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Le ultime profezie di Pier Paolo

di Gina Di Meo

La lezione di Pier Paolo Pasolini ripercorsa attraverso i suoi ultimi anni. Un po' come il grande artista italiano ha fatto in "Poeta delle Ceneri", ma io non sto facendo che un poema bio-bibliografico, così chi lo ha conosciuto di persona come Vincenzo Cerami, scrittore, suo allievo e suo aiuto regista, Gianni Borgna, presidente della Fondazione Musica per Roma, o chi ne ha raccolto l'eredità come Roberto Chiesi, curatore del Fondo Pier Paolo Pasolini, ci hanno offerto una "retrospettiva" degli anni immediatamente precedenti alla sua tragica morte. Pasolini's lesson, che ha visto una Casa Italiana Zerilli-Marimò delal New York University piena ben oltre il limite di posti, ci ha quasi fatto toccare con mano Pasolini, abbiamo percepito la sua presenza sul palco, accanto agli ospiti, tanto era viva la descrizione che ne è stata fatta.

A dare lustro al dibattito, moderato da Antonio Monda, giornalista e docente alla NYU, la presenza della cantante e poetessa rock, Patti Smith, che in Pasolini ha visto colui che non si ferma ad una sola visione delle cose, che vede la realtà secondo diversi punti di vista, insomma la libertà di sentire secondo le proprie attitudini.
«Il mio primo ricordo di Pasolini - ha raccontato la cantante - risale a molti anni fa. Da piccola ho avuto un'educazione religiosa molto rigida, sono cresciuta in una famiglia di Testimoni di Geova, però volevo essere cattolica perché i cattolici avevano le chiese più belle. A dodici anni sono rimasta delusa di tutto questo e ho deciso di dichiararmi indipendente da Dio, mi sono ribellata alla religione. Poi ho avuto un brutto incidente e ho avuto molto tempo per riflettere e proprio in quel periodo ho visto "Il vangelo secondo Matteo" e da quel momento è cambiata la mia percezione delle cose, anche di Cristo. Attraverso Pasolini ho capito che non mi stavo ribellando a Cristo, bensì alla Chiesa, al sistema ed improvvisamente è sparita la mia rabbia, mi sono sentita libera. Ho imparato anche ad apprezzare il valore del silenzio, a parlare ed ascoltare attraverso di esso».

Ma com'era Pasolini nell'ultimo periodo della sua vita? Gianni Borgna ce lo descrive come un critico spietato della contemporaneità e soprattutto di quella italiana, e ci porta come esempio il suo ultimo romanzo incompiuto, Petrolio (pubblicato da Einaudi solo nel 1992, ndr). Pasolini disse della sua ultima opera di narrativa:
Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di summa di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie... Sto lavorando a un romanzo. Deve essere un lungo romanzo, di almeno duemila pagine. S'intitolerà Petrolio. Ci sono tutti i problemi di questi venti anni della nostra vita italiana politica, amministrativa, della crisi della nostra repubblica: con il petrolio sullo sfondo come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo. Ci sarà dentro tutto, e ci saranno vari protagonisti. Ma il protagonista principale sarà un dirigente industriale in crisi.

«Pasolini - ha spiegato Borgna - ci ha lasciato 550 pagine, ma penso che l'impressione di non finito l'avrebbe avuta comunque perché voleva scrivere un romanzo sperimentale come avrebbe fatto con il cinema. Petrolio è un romanzo che si può leggere in tante chiavi. Può essere destrutturalista perché già nella prima pagina si legge "questo romanzo non comincia", quindi lui mette in discussione l'incipit, un po' come Laurence Sterne. Può essere un romanzo delle stragi perché c'è un'anticipazione degli anni di piombo, ed è poi un romanzo che parla dell'ultimo Pasolini, di colui che ha anticipato la globalizzazione parlando di omologazione, di colui che grida al genocidio delle culture popolari. Ma nonostante la sua visione drammatica della realtà, i suoi toni pessimistici, Pasolini, in fondo, era una persona estremamente vitale e anche allegra».

E c'è poi un Pasolini che si sente estraneo a un presente sempre più omologato e a un futuro le cui premesse descrivono come un deserto culturale:
Io sono una forza del Passato.  
Solo nella tradizione è il mio amore.  
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,  
dalle pale d'altare, dai borghi  
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,  
dove sono vissuti i fratelli
(dal film La Ricotta).
«L'immagine di Pasolini come nostalgico - ha commentato Cerami - è troppo sbrigativa. Lui non era un conservatore, però si trova nell'impossibilità di raccontare il popolo di oggi perché come lui stesso dice "il popolo è brutto", ma in realtà lui lo ama e questa sua "disperazione" è più una provocazione. Lui ha fatto il racconto dell'Italia da sempre».

Poi l'attenzione si è spostata sulla coppia Pasolini-Totò, un Totò che - come ha detto Monda - è stato sdoganato da Pasolini, mentre prima veniva attaccato dalla critica, e del rapporto tra i due ci ha dato una magnifica descrizione Cerami che ha assistito Pasolini quando dirigeva Totò. «Ricordo - ha raccontato Cerami - che Totò era anziano e quasi cieco. Io dovevo aiutarlo a memorizzare le battute perché non poteva leggere ed è stato lì che ho scoperto la sua comicità. Io gli leggevo le battute e lui le ripeteva in modo diverso. "Principe - gli dicevo - guardi che non è proprio così", poi ho capito che mi stava usando perché teneva le battute alle quali io ridevo e scartava le altre. Pasolini lo ha scelto perché lui era un comico puro ed una figura metafisica, senza passato, senza presente, senza identità e soprattutto gli serviva per raccontare il popolo. Pasolini non poteva farlo perché non era un sottoproletario, e non poteva neanche parlare della borghesia perché la odiava, era, quindi, come impotente».

Il dibattito è stato introdotto da Stefano Albertini, direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò e tra il pubblico presente anche Meri Malaguti per la Fondazione Aida, tra gli organizzatori dell'evento newyorkese su Pasolini e Renata Sperandio per l'Istituto Italiano di Cultura.