Arte

D'Agostin, il fotografo dell'anima. La mostra all'IIC delle immagini dal libro "Un giorno con Lucia"

di Ilaria Costa

Ogni fotografia è un ‘memento mori'. Scattare una fotografia significa anche partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un'altra persona. E' questo il messaggio più profondo che il giovane fotografo veneto Renato D'Agostin riesce a trasmettere attraverso le foto che sono attualmente in mostra all'Istituto Italiano di Cultura di New York.

Queste sue foto costituiscono il contraltare visivo del raffinato quanto toccante libro dal titolo "Un giorno con Lucia", in cui la realtà di una vita viene osservata e reinterpretata attraverso le immagini delle mani rugose della 106enne Lucia Servadio Bedarida, intervistata dalla scrittrice Olivia Fincato nel 2006 in un incontro di cui le foto di Renato costituiscono la documentazione visiva.

La Galleria dell'Istituto Italiano di Cultura si presta perfettamente a ricreare l'intimità della casa di Lucia, una intimità che Renato ha saputo cogliere, confessandoci di "aver avuto timore di violare l'intimità di una vita densa e ricca come quella di Lucia", ma di averlo fatto però in silenzio, con l'aiuto della sua impercettibile Leica; "non volevo essere indiscreto, ma allo stesso tempo ero troppo proteso a catturare attimi e ad esserne pienamente partecipe."

Sì... decisamente ci voleva la sensibilità di Renato per un progetto di questo genere, per documentare l'intensa storia di questa persona eccezionale, prima donna medico italiana costretta a fuggire dall'Italia a causa della promulgazione delle leggi razziali antisemite.

Lucia troverà rifugio in Marocco dove pochi anni dopo arriverà l'atroce notizia della morte della madre e della zia, deportate ed uccise ad Auschwitz. Lei continuerà ad esercitare la sua professione di medico nel paese arabo fino all'età di 81 anni, quando si trasferirà a Cornwall - un paesino sull'Hudson River - dove vivono le sue figlie.

Un dialogo a 6 occhi dunque...o meglio a 7 se si include l'obiettivo della fidata Leica di Renato, il quale aggiunge "adoro poter ritrarre una persona che documenta sulle rughe della sua pelle la storia di un secolo".

Renato D'Agostin fa diventare le mani di Lucia le protagoniste indiscusse di tutti gli scatti presenti in mostra. Le immagini certificano in maniera struggente l'inesorabile azione dissolvente del tempo. Le mani di questa donna, che ha esercitato la professione di ostetrica per oltre 50 anni dando migliaia di volte la vita attraverso queste stesse mani, diventano così la chiave interpretativa del reale. Una chiave interpretativa che vuole spostare il nostro punto di vista - o meglio "di vita" - sulla realtà che ci circonda, per aprirci ad altri percorsi di lettura e vivere la vita in modo più compiuto, come Lucia dimostra attraverso l'esempio della sua vita.

In sole due ore, tanto è durata l'intervista, Renato D'Agostin è riuscito non solo ad "appropriarsi dell'anima della persona fotografata", ma anche a ricostruire una toccante connotazione emotiva della stanza in cui Lucia ha trascorso gli ultimi venti anni. In particolare, nella foto della stanza vuota di Lucia, il contrasto tra i bianchi ed i neri fa sì che lo spazio architettonico della stanza venga trasfigurato in uno spazio emotivo dai contorni sfocati, ricco di sensazioni vibranti.

Mai come in questa mostra possiamo dire che la fotografia, nella sua sostanziale ambiguità, evoca la morte in quanto blocca e congela la vita nel suo libero fluire, ma contemporaneamente esprime anche tutta la sua forza con la sua innegabile capacità di sottrarre qualcosa alla caducità.