Il Linguaio. Delucidazioni sulla parola "Crumiro"

di Luigi Fontanella

Mi ha scritto un lettore del nostro giornale, Nick Molinaro, che vive a Hoboken (New Jersey), il quale vorrebbe avere delucidazioni sulla parola “crumiro”, che come tutti sanno sta a indicare una persona che decide di non aderire a uno sciopero (mettiamo in una fabbrica o in qualsiasi altra situazione di lavoro), a dispetto dei suoi compagni che fanno lo sciopero. I quali spesso, come succedeva un tempo, perdevano la paga di quel giorno.

“Crumiro” è in effetti un termine molto interessante sia da un punto di vista linguistico sia da un punto di visto storico-sociale. Lo troviamo usato per la prima volta nella seconda metà dell’Ottocento nell’àmbito del sindacalismo specialmente nell’espresssione polemica “fare il crumiro”. È possibile che esista un collegamento fra il francese “kroumir” e l’italiano “crumiro”. Va anche detto che la parola in questione fa riferimento ad una specifica popolazione mista di arabi e berberi. Insediati al confine tra la Tunisia e l’Algeria, i crumiri occupavano una zona da cui muovevano spesso insidiose puntate nei territori limitrofi abbandonandosi a saccheggi e razzie.

Ma ritorniamo al significato di “crumiro” legato a una persona che non partecipa allo sciopero dei suoi compagni di lavoro. Da questo punto di vista il significato di crumiro – così come avviene nella lingua francese per denominare qualcuno che “rompe lo sciopero” (“briseur de grève”) - in Italia ha cominciato ad avere la sua diffusione solo tardi, e cioè a partire dagli anni Cinquanta, quando cominciò a esserci una sintonizzazione al linguaggio sindacale sul modello francese. Chi non ricorda, ad esempio, un bellissimo film di Pietro Germi, uscito intorno alla metà degli anni Cinquanta, intitolato “Il ferroviere”? Raccontava dolorosamente e lucidamente i sensi di colpa, la sofferenza interna e la voglia di riscatto di un ferroviere (magistralmente interpretato dallo stesso Germi), che assiste alla disgregazione della sua famiglia e le complicazioni di lavoro dovute sia ad in incidente ferroviario sia al suo voler rifiutare lo sciopero dei suoi compagni, sia, infine, al suo continuo ubriacarsi, fino alla toccante morte finale del protagonista, mentre a letto sta suonando la chitarra. Davvero un film intenso e sincero che oggi mi piacerebbe rivedere.

Ma torniamo a “crumiro” che, come termine di sprezzo, è stato anche accostato a “beduino”, quando, nel 1877, fu adoperato “per additare all’esecrazione quei lavoratori che non partecipavano allo sciopero”. Così l’illustre linguista Zolli nel 1989. Era, in sostanza, un’applicazione sindacale e in chiave polemica di un termine che già aveva assunto valore spregiativo in altri contesti. “Beduino” diventò così un nome comune di dispregio, segnatamente dopo che la Francia si accostò a quei popoli dell’Africa costiera (“sembri un beduino”; “agisci come un beduino”, ecc.). Una negativizzazione che durerà a lungo: ancora nel 1970 in Lombardia e Ticino “ta parat un beduin” era il commento riservato a chi si presentava sporco e malconcio. Accostamenti africani che vennero ribaditi dal comparire sulla scena, pochi anni dopo, della popolazione dei “kroumiris”, termine etnico che venne italianizzato in “crumiri”, appunto. Mi fermo qui perché ancora altro ci sarebbe da dire sull’accostamento linguistico tra “crumiro” (persona che rompe lo sciopero) e “kroumiro” con riferimento a popolazioni nordafricane.

Prego i lettori di indirizzare i loro quesiti e commenti al recapito elettronico indicato.

 

 

Luigi Fontanella
Professor of Italian
Editor-in-Chief of GRADIVA and Gradiva Publications
Sylvia Morandina, Managing Editor:
http://www.italianstudies.org/gradiva/
Department of European Languages, Literatures, and Cultures
State University of New York

 

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