Arte

I giardini segreti di Ettore e Linda

di Samira Leglib

Per chi pensava che i giardini, perle oziose di un tempo andato, avessero perduto il loro fascino e la loro aura tra le nuove generazioni di artisti che si staccano di un secolo da un Monet che si impressionava all'aria aperta o da un Manet che prediligeva le colazioni sull'erba, si deve ricredere.
I due artisti vincitori dell'ultima edizione del "Premio New York", un programma di borse di studio sponsorizzato dall'Italian Academy della Columbia University in cooperazione con il Ministero degli Affari Esteri e riservato a giovani artisti italiani emergenti, hanno infatti presentato questa settimana (29 Novembre-18 Dicembre) la loro mostra personale accomunata da un inaspettato soggetto (soprattutto se pensiamo a New York), i giardini.
"A private view" di Ettore Favini è l'estrapolazione di un contesto, quello del giardino, quasi a volerne cristallizzare la memoria perché non vada perduta. Un intento dichiarato dallo stesso artista che ha rivolto il suo lavoro alla preservazione dei piccoli giardini comunali (Community Gardens) della città che stanno scomparendo per via del mercato immobiliare sempre più pressante.
«Mi affascinava l'idea di salvare qualcosa di questi community gardens che oggi ci sono e domani magari no per via delle Real Estates le quali per potervi costruire aumentano gli affitti di volta in volta fino ad arrivare a scadenze settimanali o addirittura giornaliere». Entrando nella sala la proiezione dell'ombra di un grande salice piangente lascia la sensazione di immergersi dal vero in un giardino. La nostra propria ombra, che volutamente si staglia nel muro insieme alle fronde dei rami, diventa parte del paesaggio e arte nella sala. Di fronte, una grande sedia di legno composta da due elementi incastrati tra di loro.
«Volevo lasciare un'immagine piuttosto che una struttura materiale», spiega Ettore Favini, «nel giardino vero e proprio c'è una sedia di legno sulla tipologia di quelle che possiamo ritrovare nelle campagne americane, su questa sedia ci si può sedere e trattenere il ricordo visivo del giardino».
Le sedie, tre in totale e due donate al Community Garden situato tra Avenue B e 6th street, sono già state donate e sono ora in attesa della collocazione prevista entro la fine dell'anno. «Ho scelto questo giardino in particolare perché vi si trova anche la sede di Earth Celebration, associazione che si batte appunto per la difesa di questi giardini e che negli anni '70 era un centro di ritrovo per molti artisti che vi lavoravano».

Tra le altre installazioni in sala, un ramoscello seccato, una falena cristallizzata e una piccola meridiana ricavata dal legno di un albero del giardino sulle cui venature vi puoi contare gli anni, 18. Piccole nature morte trafugate a un angolo di terra che lotta per non scomparire. Forse quella di questo giovane artista è la sola maniera per salvarle un poco, immagine tenera di una fotografia impressa nella memoria.
Il tema dei giardini, come abbiamo detto, è ciò che hanno in comune i due artisti selezionati quest'anno, ma le immagini della mostra fotografica intitolata "Playgrounds" di Linda Fregni Nagler hanno un sapore diverso. Se anche qui il colore dominante è il bianco e nero, il gusto che trasmette non è più nostalgico ma scaturisce dal contrasto semantico di un luogo che diventa non-luogo. L'artista scatta fotografie notturne di parco giochi deserti, luoghi solitamente destinati, e presenti nell'immaginario collettivo, come brulicanti di gente, vociare e corse di bambini, vita.
«Questa esposizione è la continuazione di un lavoro che ho iniziato nel 2005 in Italia, poi mi sono spostata sulle Alpi Svizzere e successivamente a Cuba. Mi catturava l'idea di questi posti nel momento in cui smettevano di assolvere la funzione a cui erano stati destinati, quando sono abbandonati e si permeano un po' di un senso di morte. Sono luoghi in cui non ci si aspetterebbe di andare durante la notte, ma è il momento in cui vi puoi trovare la memoria di quello che accade di giorno».
Fotografie che sfidano il loro principio e giocano con il buio piuttosto che con la luce. «La maggior parte di queste fotografie hanno richiesto tempi di posa lunghissimi, fino a 45 minuti talvolta», racconta Linda Fregni Nagler, «è anche un lavoro sulla fotografia che amo da sempre, un approccio che risale all'800 quando non si avevano tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione oggi e ogni scatto era una scommessa. Queste fotografie sono state scattate in condizioni di luce scarsissima se non di buio pesto. Avevo solo una persona davanti a me che mi faceva segni con una torcia per indicarmi dove finiva il limite destro e sinistro del campo. Quello che si vede nelle foto è molto di più di quello che vedevo io al momento dello scatto. Ad aiutarmi c'era soprattutto l'esperienza, ormai conosco le notti e so che effetto di luce posso avere con un certo tipo di luna o un altro».
E da questa esperienza a noi viene regalata una fotografia in cui possiamo vedere il tempo scorrere sulla scia delle stelle immortalata da uno scatto lungo 45 minuti.
La mostra, fino al 18 dicembre, all'Italian Academy della Columbia University (1161 Amsterdam Avenue, New York Tel. 212 854 2306)