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Riascoltando il poeta delle ceneri all'IIC di New York

di Samira Leglib

Quando sentiamo parlare di Pier Paolo Pasolini, la prima figura che ci viene in mente è quella di un grande cineasta. Questo vale forse meno in Italia, ma sicuramente è vero in America. Ma Pasolini ha lasciato la sua impronta non soltanto nel cinema, ma anche nella letteratura, la poesia, il giornalismo, la società tutta. E' su questa scia, e perseguendo l'intento di mostrare l'artista a tutto tondo, che l'Istituto Italiano di Cultura ha presentato questa settimana un progetto promosso dalla Fondazione Aida in collaborazione con il Lincoln Center.

Abbiamo preso parte alla serata che anticipava la presentazione ufficiale del programma e posso dire che il livello delle letture e degli interventi proposti sono stati una degna ouverture. A cominciare dalle parole di Gianni Borgna, presidente della Fondazione Musica di Roma, che lo introduce dicendo: «Era un artista italiano tra i più noti ma la sua opera è lontana dall'essere conosciuta a fondo, soprattutto i suoi ultimi lavori e scritti che attendono ancora di essere compresi in tutta la loro stratificazione. E' per questo che credo che incontri come quelli cui attenderemo qui a New York, possano aiutare a comprenderlo più a fondo».
E' seguito un momento di particolare emozione quando il pubblico ha avuto il piacere di ascoltare una breve registrazione di un brano letto dalla viva voce di Pasolini mentre si trovava proprio all'Istituto di Cultura nel 1969.
Ha preso poi la parola Vincenzo Cerami, scrittore e giornalista, che ebbe la fortuna di avere Pasolini come professore di letteratura e di lavorare con lui in qualità di assistente regista in "Uccellacci e Uccellini": «Abbiamo scoperto la poesia tramite lui: Dante e Petrarca, ma contemporaneamente ci faceva studiare Gatto e Penna, poeti che all'epoca avevano quarant'anni. Ci ha mostrato la poesia come un qualcosa che è sempre vivo e legato al tempo solo in ordine filologico, sia Dante che Penna arrivano al cuore anche se passano secoli tra di loro.  Era solito far gareggiare gli studenti», continua Cerami, «nello svolgimento di traduzioni di latino o di temi liberi, quelli che gli piacevano di più li leggeva a voce alta. Io ancora conservo il primo premio che ho vinto in una di queste competizioni, "Diari", un libricino di poesie scritto da lui in Friulano». Poi Cerami ricorda il periodo più infausto della vita dell'autore, quando «le sue poesie che per lui erano dei giochi letterari, hanno creato l'inferno in cui è entrato insieme ai suoi scritti». Racconta Cerami: «Quando ha presentato a Roma "Il Vangelo secondo Matteo" fu preso a calce in faccia dai fascisti e seguirono i processi e le persecuzioni della destra perchè era un artista e un omosessuale, ma anche dalla sinistra non fu risparmiato». E conclude: «Fu definito dallo stesso Moravia, "il più grande poeta civile Italiano", un poeta che ha buttato il proprio corpo nella vita scegliendo di non stare alla finestra a guardare e probabilmente ha pagato con la vita questa comunione con l'arte».

Durante la serata è stato anche presentato il libro "Pier Paolo Pasolini poeta delle ceneri" (titolo inglese: "Poet of Ashes"), curato da Graziella Carcossi, curatrice del fondo Pier Paolo Pisolini, Andrea Mancini e Roberto Chiesi. Il volume, che si presenta diviso in due sezioni, raccoglie dapprima una lunga poesia autobiografica che Pasolini scrisse negli anni ‘60 indirizzandola a una rivista statunitense, la quale fu pubblicata tuttavia solo negli anni '80. Seguono, in questa prima parte, una serie di interviste rilasciate a New York. Nella seconda parte invece possiamo trovare una scelta di testi critici soprattutto ad opera di cari amici come Caproni, Bertolucci, Roversi e Volponi.
«La poesia che dà il titolo al libro», ci spiega invece Marcelo Tombetta che ne ha curato la traduzione in spagnolo, «è la risposta che l'autore da a se stesso in una lunga intervista immaginaria: Chi sono io? Io sono il poeta delle ceneri. Quando Pasolini la scrive era già malato di ulcera e in una sorta di bilancio della sua vita, lascia trasparire quanto egli veda in New York la libertà che non ha trovato in Italia. E se la Fallaci ha potuto obiettatare: Ecco, un altro marxista che si innamora di New York. Lui ribatte: No, New York è una città di sottoproletari».

In ultimo, Pasolini s'interroga sull'utilità della poesia e vogliamo chiudere con le sue stesse conclusioni: «Non c'è altra poesia che l'azione reale. Ma avrò sempre il rimpianto per quella poesia che è azione in sé, che non esprime altro che la sua musica e la sublime passione per se stessa».