, come Frank Sinatra, Marlon Brando e la bella Jean Simmons. Il titolo originale del film era "Guys and Dolls", e raccontava la storia di Nathan Detroit (Frank Sinatra), in una variopinta Times Squame di quegli anni. Nathan intende organizzare una bisca clandestina all'interno di un garage. Per trovare i soldi con cui mettere su quest' "azienda" scommette con Cielo Masterson (Marlon Brando) che questi non riuscirà a sedurre l'affascinante Sara Brown (Jean Simmons), anche perché fra l'altro la donna è membro del severo Esercito della Salvezza. Invece con un romantico viaggio a Cuba, Cielo vince la scommessa ma scopre anche di essersi veramente innamorato di Sara. Una storia avvincente.
Più semplice e diretta la spiegazione di "nonnismo". Il termine deriva da "nonno", che nel linguaggio gergale militare indica il soldato di leva giunto quasi al congedo. I "nonni" hanno nella caserma un certo potere, che esercitano cinicamente con violenze fisiche, dispetti, e atroci pounizioni ai danni dei nuovi arrivati. A volte qualcuno di questi giovani inesperti ci rimette anche la vita, com'è successo in casi recenti.
Avviandomi alla conclusione della trattazione della parola "mobbing", particolarmente in relazione alla condizione di persecuzione psicologica nell'ambiente di lavoro, occorre dire che è stato alla fine degli anni Ottanta che il termine cominciò ad essere usato. Il primo a menzionarlo fu lo psicologo svedese Heinz Leymann, il quale lo definiva come "una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo, progressivamente spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa." Secondo un'indagine del 1998, il 16% dei lavoratori inglesi denuncia di essere vittima di mobbing; l'Italia è ultima nella classifica UE con un 4,2%. Alcuni contratti sindacali, come quello dei metalmeccanici in Germania, prevedono un risarcimento di circa 250mila Euro per i lavoratori "mobbizzati" (se mi è lecito usare questo neologismo). Va infine detto che i sindacalisti della Volkswagen furono i primi a introdurre nei contratti di lavoro un capitolo sul mobbing con indennità e strumenti di prevenzione (i cosiddetti centri d'ascolto aziendali in particolare).
Luigi Fontanella
Professor of Italian
Editor-in-Chief of GRADIVA and Gradiva Publications
Sylvia Morandina, Managing Editor:
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Department of European Languages, Literatures, and Cultures
State University of New York





