Il Linguaio. L'equivalente italiano di 'mobbing"

di Luigi Fontanella

Scrive il critico e linguista Giorgio De Rienzo nel "Corriere della Sera" di qualche settimana fa (esattamente nell'edizione del 19 novembre scorso) che si ha un bel dire che noi italiani siamo troppo generosi con gli anglismi. "Ma provate a trovare un modo nostro svelto per dire "mobbing" che indica, si sa, una pratica di persecuzione (o di emarginazione) di un solo individuo specie in un ambiente di lavoro. Questa parola inglese adoperata in senso sociologico capovolge quasi il termine originario usato in etologia, dove significa l'insieme dei comportamenti aggressivi tipici di animali (soprattutto uccelli) nei confronti di un predatore o di un rapace. Tra gli animali dunque tutti (deboli) contro uno solo (forte); tra gli uomini per lo più un gruppo forte contro un debole. Una capriola triste."

Così, De Rienzo. Vorrei ora un po' commentare e chiosare le sue affermazioni. Intanto è vero e non è vero che non esista l'equivalente italiano di "mobbing", parola che - a parte il riferimento etologico (grazie alle teorie dell'etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento di alcune specie di animali) - tutto sommato si potrebbe benissimo esprimere con il termine italiano di "malavita".

Ma mi rendo subito conto che forse " malavita" è parola troppo generica e non risponde pienamente al significato di "mobbing", che in America, fra l'altro, è termine anche legato a fenomeni criminali della mafia. Andiamo allora a consultare una delle ultime edizioni del benemerito Webster e veniamo a sapere che "mobbing" è un gerundio sostantivato inglese derivato da "mob" (coniato per la prima volta nel 1688), dall'espressione latina "mobile vulgus", cioè "gentaglia mobile", ovvero una folla disordinata dedita soprattutto ad atti di vandalismo e delinquenza. Da qui la connotazione successiva, presso le classi sociali più elevate, molto spregiativa, per cui "mob" era l'equivalente di "plebaglia", cioè gentaglia rozza, composta perlopiù di malviventi. E difatto al termine "mobbing" è correlato anche il lemma - nello slang statunitense - "mobster", che indica genericamente chi appartenga alla malavita o adotti un comportamento malavitoso.

Ecco allora come il termine, avvicinandoci ai nostri giorni, ha acquisito sempre più una connotazione sociale (specialmente nei paesi anglofoni) indicante la violenza psicologica sul posto di lavoro, che spesso viene denominata "harassment" (termine usato anche per indicare violenze e molestie domestiche a danno delle donne), o anche semplicemente "abuse" e "intimidation", parole che in italiano possono essere ben tradotte con "maltrattamento" e "intimidazione", specialmente se si tratta di atti vigliacchi e violenti perpetrati da personaggi cinici e prepotenti nei riguardi di persone deboli e indifese. Pratiche, queste, che avvengono non solo nei posti di lavoro ma anche nelle caserme, dove in anni recenti abbiamo assistito a non pochi casi di "bullismo" o cosiddetto "nonnismo". Da qui, poi, anche la possibilità di rendere la parola "mobbing", nella lingua italiana, con "bullismo", oltre che alla già citata "malavita".

Lo spazio a disposizione sta purtroppo per finire e ancora molto altro ci sarebbe da dire su "mobbing". Varrebbe poi la pena discutere i due ultimi termini da me menzionati: "bulllismo" e "nonnismo" . Lo farò nel Linguaio di domenica prossima.

 

Luigi Fontanella
Professor of Italian
Editor-in-Chief of GRADIVA and Gradiva Publications
Sylvia Morandina, Managing Editor:
http://www.italianstudies.org/gradiva/
Department of European Languages, Literatures, and Cultures
State University of New York