Il rimpatriato

Nudi sul New York Times

di Franco Pantarelli

Il New York Times parla dell'Italia e l'Italia si desta. I giornali, le tv, i politici, tutti a commentare le frasi più significative contenute nell'articolo di Ian Fisher, il corrispondente da Roma del Times, che quasi intimorito dall'assillo degli intervistatori cerca perfino di mitigare un po' le cose che ha scritto. Ma in realtà c'è ben poco da mitigare: ha scritto che in Italia c'è "malessere" ed è una cosa assolutamente palpabile; che l'Italia sembra "non amare più se stessa" e qui basta annusare un po' in giro - specie col naso del sottoscritto che, da poco tornato dopo venti anni trascorsi in America, somiglia un po' a quello di Fisher - per dargli ragione; che corre il rischio di finire come la Repubblica di Venezia, trovatasi quasi all'improvviso, nel diciottesimo secolo, non più dominatrice degli scambi mercantili con il Medio Oriente e diventata "essenzialmente uno stupendo cadavere sul quale camminano milioni di turisti", e qui sembra di cogliere una certa esagerazione da parte del valente giornalista del Times, dovuta forse al troppo amore. Poi però si vanno a guardare un po' meglio le cose e ci si ricorda che non molti anni fa l'economia italiana era arrivata a superare quella britannica e che invece ora, oltre che alla ripresa del proprio posto da parte della Gran Bretagna, si assiste anche all'ormai prossimo "sorpasso" della Spagna, e le cose che dice Fisher più che esagerate sembrano estremamente allarmanti.

Nelle ricorrenti riflessioni che mi è stato chiesto di fare come "rimpatriato" mi è capitato spesso di paragonare l'Italia che avevo lasciato con quella che ho trovato. Non ho certo mancato di osservare i progressi compiuti, l'irrompere della tecnologia, il migliore funzionamento in generale e non sarà certo un articolo del New York Times a farmi ricredere. Il problema è però che quei progressi hanno per così dire una doppia misura: appaiono "extra large" se paragonati a ciò che l'Italia era (non solo venti anni fa quando sono partito ma anche ciò che era quando si è trattato di ricostruire dopo la guerra: scarse risorse naturali, poca manodopera qualificata, struttura industriale primitiva, coscienza democratica scarsa); ma diventano decisamente "small" se paragonati a ciò che gli altri Paesi hanno saputo fare e che l'Italia non sembra proprio riuscire a fare.

I salari medi italiani (e se si parla di "malessere" questo elemento è essenziale) sono poco più della metà di quelli correnti in Germania: mille euro contro 1.700; la burocrazia italiana sta a quella francese come un gruppo di ubriachi che camminano malfermi sulle gambe sta a un plotone di soldati prussiani che marciano impettiti; nel tempo che un tribunale italiano impiega per svolgere un processo, in Inghilterra se ne celebrano cento. Ognuno naturalmente ha le sue condizioni e la sua storia ed è sempre stato un assioma che l'unico paragome valido per un Paese è quello con se stesso. Ma forse in tempi di globalizazione e soprattutto di Unione Europea, anche quell'assioma sembra rientrare nelle tante cose cui la vita di oggi ci costringe a rinunciare.

Non basta più, insomma, essere meglio di ieri: bisogna anche essere meglio degli altri, o almeno essere al loro livello. Se non ci si riesce, il paradosso cui il corrispondente del New York Times si abbandona con una certa tristezza è che il destino dell'Italia intera posa esere quello della Repubblica di Venezia. Secondo lui il fatto che questo Paese dalla buffa forma di uno stivale sia quello - grazie al suo passato - che possiede ancora il più alto tasso di bellezza nel mondo, cui c'è da aggiungere il suo ottimo clima, potrebbe farlo lentamente diventare la meta preferita di turisti e pensionati. E giacché c'è precisa: "Una specie di Florida europea". Roba da correre ad abbracciare il termosifone più vicino per scacciare i brividi.

 

Tre "regalini" Usa per Napolitano

uesta settimana di viaggio del presidente Giorgio Napolitano tra Washington e New York è stata densa di incontri ufficiali e non, seguiti da conferenze stampa. L'impressione che il presidente ha dato è stata quella di una perfetta sintonia nei rapporti bilaterali con l'alleato americano. "Il mio bilancio della visita negli Usa è positivo: senza nessun ‘se' e nessun ‘ma'". Cioè una missione scivolata tutta sul velluto con soltanto una nota stonata: la puntuale "concidenza" che sarebbe arrivata con un articolo del New York Times che descriveva un malessere dell'Italia con gli italiani "i più infelici d'Europa" e che nel lungo reportage indicava le ragioni che ne fanno rischiare il declino. L'articolo a firma del corrispondente Ian Fisher è apparso giovedì, proprio quando Napolitano avrebbe partecipato ad una colazione-conferenza al prestigioso Council on Foreign Relations, tempio dell'establishment newyorkese che conta negli affari e nella politica internazionale. E sempre lo stesso giorno quando, nel pomeriggio, Napolitano si sarebbe dovuto recare in visita al nuovo Palazzo del NYT disegnato da Renzo Piano. Una "coincidenza" con scelta di tempi perfetta. Ma per qualcuno anche vero e proprio siluro basato su esagerazioni e falsità, secondo almeno l'immediata interpretazione data da chi stava attorno a Napolitano, tra funzionari e giornalisti inviati (che però avevano non poche difficoltà nel capirne la lingua...). Così abbiamo assistito al Presidente, che pure sfoggia una padronanza dell'inglese mai sentita a nessun politico di rango italiano - ma forse perché ne aveva letto solo poche parti e di fretta - che assecondava quell'aria di statista "vittima" di un giornalismo "cieco che vede solo ombre", e che se avesse anche occhi aperti "vedrebbe anche le luci" (sic!).

Non siamo sicuri che queste frasi pronunciate da Napolitano durante la conferenza stampa, siano state anche dette all'interno della redazione del NYT. Alcuni resoconti di agenzia ci dicono di sì, praticamente Napolitano avrebbe "tirato le orecchie" a questo modo "cieco" di far giornalismo. Chi scrive non ci crede, spera che invece siano solo coloriture del giornalismo italiano, di chi è sempre troppo abbagliato di luce se parla un potente, anche se magari sarà stata legittima la voglia del presidente della Repubblica italiana di spronare l'autorevole quotidiano a sottolineare di più la forza dell'Italia. Speriamo, perché se per caso avesse invece pronunciato quella frase sul "giornalismo cieco", Napolitano in questo caso si sarebbe coperto di ridicolo e avrebbe anche avvallato le accuse che l'articolo di Fisher sostiene, un articolo che dava la parola ad italiani di tutte le età e professioni (non solo seguaci di Grillo quindi ma compreso il sindaco di Roma Veltroni che infatti ieri ha giustamente ha difeso l'articolo del NYT), e cioè che la politica italiana sta sempre più diventando una casta che non riesce a rispondere alle improrogabile necessità di rinnovamento per modernizzare la società italiana.

Il compito del giornalismo non è quello di concentrarsi sulle luci, ma piuttosto sulle ombre. Certo non tralasciando neppure quello che pur funziona, ma non mettendo al centro del proprio lavoro. Non sono, o non dovrebbero essere, i giornalisti, giullari di corte che ridono al comando di ogni battuta pronunciata dal monarca. Ora, Napoletano purtroppo non si è accorto che l'articolo dell'autorevole NYT le metteva pure in risalto certe luci dell'Italia, come per esempio la capacità di slcune aziende di battere la concorrenza - e anche cambi sfavorevoli - quando si concentrano sul prodotto di alta qualità. Ma tutto quello che abbiamo letto su quel magnifico articolo di un giornalista americano per nulla cieco, era la capacità professionale di vedere ben più lontano delle veline di Palazzo. Di questo viaggio poi, ci ha veramente sorpreso come la seconda "sorpresina" newyorkese, "coincidenza" arrivata altrettanto puntuale come quella del Times ma, secondo il parere di chi scrive, ben più grave per le possibile ricadute sull'immagine dell'"azienda Italia". Parliamo del lungo articolo sempre in prima pagina ma questa volta sul Wall Street Journal, uscito sempre giovedì, invece ignorato dalla discussione tra giornalisti e presidente. Noi questa ben più importante "coincidenza" l'abbiamo già sottolineata sull'America Oggi di giovedi (potete trovare il commento nel sito www.americaoggi.info). Lo abbiamo fatto notare a Napolitano quell'articolo, e siamo rimasti sorpresi, anche se compiaciuti della sua schiettezza, quando il Presidente ha subito ammesso che non ne era informato. Un reportage, intitolato "In Europe, Some Still Cling To Dreams of Revolution" che se interpretato in un certo modo da chi sappiamo legge prima il WSJ che il NYT, può recare molti più danni all'Italia e alla sua speranza di cominciare ad attrarre più investimenti dagli Usa.

Ma ora passiamo alla terza anzi, "prima coincidenza" avvenuta a Washington proprio martedì, il giorno dell'incontro con il presidente Bush, un "regalino" affatto notato o messo nel giusto risalto.

"Lo stato dei rapporti tra Italia e Stati Uniti è eccellente - ha affermato il presidente della Repubblica dopo - sia a livello bilaterale che all'interno delle organizzazioni internazionali, dalla Nato all'Onu".

Ecco proprio questa dichiarazione apre invece un punto dolente in cui i rapporti tra Italia e Usa non appaiano per nulla eccellenti, almeno se si guarda un po' al di là delle dichiarazioni di circostanza alla fine di un meeting di stato.

Un eminente professore di relazioni internazionali, Hermman F. Eilts, ex diplomatico al quale era capitato di scontrarsi vivacemente con Kissinger ma che per rara bravura continuò ad essere l'ambasciatore americano in Egitto fino ai tempi della storica pace di Camp David (il più grande successo diplomatico della storia degli Stati Uniti in Medio Oriente), diceva sempre ai suoi studenti, all'inizio di ogni corso: per capire come stanno procedendo i rapporti tra gli Stati concentratevi sulla cornice, sugli incontri solo apparentemente marginali, e non solo sul quadro dipinto sulle dichiarazioni ufficiali dei leader. Cioè, non fidarsi di ciò che dicono i capi di governo o i ministri durante una conferenza stampa, ma osservare tutto ciò che si muove attorno a loro proprio nei giorni precedenti o immediatamente successivi. Ora, nel caso della visita del presidente Napolitano, bastava concentrarsi su quello che accadeva a Capitol Hill proprio negli stessi momenti in cui Bush intratteneva il suo ospite alla Casa Bianca.

Quando Napolitano, con accanto Bush, ha detto che non si può lasciare intero sulle spalle degli Stati Uniti l'onere della sicurezza e "l'Italia è pronta a fare la sua parte", tutti erano concentrati sul caso iraniano. Ma bastava notare che proprio nelle stesse ore il Segretario alla Difesa Robert Gates testimoniava difronte alla Commssione del Congresso usando parole che non lasciano dubbi. Ecco una parte del resoconto del Washington Post pubblicato il giorno dopo:

"Defense Secretary Robert M. Gates sharply criticized NATO countries yesterday for not supplying urgently needed trainers, helicopters and infantry for Afghanistan as violence escalates there, vowing not to let the alliance "off the hook.""

"I am not ready to let NATO off the hook in Afghanistan at this point," Gates told the House Armed Services Committee. Ticking off a list of vital requirements - about 3,500 more military trainers, 20 helicopters and three infantry battalions - Gates voiced "frustration" at "our allies not being able to step up to the plate."

The defense secretary's public scolding of NATO, together with equally forceful testimony yesterday by Adm. Michael Mullen, chairman of the Joint Chiefs of Staff, put on display the growing transatlantic rift over the future of the mission in Afghanistan. The Bush administration over the last year has increasingly bristled at what it sees as NATO's overly passive response to the Taliban, but European leaders have repeatedly rebuffed entreaties by Gates and President Bush to do more.

Gates later qualified his criticism by praising British, Canadian and Australian forces, which he said have "more than stepped up" in combat roles. "We should not use a brush that paints too broadly in terms of speaking of our allies and friends," he said.

One of the most pressing needs in Afghanistan is for about 3,500 additional trainers for the Afghan police, a force that Gates said suffers from "corruption and illiteracy." "The European effort on the police training has been, to be diplomatic . . . disappointing," Gates said.

Ecco che le parole di Napolitano all'uscita del suo colloquio con Bush ora appiono più chiare. L'Afghanistan, è lì che si nasconde la nota dolente nei rapporti tra gli Usa e alcuni paesi della Nato (tra i quali l'Italia). E qui Gates diventa portavoce "pubblico". Napolitano era andato quela mattina alla Casa Bianca senza sapere che Gates avrebbe pronunciato quelle parole? Ovviamente no. Abbiamo chiesto all'ex funzionario di alto livello del Pentagono, Richard Greco, che conosciamo bene e che per nostra fortuna era alla colazione del Council of Foreign Relations, se fosse possibile che sia solo una coincidenza, che Gates dicesse quelle frasi senza che la delegazione italiana non fosse avvertita prima dell'incontro con Bush.. "Di solito" , ci ha risposto Greco, "i canali diplomatici si attivano, arriva una comunicazione che avverte prima in modo che le repliche siano altrettranto ben preparate...".

Quindi, forse, la visita di Napolitano non è che fosse così liscia, neanche sul fronte bilaterale. Anche perché, quello che preoccupa gli americani non è solo l'Afghanistan ma sopratutto il futuro della Nato. Come ha detto Gates quel giorno:

"I know, as do you, the members of this committee, that if the world's greatest democracies cannot summon the will to accomplish a mission that all agree is morally just and essential for our collective security, then the citizens of these democracies will begin to question the mission's worth - and perhaps even the worth of the Alliance itself. We must not allow this to happen".

Peccato che nell'incontro con Napolitano al Council on Foreign Relations, la sede giusta per discuterne "liberamente", non si sia accennato a queste forti dichiarazioni del capo del Pentagono, ovvero dell'amministrazione Bush.