A modo mio

Oracle

di Luigi Troiani

Sulle pendici della catena del Parnaso, le colonne sono in fila, benché interrotte dall'offesa degli uomini e scolorite dall'inclemenza del tempo. Dove si invocava Apollo, dove le pizie imploravano la chiaroveggenza, un'altra civiltà, quella cristiana, ha sostituito il mondo di eroi e dei che generò la bellezza e la sapienza, la Grecia immensa degli Omero, dei Demostene, dei Socrate. Delphi, il luogo della profetica pizia, è bellezza e mito, storia e monumenti, iscritta dall'Unesco tra i beni che l'Umanità è chiamata a preservare per i millenni a venire. Visitatore assorto, fletto l'orgoglio di uomo del XXI, guardo intorno, provo a captare l'eco delle voci del tempo e della storia.
    Un tempo qui arrivavano carovane di fedeli al dio Apollo. Chiedevano alla pizia il loro destino. A interrogare non soltanto i poveri diavoli del dramma quotidiano, ma le personalità in cerca di pace e certezze sulle scelte strategiche del proprio destino privato e pubblico. Tra le pietre che mi circondano, si consumarono mille destini, sin quando giunsero i conquistatori Romani. Bene andava Apollo, la pizia, le divinazioni faconde sul futuro incerto, purché non interferissero con la gestione della res pubblica, dove il mando apparteneva a Cesare e al Senato di Roma e nessuna intrusione magica era ammessa, neppure dalla grande e venerata Sibilla di Delphi. Così il santuario conobbe il declino, benché il colto e "orientale" Adriano ne tentasse il recupero, benché Roma ne restaurasse la decadenza e ne rilanciasse il culto dismesso.
    La pizia fu dapprima sacerdotessa bambina e vergine, dedita alle cure dei riti del serpente pitone (da cui pitìa). Generò quindi oracoli, nel nome del nuovo dio Apollo. Quando la giovane e bellissima ragazza di Delfi fuggì, rapita dalla passione per un giovane baldo e amabile, fu scandalo inenarrabile e sacrilegio. Si affidò allora il rito alla donna anziana, sorta di vecchia fattucchiera, prototipo della strega scarmigliata dei giorni nostri. Il rito proseguì, confezionando nei secoli gli oracoli per i quali Delfi ancora oggi è conosciuta nel mondo
    Il mare è giù al fondo della montagna. Quando è agitato, fa sentire il frastuono delle onde sin sulla china del sacro monte. Conifere e verde spezzano il tratto tra mare e monte. Per arrivare a Delfi, da Atene, bisogna attraversare la Focide (Fokida), salendo la catena del mitico Parnaso, dove cantava e suonava la cetra Apollo, dio dal cui culto la Sibilla derivò i poteri di divinazione. A Delfi, nel tempo dello splendore luccicavano i marmi, e i sacerdoti di Artemide gareggiavano con la pizia nel servizio del dio. Ora turisti ignari bagnano la roccia del loro sudore irreligioso, e così sia. Ci sono come due enormi rocce sopra il complesso dei templi che formano il santuario: le Faidriadi. Su quelle rocce fu fondata la prima spiritualità di Delfi. Nell'antichità era considerata l'ombelico del mondo, e il centro spirituale della Grecia antica. Per molti secoli fu centro spirituale senza eguali, che accoglieva pellegrini da tutto il mondo greco.
    A Delfi il peso del tempo la fa da padrone. Tra turisti e locali che lavorano, il giro di denaro è vorticoso. Si attende che le aquile di Zeus arrivino dalla fine dell'universo a cercare il centro del mondo, collocato dove Delfi sta da millenni. Nel museo la successione di tesori e statue dai santuari è impressionante. L'auriga, perfezione famosa di misure ed espressività, è privo del cocchio e dei cavalli. Sembra dire, nella sua graziosa immobilità, che il tempo si chiude, e che è indispensabile parlare, persino nel nome della pizia di Delfi, per mettere in comune i drammi dell'esistenza. In lontananza, sopra il Parnaso, il tuono cresce e richiama attenzione. Forse è vicino il temporale.