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Pasolini. La lezione sul coraggio delle idee

di Michelina Zambella

Volti di gente comune, di contadini, di urla, di disperazione, profondi e penetranti, veritieri della visione di un mondo riconosciuta tardi. Pessimistiche previsioni futuristiche poco apprezzate ma che, ahimè, si sono rivelate spesso veritiere. L'evento non ha disatteso la curiosità degli amatori del grande Pasolini, accorsi martedi 27 novembre all'Istituto Italiano di Cultura. La mostra "Pier Paolo Pasolini: the Body's Truth", resa possibile grazie all'Archivio Pasolini della Cineteca di Bologna, presenta le immagini che Angelo Novi ha scattato sul set dei film del cineasta, da "Mamma Roma" a "Teorema", "La Ricotta", "Il Vangelo Secondo Matteo", "Uccellacci e Uccellini", con le foto di celebri attori quali Anna Magnani, Sergio Citti, Orson Welles, Totò, Ninetto Davoli, Laura Betti e Silvana Mangano.
Il documentario "La voce di Pasolini", diretto da Matteo Cerami e Mario Sesti, consente a Pasolini di autopresentarsi attraverso le sue stesse parole, interpretate da Toni Servillo, e le immagini proiettate. In un'avvicente e scorrevole lavoro di montaggio, riscopriamo in 53 minuti la sorpredente storia dell'Italia del dopoguerra fino agli anni '70, in cui si delinea l'evoluzione del suo pensiero.
Pasolini "figlio di papà" giunto a Roma all'inizio degli anni '50 si fece portavoce della vitalità dei giovani delle borgate di Roma. Il suo amore per il popolo e per il proletariato si evince chiaramente dai soggetti dei suoi film, come dimostrano poi le immagini della mostra che denucia la "Verità del corpo": il duro lavoro di chi suda per guadagnarsi da vivere. Intanto in Italia nel decennio degli anni '60 si realizzava il miracolo economico che l'avrebbe trasformata da paese agricolo a paese industriale. Trasformazione che Pasolini vide anche come una "Mutazione antropologica" e contro cui si scagliò in nome di valori anticapitalistici e agricoli. Come lui stesso diceva, il Meridione viveva nella disperazione, mentre il benessere era un lusso solo milanese e torinese. Si trattava di un degrado non solo spirituale ma anche estetico, edilizio soprattutto. Se prima secondo Pasolini esisteva una dissociazione tra io povero e l'altro ricco-borghese, in quegli anni si assisteva ad una omologazione.
Pasolini come uomo di sinistra ha negli '70, in un momento di grande trasformazione della società italiana, un atteggiamento contraddittorio fino a definire il sottoproletariato romano nel suo ultimo articolo, "Due modeste proposte per eliminare la criminalità", un universo odioso. "I proletari sono alla ricerca della ricchezza e dei soldi. Troppa avida furberia regna nelle loro aride vene. Il loro desiderio di ricchezza é banditesco. Man mano che la civiltà dei consumi omologa gusti e comportamenti e il sotto proletariato viene coinvolto in questo processo e si integra e perde la sua fisionomia "naturale" e adotta conformisticamente modelli e valori piccoli-borghesi". Nello stesso articolo definisce gli studenti "piccolo borghesi che si fanno assopire dalla televisione e dalla scuola".
La soluzione di tutti i mali è per lui l'abolizione della televisione e della scuola, in quanto strumenti al servizio del potere, mezzi di massificazione del popolo e di conseguente mutazione antropologica. "La banalissima tv non fa altro che omologare, questa tv di politici, di buffoni, di idioti che legge i loro telegrammi e non li fa parlare. I telegrammi televisivi sono simili alle trasmissioni radiofoniche fasciste: devono solo trapelare rassicurazione, non possono pronunciare parole di scandalo, parole nere. Negli occhi degli annunciatori regna il terrore. Il video è  una gabbia che tiene dentro gli schemi l'intera classe dirigente italiana, divenendone l'involucro protettore".
Ecco allora, contro questo presente rifiutato e detestato, il vagheggiamento di una pienezza vitalistica, l'esaltazione dell'eros e della vita nella trilogia della vita o dell'eros nei film Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972), Il fiore di Mille e una notte (1974). Questa giocosa e istintiva rappresentazione del sesso è tuttavia destinata a soccombere nell'incontro col potere che trasforma la sessualità in sopraffazione, degrado e morte. Nasce così "Salò e le 120 giornate di Sodoma" (1975), l'ultimo film di Pasolini, ispirato questa volta alle 120 giornate di Sodoma, scritto nella seconda metà del Settecento dal marchese De Sade. Questo film, inevitabilmente, considerato il testamento di Pasolini, fu presentato a Parigi il 22 novembre 1975, tre settimane dopo la tragica morte del suo autore. "Sodoma- dice Pasolini- rappresenta la Roma degli anni 50", mentre Gomorra la Milano degli anni 70, l'utopica città della violenza e della brutalità. "Io amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. L'amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro".
Invece noi lo sappiamo come è andata a finire: la mattina del 2 novembre 1975 sulla spiaggia dell'idroscalo di Ostia una signora rinviene il cadavere di Pier Paolo Pasolini.  I sessantottini hanno pianto la morte di una coscienza critica molto letta e apprezzata ma poi lasciata nel dimenticatoio. Ha pagato a caro prezzo la libertà di parola e di opinione, in un mondo che non sembra purtroppo essere cambiato: i più coraggiosi alla fine sono quelli che ci rimettono la pelle.