PUNTO DI VISTA..Quando nel 1958 l'Italia fece boom

di Tony De Santoli

Arrivò con slancio. Qualcuno nell'aria ne aveva intuito l'avvicinarsi; parecchi altri, no. A milioni e milioni di italiani sembrò quasi impossibile. Parve un "miracolo". Difatti, fu subito chiamato "Il miracolo italiano", o Boom. Ecco: cinquant'anni fa l'equivalente delle "tigri asiatiche" d'oggigiorno eravamo noi. Noi italiani. Gli italiani usciti con le ossa rotte dalla Seconda Guerra Mondiale; disprezzati in mezzo mondo per i fatti dell'8 settembre del '43; obbligati di nuovo a emigrare oltremare oppure in Germania, in Belgio, in Svizzera; tornati a rappresentare all'estero lo stereotipo del latino povero, indolente, arretrato.

Aver perso la guerra ha fatto male a molti italiani. Ha un po' ferito anche l'orgoglio di quanti non avevano mai abbracciato la causa fascista. In quel "fatidico" 1958 (l'anno indicato da economisti, politici, industriali, giornalisti, come quello del travolgente avvento del Boom) non tutti sono infatti d'accordo coi comunisti, coi socialisti, coi morotei, coi liberali: la guerra non fu solo "guerra fascista", essa riguardò, eccome, tutto il popolo italiano; venne affrontata, combattuta, sopportata da tutti gli italiani: fra il 1940 e il 1943 non fu in gioco "solo" il prestigio del Partito Nazionale Fascista; fu in gioco "anche" il prestigio del nostro popolo. La sconfitta quindi non interessò soltanto il governo Mussolini: interessò tutti gli italiani.

Nel 1958 è da pochi mesi in circolazione in Italia la ormai leggendaria, bellissima, Fiat "Cinquecento", lanciata sul mercato l'anno prima. Nel 1958 lo Stato raggiunge il pareggio sulla bilancia dei pagamenti, la lira si rafforza e il Pil comincia a salire sensibilmente, fino a toccare, nel 1963, uno "stratosferico" 6.3 per cento (una percentuale da India, Cina, Taiwan, Singapore del Terzo Millennio; da Giappone Anni Sessanta e Settanta!). Nel 1958 tredici famiglie italiane su cento hanno il frigorifero. Poche, secondo voi? Al contrario: parecchie in un Paese, come il nostro, che "non" dispone di sbocchi agli oceani, il cui sottosuolo è avaro di risorse naturali, di materie prime, e i cui governi sono legati mani e piedi alle durissime clausole dell'armistizio dell'8 settembre.

Due democristiani in quei mesi si avvicendano alla guida della presidenza del Consiglio: Adone Zoli e Amintore Fanfani, rispettivamente primi ministri dal 19 maggio 1957 al I° luglio 1958 e dal 2 luglio 1958 al 15 febbraio 1959. Per indole e formazione sono tutt'e due dirigisti: credono che con la propria opera lo Stato debba ispirare e guidare il cammino della nazione. A Fanfani spetta il merito di aver rilanciato con lusinghieri risultati, già intorno al 1950 - con la fame di alloggi che allora si verificava, in seguito alla guerra - la politica dell'edilizia popolare, realizzata una prima volta negli anni Trenta dal governo Mussolini e fatalmente interrottasi a causa del secondo conflitto mondiale.

Nel tentativo di capire l'origine e l'evolversi del "miracolo economico", si dice che questo fenomeno industriale, commerciale, sociale, fu favorito dalla svolta neo-liberista decisa dal governo De Gasperi nella seconda metà del 1947 e dal Piano Vanoni del 1954, presentato come "Schema decennale di sviluppo del reddito e dell'occupazione". La svolta economica e finanziaria del 1947 e il Piano Vanoni stabilirono, eccome, solide premesse alla ripresa nazionale, ma sarebbe riduttivo, e anti-storico, attribuire a queste due misure il merito esclusivo di aver poi dato luogo al Boom. Il Boom del 1958, che si protrae almeno fino alla seconda metà degli anni Sessanta, per la propria ampiezza non può essere riconducibile a un dato orientamento economico o a un piano di sviluppo peraltro egregio. Il Boom, piuttosto, prorompe dalla volontà "di riscatto" degli italiani i quali, magari inosciamente, recano in sé un anèlito: quello di dimostrare "qualcosa" a se stessi e al resto del mondo. Dimostrare che l'Italia sa reagire, risollevarsi, stupire. Gli italiani, che ne hanno abbastanza delle ferriere e del "padrone delle ferriere", sentono di non esser fatti per tornare e condurre una vita stentata, grama, all'ombra delle rovine della guerra, dopo l'innalzamento del tenore di vita, già riscontrabile intorno al 1914 e registratosi, ancor più ampiamente, fra il 1937 e il 1940. Popolo civile (altro che "arretrato"), nella ricostruzione nazionale impiegano una sagacia, un estro, una disciplina ataviche che adesso trovano larghi spazi. Nel 1958 l'Italia, almeno in buona parte, è un Paese che appare tirato a lucido. L'industria alberghiera esplode. Esplode a Roma, Venezia, Firenze, Siena, Napoli, Sanremo, Sestri Levante, Rapallo, Viareggio, Forte dei Marmi, Rimini, Cattolica, Cesenatico, Capri, Sorrento, Positano, Ravello, Taormina, e in altre località ancora. E' in corso la costruzione dell'Autostrada del Sole, i trasporti italiani, per capillarità e rapidità, sono fra i primi al mondo. Nell'aria si diffonde la gioia di vivere, "joie de vivre", direbbero i francesi. Una gioia di vivere che tuttavia deriva anche dall'antica bonomia, dall'antica semplicità degli italiani cosiddetti "umili". Per certa borghesia e certa alta borghesia il discorso invece è diverso: Alberto Moravia comincia infatti a scrivere il devastante romanzo "La noia", che sarà pubblicato nel '60.

Fra i primi a notare nella seconda metà del 1958 e ai primi del 1959 la rinascita italiana sono i giornali di mezzo mondo, quelli inglesi, americani, francesi in testa. C'è, tuttavia, molta emigrazione. C'è quella verso l'estero e c'è quella interna (fra il 1951 e il 1971 dieci milioni di persone lasciano le regioni del Centro e soprattutto del Mezzogiorno per trasferirsi in Alt'Italia). Paesi del Molise e della Basilicata quasi si spopolano: si va in Canada, in Australia, in America, ancora in Belgio e in Germania e sono in tanti a non poter trattenere le lacrime al momento dello "strappo", della tramautica partenza. Sono in tanti a sapere che ben presto verranno vinti dalla nostalgia, sono in tanti a temere di dover un giorno morire senza aver più rivisto i loro borghi.

Ma in gran parte della nazione si riscontra un fervore che probabilmente non ha precedenti. Tira davvero un'aria nuova. C'è un diffuso ottimismo. Merci italiane conquistano mercati esteri sempre più vasti: il Mercato Comune Europeo (il Mec) non impone certo i lacci e lacciuoli imposti oggigiorno dalla Ue... Fiat, Alfa Romeo, Lancia, Piaggio, Innocenti, Ignis, Pirelli, Breda, Italcementi, Dalmine, Snia Viscosa, Magneti Marelli, Bastogi, Olivetti, Ansaldo, tirano a meraviglia. Tirano quanto l'Eni che, sotto la guida (e che importa se è una guida "spregiudicata"...) di Enrico Mattei, assicura all'Italia ottimo petrolio a prezzi vantaggiosissimi. Riscaldarsi d'inverno non è più un problema. In una abitazione di città su tre-quattro c'è già il termosifone.

L'industria petrolchimica, l'industria meccanica, l'industria metallurgica, procedono insomma a gonfie vele (anche perché il costo del lavoro è basso). Parecchi operai non specializzati sono, sì, sottopagati, ma i loro salari (straordinari compresi) oscillano fra le venti e le trentamila lire al mese quando un pacco di pasta ne costa appena ottanta o novanta in città e quaranta o cinquanta nei paesi, e l'affitto di un piccolo, ma decoroso, appartamento alla Bovisa o a San Frediano non supera le diecimila lire mensili. Le malattie professionali, tuttavia, si fanno sentire; in alcuni casi non dànno scampo. A cinquant'anni un operaio, per aspetto e tono muscolare, è già un vecchio. Si abbandonano intanto le campagne e ha così luogo un'urbanizzazione spesso disordinata, "selvaggia": è qui che la situazione va fuori controllo. L'Italia rurale ha ormai i giorni contati. E' già l'epoca della Dolce Vita, che Federico Fellini lancerà sullo schermo due anni dopo.

In quel 1958 tutto sembra davvero possibile, realizzabile... Quasi di colpo, in Italia circolano molte più automobili, molte più Vespe e Lambrette di prima. Le spiagge d'estate sono affollate, il ritmo della vita si velocizza, la moda maschile e la moda femminile - abbandonati orpelli troppo borghesi - esprimono finalmente una "leggerezza" che valorizza il corpo umano. I juke-box, con le irresistibili canzoni di Peppino Di Capri, Miranda Martino, Fred Buscaglione, Elvis Presley; dei Platters e di Frankie Lane, di Perry Como e Nat King Cole, arrivano quasi ovunque: nei remoti paesi del Casentino come nei caffè di Viale Regina Elena a Campobasso e di Piazza San Ciro a Portici.

La Juventus con Boniperti, Sivori, Charles e altri eccellenti calciatori ancora, vince il suo decimo scudetto mentre nell'atletica comincia a imporsi un furoriclasse che alle Olimpiadi di due anni dopo, a Roma, vincerà la medaglia d'oro nei duecento metri piani: Livio Berruti. La Rai, con un grosso sforzo tecnologico e organizzativo, riesce a portare i programmi televisivi nel Mezzogiorno, rimasto fino ad allora al di fuori del raggio d'azione di ripetitori che nel 1957-1958 risultavano già vecchi o erano dislocati in numero insufficiente. Nei cinema (strapieni la domenica pomeriggio) esce un nuovo capolavoro di Pietro Germi: "L'uomo di paglia", con lo stesso Germi e con una Franca Bettoja che, per talento, fascino "assassino" e incisività di recitazione, pare quasi Clara Calamai. Arrivano, o sono da poco arrivate, bellezze femminili che incantano, e turbano, soprattutto gli americani, gli inglesi, i francesi: Sophia Loren, Lucia Bosè, Gina Lollobrigida, Annamaria Pier Angeli, Marisa Allasio, Antonella Lualdi, Elsa Martinelli, Eleonora Rossi Drago, Silvana Mangano. In America l'attore italiano più richiesto è il fascinoso, impeccabile Rossano Brazzi.

In tv spopolano "Lascia o Raddoppia?" (condotto da Mike Bongiorno) e "Il Musichiere" (Mario Riva). A Sanremo trionfa una canzone "di rottura", "Nel blu dipinto di blu", interpretata da Domenico Modugno. E' questa la vibrante melodia che per spirito, timbro, ariosità, nell'inverno di quell'anno sembra davvero anticipare, preconizzare, quella stagione della nostra vita, della nostra Storia, della Storia di tutti noi, democristiani, socialisti, comunisti, missini, liberali; chiamata appunto Boom. Ma che fu qualcosa di più di un "boom" economico. Fu la grande rivincita del popolo italiano sconfitto e dissanguato poco più di dieci o dodici anni prima. Ma tutt'altro che piegato, come esso seppe appunto dimostrare. E americani, francesi, inglesi stessi, si tolsero tanto di cappello