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Libri. Un giorno nelle mani di Lucia

di Stefano Vaccara

In questo mondo intrecciato da miliardi di vite che mai si intersecano, può accadere che una di quelle più straordinarie, dopo aver affrontato e vinto il secolo più buio, al rintocco dei 106 anni - e ad appena un mese dal lasciarci - ne incontri una quattro volte più giovane e la destini ad essere testimonianza della potenza del suo passaggio.

Lucia Servadio Bedarida, nata ad Ancona nel 1900, è scomparsa l'anno scorso a Cornwall-on-Hudson, un villaggio a 50 miglia da New York. Tra queste due tappe, c'è l'esistenza di una donna che ora chiunque potrà conoscere e farsi da lei emozionare, una donna che racchiude in sé il valore dell'attaccamento alla vita, il valore di ogni vita.

Ecco come tutto ciò ci arriva.

Olivia Fincato è una giovane giornalista freelance. Nata a Bassano del Grappa nel 1980, dopo la laurea a Milano invece di accettare un lavoro offerto alla sua bravura da un importante professore, parte per New York.

Olivia ha pochi contatti tra i quali Giovanna Adler, un'altra vita di donna italiana nell'Hudson Valley. Giovanna conosce da tempo Lucia Servadio Bedarida e sente che deve fare incontrare la sua amica centenaria con la giovane e sensibile Olivia. "Avevo presentato Lucia e Olivia nell'autunno 2005.... In silenzio ascoltavo, percependo le vibrazioni di entrambe. Da un lato la giovinezza, pronta ad abbracciare la vita, alla ricerca del segreto per sopravvivere. Dall'altro Lucia, desiderosa di svelare quel segreto a chi avesse ascoltato e compreso le sue parole...." così scrive Giovanna nella prefazione al libro di Olivia Fincato e Renato D'Agostin "Un giorno con Lucia" (ed. Zeropuntozerozero, 2007)

Ma quel primo emozionante incontro tra Olivia e Lucia si interrompe quasi subito. Olivia chiede a Lucia di quella antica e bella sedia, lei risponde che era della madre, morta insieme a sua nonna ad Auschwitz: "Ti prego ora vai. Torna".

"Il suo ricordare pacato improvvisamente diventa aspro e doloroso e le stanche membra non possono sopportare il peso. Siamo scivolate nel fondo delle più terribili memorie dell'umanità". Scriverà nel libro Olivia, che deve andare via quel giorno, sicura di tornare.

Qualche settimana dopo Olivia chiama Lucia, lei risponde: "Perché ci hai messo tanto tempo a farti viva? Quando torni?"

Olivia torna a Cornwall ma questa volta porta con se Renato D'Agostin, anche lui giovane talento italiano accolto da New York, fotografo di classe 1983. Lo ha appena conosciuto, ma le sono bastate vedere alcuni scatti di Renato per avere l'intuizione. "Verresti con me, c'è una meravigliosa signora di 106 anni... Non ho budget, non so cosa farò... vieni?" "Ho detto sì, subito" ricorda poi Renato, "perché ho sentito una incredibile energia in Olivia, non sapevo cosa mi aspettava ma capivo che dovevo andare".

"L'idea di farle dei ritratti durante la conversazione piaceva ad entrambi" scriverà Olivia, "senza essere indiscreti o intrusivi. Non sapevamo quale potesse essere la reazione di Lucia di fronte alla macchina fotografica. La settimana seguente l'avremmo incontrata".

Il 16 marzo 2006 nel villaggio sull'Hudson era "una di quelle giornate d'inizio primavera, fresche, luminose. Lucia era nel suo studio quando arrivammo. Una stanza raccolta co una piccola scrivania, due poltroncine e decine di fotografie appese alle pareti. Era la sua vita. Lo si percepiva da come ogni ricordo aveva un posto preciso. Da Ancona a Vasto, da Tangeri a New York. Quello che rimaneva, sopravvissuto nel tempo e nello spazio, era lì, in quella stanza, con noi.

Lucia ruppe subito il velo dell'imbarazzo iniziale chiedendomi di posizionarle l'apparecchio acustico, per poter sentire. Non l'avevo mai fatto. Mi avvicinai al suo capo e delicatamente inserii quei minuscoli strumenti nelle orecchie".

"Grazie. Ora mi sento quasi una persona normale. Chiedimi quello che vuoi, sei padrona di me adesso".

In quelle ore trascorse con i due giovani nella stanza con vista sull'Hudson, Lucia Servadio Bedarida attraversa il discorso sulla vita aprendosi al ricordo di 106 anni. Il libro di Olivia e Renato racconta la vita di Lucia ma non come una biografia, piuttosto è una conversazione che l'autrice ha con lei mentre il fotografo approfondisce il dialogo con le immagini. Le mani di Lucia diventano lo strumento guida del racconto. Olivia deve solo accennare, Lucia da quelle mani fa seguire le parole. "Quelle mani che hanno dato così tanto alla vita" ci dirà Olivia.

"I tagli netti con la vita, la perdita disumana della madre, il distacco dalle figlie, sofferto e consapevole e, infine, la morte del marito. Sono eventi che Lucia ha saputo affrontare con coraggio continuando nella sua missione di medico...

Dottoressa Lucia Servadio Bedarida, prima il più giovane medico in Italia, dopo primo medico donna in un paese musulmano e madre, Mama Rida, di tutti i suoi pazienti"

"... Ho sentito come una rivelazione e ho saputo che lo studio della medicina era la strada su cui dovevo mettermi. Debbo dire che non me ne sono mai pentita durante i 65 anni di vita nel campo medico... Questo richiamo che io ho sentito, quest'influenza sullo spirito femminile per curare chi soffre, deve essere stato forte in quel momento perché tante giovani vite venivano spezzate e molte altre erano sottoposte a sofferenze incredibili".

Lucia Servadio si laurea nel 1922 Dottore in Medicina, Chirurgia ed Ostetrica all'Università di Roma. Poco dopo sposerà un medico di Torino, il Dottor Nino Vittorio Bedarida. Avranno tre figlie, Paola, Mirella, Adria. Lui sarà trasferito all'ospedale di Vasto. Sono nella cittadina abruzzese quando perdono improvvisamente tutto per via delle leggi razziali del '38. Nino e Lucia devono mettersi in salvo, cercano di andar via dall'Italia. Ci riescono, dopo vani e dispendiosi tentativi, grazie ad un ex studente di Nino, che gli fa pervenire l'offerta di un lavoro in una clinica privata di Tangeri, in Marocco.

Lucia cercherà di far arrivare a Tangeri anche la mamma Gemma Vitale Servadio, riuscendo tra mille difficoltà ad ottenere anche per lei un permesso, ma Gemma non se la sentirà di abbandonare sola la madre, Nina Levi Vitale, la nonna di Lucia. Su entrambe si scatenerà la furia nazi-fascista.

Nino e Lucia lavoreranno in Nord Africa sempre accanto con grande e riconosciuto successo. Lui muore nel 1965, dopo una lunga malattia, lei continuerà da sola praticando in Marocco la sua professione fino al 1980. Alla fine della guerra aveva inviato le figlie a studiare negli Stati Uniti, dove avrebbero iniziato una nuova vita. Lei attraverserà l'Oceano più volte, ma non abbandonerà mai, fino a quando ne avrà le forze, le sue donne musulmane che voglio essere assistite solo da "Mama Rida", per anni unico medico donna, ebrea, in un paese islamico.

Lucia agli inizi degli anni Ottanta si trasferisce dalle figlie in America, a Cornwall on Hudson. Un quarto di secolo dopo e a pochi giorni dalla morte, l'incontro con Olivia e Renato. Quindi un libro da questo straordinario colloquio tra due donne fissato nelle fantastiche immagini di D'Agostin (all'Istituto di cultura di New York si può ammirare una mostra con le foto di quella giornata).

Quando Olivia chiede "cosa l'avesse guidata e accompagnata durante quel secolo. Testimone di cambiamenti violenti, sopravvissuta all'ingiustificabile odio nazista e coraggiosa, nel lasciarsi colpire", ecco la risposta di Lucia: "Avere fede nella vita, la vita è più forte della morte. La religione ebraica enfatizza la vita".

Giovedì scorso l'IIC di New York ha celebrato il libro. In una sala stracolma, Renato Miracco, direttore dell'Istituto, ha esordito dicendo di essere emozionato, ha creduto in questo progetto sin dall'inizio. Anche se non ha conosciuto personalmente la Sig ra Lucia, ha detto che la sentiva presente in sala ed alla fine del suo discorso introduttivo si è rivolto a lei salutandola e dandole il benvenuto.

Il console generale Francesco Maria Talò è intervenuto affermando tutta la sua curiosità per saperne di più della storia di questa "Italian Citizen of the World" che era conosciuta tra i suoi impiegati in consolato perché spesso negli ultimi anni andava a ritirare il suo "Certificato di esistenza" .

Poi ha parlato Giovanna Adler, l'artefice dell'incontro, molto più di un'amica, colei che Lucia chiamava "la figlia adottiva". E lo storico Stanislao Pugliese, che ha letto un brano dall'intervento di Lucia ad una conferenza tenuta nel 1996 alla Hofstra University sugli ebrei italiani. E poi Stefano Albertini, il direttore della Casa Italiana Zerilli Marimò della NYU, che ha ricordato come Lucia fosse l'unica, tra migliaia, a rispondere a tutti gli inviti per gli eventi della Casa Italiana anche quando non poteva attendere.... Albertini ha detto come anche Dante ci ha ricordato che tutti portiamo addosso le cicatrici della propria esistenza, e quelle rughe nelle mani di Lucia, per sempre immortali nelle immagini di D'Agostin, trasmettono il coraggioso messaggio di quella vita.

Olivia Fincato e Renato D'Agostin hanno fondato una casa editrice per pubblicare il loro libro. Quando ho chiesto loro come l'incontro con Lucia potrà condizionare anche le loro vite professionali, hanno atteso un po'... Poi hanno detto che continueranno a cercare di dar voce alle vite che meritano di essere più ascoltate. A questo servirà anche la casa editrice fondata con pochi mezzi ma resa forte dal messaggio di Lucia su come si affronta la vita.

Olivia Fincato e Renato D'Agostin "Un giorno con Lucia" (ed. Zeropuntozerozero, 2007)

Per maggior informazioni sul libro contact@zeropuntozerozero.com www.zeropuntozerozero.com

Domenica 16 dicembre, alle 4 pm, al Center for Jewish History l'evento "Lucia Servadio Bedarida: from Rome to Tangier, the journey of a Jewish doctor." (15 West 16 st, New York, tel. 917 606 8202)