Personaggi

Letteratura. Ricordo di Alberto Moravia

di Lugi Fontanella

Cento anni fa (esattamente il 28 novembre 1907) nasceva Alberto Moravia, ed io vorrei offrirne una breve testimonianza, soprattutto umana (per quella letteraria rimando indirettamente ad un mio articolo/recensione uscito su questo giornale il nove settembre scorso, relativo ad un ottimo volume su Moravia scritto da Pasquale Gerardo Santella e intitolato "Michele, Cesira, Dino e gli altri. Antologia modulare di Alberto Moravia", Ed. Lacero, 2006).

Ho conosciuto Moravia nel 1980 e l'ho poi frequentato, sia pure saltuariamente, negli ultimi dieci anni della sua vita.

La prima volta che lo incontrai fu in occasione di un convegno internazionale su Pier Paolo Pasolini, a Yale, nell'autunno del 1980. Il discorso scarno ed essenziale di Moravia mi colpì più di ogni altro, anche perché scevro da qualsiasi "intonazione" accademica o professorale. E fu l'unico - avendo meglio e più a lungo di altri frequentato l'autore de "Le ceneri di Gramsci" - a soffermarsi anche sull'aspetto fisico di Pasolini e su certe sue abitudini personali, che i non pochi viaggi fatti insieme avevano contribuito a rendere maggiormente evidenti ai suoi occhi (a quelli di Moravia, intendo). Il più famoso di tutti, probabilmente, resta il viaggio in India. Ambedue ne trassero spunto per un libro i cui rispettivi titoli erano già di per sé un'indicazione del modo di rapportarsi verso la realtà, una cultura, la vita: "L'odore dell'India", quello del passionale Pier Paolo; "Un'idea dell'India", quello dell'irriducibilmente razionale Moravia. Quel singolare intervento moraviano oggi si può leggere nella rivista " Italian Quarterly" (nn.82-83, autunno-inverno 1981), fascicolo monografico che raccolse i lavori di quel memorabile convegno.

Tra una sessione e un'altra ebbi modo di avvicinare il romanziere, che mi si rivelò amabile e pungente conversatore. E fu in quel torno di tempo che feci una riflessione sulla quale in sèguito, per ragioni del tutto contingenti e diverse, sarei più volte ritornato. La riflessione, forse finanche un po' ovvia (e antifrasticamente desanctisiana) consiste(va) nell'aver "scoperto" (e constato per es. con Moravia) che spessissimo l'uomo non corrisponde all'artista, e viceversa. Mi spiego precisando sùbito che sto alludendo al carattere di un uomo in quanto scrittore, e di uno scrittore in quanto essere umano che convive socialmente coi suoi simili. C'e un Moravia-uomo tagliente, ironico, "comico", scherzoso, divertente nel conversare, nell'intrattenersi con gli altri; e c'è un Moravia scrittore, preciso, fino a essere asettico, dalla prosa "metallica" (l'aggettivo è dell'amico Sebastiano Martelli), persino un po' farraginosa in non pochi dei suoi ultimi libri. Il brillante parlatore corrispondeva in modo inversamente proporzionale all'abile ma esangue narratore. Forse non è un caso che a Moravia non piaceva scrivere i propri interventi, in àmbito di conferenze e manifestazioni simili. Quando appena qualche mese dopo quel convegno di Yale l'andai a trovare nel suo appartamento di Lungotevere della Vittoria per concordare con lui alcuni aspetti organizzativi, in relazione a un suo successivo viaggio negli States (sarebbe venuto, fra l'altro, a Wellesley College dove in quel tempo insegnavo, e a Harvard dove stavo completando il mio Ph.D. nella primavera del 1981), Moravia insistette sul proposito di non voler tenere alcun discorso scritto, preferendo, al suo posto, un dialogo/dibattito diretto fra lui e il pubblico. Di fatto così avvenne, e l'occasione riconfermò appieno le percezioni che avevo ricavato dal precedente incontro.

A Cambridge Moravia rimase un paio di giorni. Io gli feci da guida. La sua curiosità si estendeva un po' su tutto, spesso con domande a bruciapelo, impazienti o imprevedibili, o con fulminee considerazioni che lasciavano poco spazio alla replica. Parlammo, naturalmente, "anche" di narrativa italiana. Mi confessò la sua idiosincrasia per D'Annunzio (detestato, a suo dire, soprattutto da Elsa Morante alla quale Moravia, nonostante il divorzio, era restato - e restò - intellettualmente legato fino alla morte). E confessò la sua profonda ammirazione per romanzieri come Svevo e Tozzi, specialmente per quest'ultimo. Dei suoi contemporanei preferì non parlare, eccetto che su Pasolini, da lui considerato il migliore poeta italiano del Novecento. Se da me stuzzicato su questo o quel romanziere, glissava la domanda con risposte evasive o ironiche. L'aggettivo da lui più curiosamente usato risultò essere "medio" ("Tizio è un poeta medio"; "Caio è un narratore medio"; "Sempronio?, un romanziere medio"). Poco dopo, semischerzoso, aggiunse:"Oggi di uno scrittore non si dice più che è mediocre, ma "medio" (!).

Volle visitare il famoso Harvard Coop. Desiderava acquistare una cravatta rossa di lana; gli piaceva enormemente questo colore per la cravatta. Di fatto, ne acquistò una, bellissima, e volle regalarmene un'altra abbastanza simile, che ancora conservo. Intanto l'emozione di essergli accanto era completamente scomparsa. Una sera, in una steak-house (volle la sua bistecca "rare", ossia al sangue), parlammo a lungo di critica letteraria militante. Gli chiesi quali fossero i critici da lui più ammirati. Non esitò nell'indicare in Giacomo Debenedetti il migliore. Ma elogiò senza riserve anche Pasolini, Calvino, Garboli, Sanguineti e Siciliano. Fece poi un'osservazione molto interessante che avrebbe ripetuto qualche anno dopo alla Columbia University, in occasione della presentazione della traduzione in inglese de "L'uomo che guarda", e cioè che mentre il critico americano - recensendo un libro - cerca il più possibile di presentarlo in tutti i sensi ai suoi lettori, fornendo anche un riassunto succinto dello stesso (massimamente se si tratta di un romanzo) e poi procedendo a una valutazione obiettiva (e dunque anche con il coraggio della stroncatura), il critico italiano, invece, emette generalmente giudizi "neutri", evasivi, o di "scuderia", spesso senza nemmeno riferire alcunché del libro semplicemente perché non l'ha letto (!), ma pretendendo di giudicarlo.

Dopo quei due giorni trascorsi insieme a Cambridge, avrei rivisto Moravia in varie altre occasioni che lo spazio tiranno qui non mi permette di rievocare. L'ultima volta che lo vidi fu a Roma, nel marzo del 1990, presso la Fondazione Pasolini a Piazza Cavour. Si stava preparando un nuovo convegno internazionale e interdisciplinare su Pasolini alla New York University. Moravia, quale presidente della Fondazione, era lì a dare il suo contributo. Mi parve un poco affaticato, ma sempre lucido e preciso nelle sue risposte. Aveva una certa difficoltà d'udito, ovvero nell'ascoltare le domande dei giornalisti presenti (curiosamente, però, udiva benissimo al telefono la voce del suo interlocutore). Sei mesi dopo moriva di morte improvvisa, brusca, in perfetto stile con la sua Stimmung di uomo e intellettuale.

Resterebbe ora, a conclusione di questo mio ricordo, da stabilire quanto "vale" oggi Moravia. Per rispondere parzialmente, e, beninteso, provvisoriamente, a questa domanda complessiva mi servirò di un telegrafico giudizio di Mario Soldati (altro grande narratore del nostro Novecento), tratte dal suo libro "Rami secchi", pubblicato un anno prima della morte di Moravia; un ritratto schizzato con ammirevole vivezza : "Moravia ho continuato sempre ad ammirarlo e a amarlo per un suo fanciullesco candore. Si può dire che la sua iniziale precocità duri, lo ispiri anche oggi". Un'istantanea tra le più giuste per accomiatarsi dall'uomo e scrittore Moravia e aiutarci a tornare a riflettere su un'opera che ha segnato tanti anni di letteratura e di vicende non solo italiane.

 

Luigi Fontanella
Professor of Italian
Editor-in-Chief of GRADIVA and Gradiva Publications
Sylvia Morandina, Managing Editor:
http://www.italianstudies.org/gradiva/
Department of European Languages, Literatures, and Cultures
State University of New York