A modo mio

Il Quarto Stato

di Luigi Troiani

Da un paio di settimane, fino al 3 febbraio, la grande sala della Regina di palazzo Montecitorio espone il celebre "Quarto Stato", firmato e datato nel 1901 dal pittore Pellizza da Volpedo, dopo dieci anni di studio e produzione, inframmezzati da rare pause. Il quadro è il nucleo della mostra "Ambasciatori del lavoro", curata dal direttore dell'Istituto italiano di cultura di New York, Renato Miracco, voluta dal presidente della Camera Bertinotti per celebrare il sessantesimo della nostra Costituzione. Non si dimentichi che all'art. 1 la Carta afferma che a fondamento della Repubblica c'è il lavoro. L'esposizione dell'opera più importante del pittore della campagna alessandrina, catalogata tra le Civiche raccolte d'arte di Villa Bonaparte-Belgioioso a Milano, è anche un omaggio della capitale a Pellizza da Volpedo nel centenario della sua tragica morte.

Ho molte riproduzioni del dipinto, aurea rappresentazione della dignità del lavoro. L'autore ci mise dentro, con l'arte, le sue idee, e continuò nei ritocchi anche dopo la prima esposizione, alla ricerca di una sorta di perfetta icona laica alla quale il socialismo riformista e il movimento dei lavoratori potessero guardare con lucida e tranquilla consapevolezza. Nel paragone con le opere celebrative del lavoro che venivano, negli stessi anni, prodotte in paesi ad alto tasso di politicizzazione socialista, come la Germania e più tardi la Russia, risalta evidente la differenza tra la compostezza serena della coreografia volpediana, e la retorica, talvolta la caricatura tronfia, dei fenomeni pittorici che sarebbero presto tutti confluiti nel buco nero del realismo socialista.

Pellizza ha dipinto un gruppo di braccianti in sciopero (un centinaio, con due uomini e una donna in primo piano), che avanza nella campagna di Volpedo, per presentare rivendicazioni alla dirigenza aziendale e padronale. Il gruppo appare multiforme per tipi umani età e genere, ma è come unito dalle tonalità del colore e dalla conformazione del movimento. Nell'iterazione compostissima, esprime la forza tranquilla di chi sa di stare nel giusto, ed è disposto a lottare fino in fondo per ottenerlo. A testimonianza dell'atmosfera che il pittore intende trasmettere, il drappeggio delle vesti, di umile fattura, comunica nobiltà e solennità. La donna del primo piano, che regge in braccio il suo infante, è la madre-sposa dell'Italia di inizio Novecento, ha i piedi scalzi, ma è evidente che non si tira indietro dal conflitto nel quale anzi opera appena discosta dal leader maschile del gruppo, forse il suo sposo. Questi ha lo sguardo fisso in avanti, la mano destra regge la giacca poggiata sulla spalla, la sinistra è ferma sulla cintola: il piglio è di determinazione serena.

Il colore e le tonalità richiamano la civiltà contadina: caldi che variano il tema della terra. I personaggi del "quarto stato" appaiono indifferenziati, talvolta non mostrano il volto. Devono rendere il senso della comunanza umana e sociale di un gruppo di povera gente, vestita in modo uniforme. Eppure la tavolozza, riesce a rendere le diverse personalità, conferendo all'opera il suo pregio maggiore: efficace sintesi tra unità di classe, e spiritualità delle singole persone.

Pellizza non poté godere pienamente in vita dei riconoscimenti che il quadro avrebbe guadagnato nel secolo e più della sua storia. La vernice alla Quadriennale di Torino non portò a nessun acquisto, probabilmente per il tema da cui la borghesia dell'epoca tendeva a smarcarsi. Eppure Pellizza, nonostante fosse un militante, mai volle commutare il dipinto in manifesto politico, chiedendo che se ne apprezzasse la bellezza e la compostezza interiore. Quando, non resistendo all'accumularsi di lutti domestici, morì suicida, il suo desiderio cominciava a trovare soddisfazione.