Libri

Spingendo la verità sulla storia

di Gina Di Meo

Ho letto il libro Spingendo la notte più in là (Mondadori 20007) di Mario Calabresi, tutto d'un fiato in neanche due ore e alla fine ho deciso di essere arrabbiata. Non con lui, certo, ma con chi gli aveva tolto il padre e per tutte le ingiustizie e diciamolo, anche le umiliazioni, che lui e la sua famiglia hanno dovuto subire. Oltre che arrabbiata non mi sono spiegata una cosa: come si fa a raccontare dei fatti così personali, così dolorosi con tanta serenità, pacatezza? È difficile accettare la morte di una persona cara, figuriamoci quando questa persona ti viene tolta in modo violento! Ho incontrato Mario in diverse occasioni di lavoro e devo dire che effettivamente lui appare come una persona molto tranquilla, soddisfatta della sua vita, ripeto senza quella rabbia perenne che ti porti dentro se, quando hai solo due anni, ti portano via il papà. Poi ho capito quando l'ho sentito parlare di persona del suo libro durante la presentazione alla Casa Italiana Zerilli-Marimò, con lui, oltre a Stefano Albertini, direttore dell'istituto, anche Ezio Mauro, direttore del quotidiano La Repubblica, per il quale Mario è corrispondente da New York. Tutto merito dell'educazione che ha avuto, merito di sua madre che ha fatto di tutto per evitare che in lui nascessero sentimenti di odio e rancore. Mario è modello di comportamento esemplare, del modo giusto e intelligente di reagire alle cose, è civile e ci insegna che la violenza non si combatte con la violenza. Lui ha vinto sul terrorismo, un po' come Ghandi all'epoca condusse la sua battaglia con la non-violenza e ha dato una lezione a tutti. Senza peccare di eccessivo sentimentalismo.

Spingendo la notte più in là parla di un altro punto di vista, quello delle vittime del terrorismo e delle loro famiglie, come ha detto Mauro «Il libro è importante perché ci fa vedere l'altra faccia del terrorismo. Tutte le volte che in Italia si parla di questo argomento, troppo spesso si tende a ricordare i terroristi e non le famiglie delle vittime». E per la serie quando ci si trova al momento sbagliato, nel posto sbagliato, il direttore ha sottolineato come «Il commissario Calabresi in quel particolare momento era l'emblema dello Stato italiano in un periodo in cui la sinistra era contro il governo. E Mario nel suo libro, nonostante il coinvolgimento, non si spoglia mai del suo abito di giornalista, tiene fede alla sua funzione. Ha fatto una ricostruzione attraverso i ricordi che ha di suo padre e nonostante fosse molto piccolo, ricorda l'urlo della mamma quando le viene detto della morte del marito, il suo aggrapparsi alla sua gonna e poi ancora il ricordo dolce del padre che durante una parata se lo mette sulle spalle. Il peso di quella vicenda si fa sentire di più da adolescente, vediamo questa mamma (una donna straordinaria, come si evince nel libro, fedele fino in fondo al marito, ndr) che tenta di salvare la famiglia, e Mario che più volte salta la scuola per cercare di ricostruire attraverso i giornali cosa è accaduto e così si imbatte nella catena di odio nei confronti di suo padre. Lui vive il contrasto tra la figura paterna e appunto l'odio che c'era all'epoca nei confronti del commissario Calabresi. Io una volta gli ho detto: Fortunatamente non ricordo cosa ho pensato quando è morto Pinelli. Poi ho conosciuto la famiglia di Mario, ho visto da vicino quanto ha saputo darsi un'educazione etica, democratica, pur conservando la memoria. Mario ha saputo intrecciare la vicenda della sua famiglia con quella delle altre famiglie vittime del terrorismo. Noi italiani non abbiamo saputo fare i conti con il terrorismo, si credeva che una volta sbaragliata l'organizzazione, si poteva mettere fine a questo capitolo. Non siamo stati, invece, in grado di capire, pur conoscendo il dolore delle vittime, che quelle date dovevano essere pubbliche, scritte nei calendari, e quelle famiglie sono state lasciate sole».

Ascoltando il dibattito, ho la sensazione che anche le parole di Ezio Mauro lascino trasparire un po' di rabbia per come sono andate le cose, poi arriva la volta di Mario, ed il suo racconto, anche se pungente, è rassicurante, e rispondendo alla domanda di Albertini che gli chiede: "Come ha reagito tua madre quando ha scoperto che stavi indagando su quegli anni?". «Mia madre - spiega - ha scoperto tutto leggendo il libro, che ho scritto qui, con la distanza necessaria, e non volevo farlo vedere agli altri perché per me era un qualcosa di troppo intimo. Devo dire che la cosa che mi ha dato più fastidio in questi anni è stato vedere che si stesse per voltare pagina, chiudere la porta. Intendiamoci, non è che sia contrario a questo, ma si lascia fuori una parte, gli unici interlocutori sono i terroristi. Un esempio concreto? Nelle librerie si trovano scaffali pieni di libri con le memorie dei terroristi, ma niente che parli delle vittime, del dolore delle famiglie e io mi sono sentito tagliato fuori. La cosa che mi ha più inquietato è che gli italiani che hanno meno di 40 anni hanno solo una vaga memoria di quei fatti, figuriamoci chi è più giovane e alla fine si ritroverà a leggere solo del punto di vista dei terroristi, ricavandone, tra l'altro, un'immagine romantica. I ragazzi di oggi si fanno l'idea che si trattava di persone che combattevano uno stato dittatoriale, eppure non c'era la dittatura, non c'era la guerra civile, bensì la democrazia e persone che si sono messe a sparare, contro chi aveva la sola colpa di voler far funzionare le cose, qui non c'è idealismo, sono solo degli assassini. Se si rimuovono anche i morti, allora una cosa la si lascia ai terroristi, appunto averli eliminati. Va bene che le pene finiscano ma le responsabilità devono restare».

Albertini ha poi toccato un' altra questione chiave che in Italia ha molte crepe, ed è quella della condivisione della memoria, il passaggio dalla memoria personale a quella collettiva. «Questa cosa - ha commentato Mauro - non accade solo per il terrorismo, è successo anche per il fascismo ed il comunismo, non si scende a patti con la realtà, non ci si riconcilia, semplicemente si scaricano le responsabilità. Ma in questo il giornalismo può aiutare a capire, può aiutare ad avere un'educazione democratica. Io stesso in passato mi sono vergognato per non aver capito tante cose, ma quando da cronista ti trovi dinnanzi ai cadaveri, comprendi che non si spara ad una persona solo per le sue idee».
In merito all'utilità di una targa o di una medaglia o di una giornata del ricordo, «Ho sempre pensato - ha detto Calabresi - che le cose burocratiche fossero un po' inutili, ma mi sono anche reso conto che se già la sostanza è stata rimossa e manca anche la cornice, alla fine non resta niente. Quando l'ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha consegnato la medaglia a mia madre, le ha detto: "Signora, abbiamo ritrovato la memoria", ho capito che anche quei gesti avevano un senso, hanno colmato il vuoto lasciato da uno Stato latitante negli anni».

L'ultima parola ancora a Mauro che ha concluso dicendo che: «Il libro di Mario ha un doppio merito, quello di dare una chiave di lettura a certe vicende e quello di non cedere al vizio italiano di cercare di mettere una pietra su tutto senza prima chiarire».
Spingendo la notte più in là uscirà l'anno prossimo anche in traduzione inglese e pubblicato da Other Press.
E quanto ad una Giornata della memoria, finalmente un po' di giustizia è stata fatta con l'approvazione di una legge che stabilisce che il 9 maggio, il giorno in cui fu ritrovata l'auto con il cadavere di Aldo Moro, sia la data per celebrare le vittime del terrorismo e delle stragi.
(Una lunga intervista con Mario Calabresi è stata pubblicata su Oggi7 domenica scorsa. La potete trovare su www.oggi7.info)