Arte

Domenico Mangano: "Lascio parlare i miei lavori"

di Ilaria Costa

Il trentenne palermitano Domenico Mangano è il settimo della nostra serie di giovani artisti italiani che gravitano intorno alla scena artistica newyorkese.
Lo abbiamo incontrato quest'estate all'inizio della sua Residency di 6 sei mesi qui a New York City presso la sede dell' ISPC (International Studio & Curatorial Program), l' istituzione nata nel 1994 con l'obiettivo di aiutare artisti e curatori nel loro inserimento nel circuito competitivo delle gallerie e dei Musei della Grande Mela. Fino ad oggi questa organizzazione ha ospitato più di 550 tra artisti e curatori dalle provenienze più disparate, contribuendo in tal modo a creare interazioni internazionali attraverso canali e spazi di dialogo tra artisti, critici ed istituzioni.
Incontriamo di nuovo Domenico in dirittura di arrivo, pressochè alla fine della sua permanenza newyorkese, in occasione delle quattro giornate di open studio all' ISPC in cui gli artisti ‘residenti' mostrano al pubblico i propri lavori, aprendo i loro studi al pubblico ed agli specialisti d'arte.
Nelle opere di Domenico, nei suoi video, nelle sue foto, nei suoi quadri ritroviamo rispecchiata in modo manifesto la sua personalità; i suoi lavori, pur valendosi di mezzi espressivi differenti, emanano allo stesso tempo quel senso d'ironia molto pungente e quella drammaticità di stampo tutto siciliano, ma anche...tanta timidezza. Ci confessa infatti di adorare la sua professione, che essere un artista per lui è  un ‘modo di essere' più che un mestiere, una sorta di ossessione che dura 24 ore al giorno, ma di essere completamente a disagio nel ruolo di self-promoter delle sue opere.
Il suo sogno è ‘lasciar parlare i suoi lavori' piuttosto che proporre commenti in ‘critichese'...e comunque sembra che i suoi lavori abbiano ‘parlato' molto bene, visto che un suo video sarà presentato al pubblico newyorkese il 28 Novembre nell' avanguardistica galleria ‘Art in General'.
Quando e perché hai deciso di essere un Artista?
"Un Artista? ...perché sono un Artista? Scherzo, solo che la parola Artista è talmente romantica e spesso talmente generica, inflazionata da far nascere problemi di identità!... ok, però per definizione oggi, forse, vengo definito tale; allora vediamo!... ho deciso di essere un artista quando una suora all'asilo si mise a contestare un mio disegno. Crescendo, ottenni più consapevolezza della mia passione quando in terza elementare invece di disegnare il classico paesaggio con la casetta e gli alberelli, disegnai una discarica di rifiuti con i gabbiani, ho ancora quel disegno del millenovecentoottantaquattro. Presi benino!"
Quale è la motivazione che ti ha spinto a venire NYC?
"Sono qui perchè ho vinto in Italia il premio Pagine Bianche d'Autore che mi ha consentito di vivere a NYC per sei mesi e mi offre l'opportunità di avere uno studio qui nella City dove mostrare i miei progetti all' ISCP  (International Studio e Curatorial Program). Ero già stato in America tre anni fà per una residenza d'artista, avevo seminato qualcosa, realizzato dei progetti e mi ero ripromesso di tornare. NYC è la prova più dura per un giovane artista. È una sfida. É il posto dove nessun progetto è impossibile... dove essere un artista è stimolante, gratificante."
Cosa è esattamente uno ‘studio program' e quali sono i vantaggi per un giovane artista come te?
"Gli Studio programs sono fondamentali per la crescita internazionale di un artista all'inizio della sua carriera. Ti permettono intanto di creare belle amicizie a livello internazioale, un vero e proprio Network di conoscenze, un sistema di ramificazione semplificato dal contatto diretto dato dall'esperienza o dal luogo, dove si promuove professionalmente il proprio lavoro mentre ci si  confronta e si compete con altri artisti, curatori, galleristi etc."
Il rapporto della tua arte con le tue origini italiane, in particolare con la Sicilia e Palermo?
" In ogni lavoro cerco di ritagliarmi un autonomia creativa con cui catturare le storie, senza abbandonarmi a tendenze spettacolari e formali. E' anche vero che spesso identifico questa ricerca ossessionante con la mia città - Palermo - ma ne dissolvo lo stereotipo facile con cui viene mediaticamente rappresentata risolvendolo in un racconto di immagini quasi autobiografiche. E' un autobiografismo che partendo dalla mia soggettività si allarga alla comunità e diviene un racconto collettivo. Lavoro in quel territorio che Gilles Deleuze ha definito come "pieghe" del reale, ossia quel risvolto, il piú profondo e ruvido, della realtà."
E ancora, in cosa NY ha influenzato il tuo lavoro, il tuo immaginario?
"NYC è una di quelle città che ti permette di conoscerla o di fantasticare su di essa anche se non ci sei mai stato, e quando ci sei dentro ti sembra già di conoscerla da una vita. Io sono molto curioso, amo il cinema, la fotografia, la pittura, la musica e mi diverte l'idea di andare a cercare i luoghi dove è stato girato quel film o riscoprire i luoghi attraverso la memoria pittorica e fotografica. Durante il mio periodo in America nel 2004 ho cercato, come faccio sempre, di accumulare un archivio di immagini, di svolgere una ricerca formale attraverso registrazioni video e fotografie. E ne sono usciti due video: "Too Much Country" e "Too much NY". E' il punto di vista di un europeo che osserva la vastità della campagna americana, la sua immensità, e il suo essere in fin dei conti una provincia qualunque, un non-luogo, per dirla con Marc Augè, difficilissimo da catalogare. L'America è talmente ibrida che è impossibile ritrovarvi qualcosa di assolutamente originario, è un accumulo di ricordi, di materiali mescolati e sovrapposti. In America non si riesce a trovare un indiano, un siciliano, un americano puro: si può trovare solo qualche traccia, qualche parola, qualche brano di memoria, è qualcosa di sempre fortemente legato al passato; un emigrato italiano, per esempio, può conservare il ricordo di cento anni fa, ma non possiede una dimensione presente del suo essere italiano.
In questo periodo poi sono ancora in fase di studio e sto scrivendo alcune traccie per il mio prossimo primo lungometraggio video; di NYC mi attrae molto l'espressività e la diversità dei volti della gente che è molto diversa da quella europea... il risultato? lo scoprirete presto."
Nel tuo video Encastrolo 2001, intervisti un ex-mafioso... quale aspetti della Mafia ti interessa rappresentare?
"Nel video Encastrolo, 2001, il protagonista Giovanni viene intervistato dentro le mura di casa sua, dopo una partita a carte, narra in dialetto palermitano le sue "imprese" ad un gruppo di amici. Giovanni è un ex condannato all'ergastolo. Racconta senza con sarcasmo la retata che lo ha incastrato, il processo, la pena, il periodo passato in carcere e il pentimento. Una disposizione buffonescamente amara che è tutt'altra cosa dal ridicolo. I personaggi non mettono in scena una vita, non posano per l'obiettivo, non si costruiscono un passato, o una mentalità mafiosa. La scena si svolge in un atmosfera cruda dove muta anche il termine chiave storpiato dal dialetto, da ergastolo ad "encastrolo" mi è piaciuta la fragilità del personaggio la sua umanità."
La tua famiglia  ti ha  sostenuto o ostacolato in questa tua scelta di vita?
"Cosa vuoi che ti risponda un siciliano della sua famiglia? Adoro la mia famiglia e la mia terra. Poi io spesso li ho anche costretti ad essere partecipi della mia ossessione, figurati. Loro mi hanno sempre sostenuto ed aiutato in tutte le difficoltà spero anche io di dargli delle soddisfazioni, ma adesso basta buonismi e sentimentalismi."
Qual' è quale dovrebbe essere il ruolo delle Istituzioni Italiane nella promozione degli artisti emergenti ?
"Faccio un appello: Istituzioni Italiane sostenete sempre la cultura in generale e chiedo di non sottovalutare mai i giovani e le loro energie, di scovarli nei luoghi più impensabili e di investire su di loro. L'attenzione verso gli artisti deve essere sempre attiva ed insaziabile, la cultura è da sempre una grande risorsa per il nostro paese. Un esempio... altrimenti io non sarei qui a fare questa simpatica intervista."
Ormai alla fine della tua esperienza all'ISCP, qual'è il bilancio di questi mesi trascorsi qui a NY? Cosa hai imparato?
"La lingua, spero, ho molti più amici, ho rincorso NY e i suoi eventi, ho cercato per quel che potevo di allargare i gomiti e farmi spazio, ho cercato di sopravvivere ai ritmi incredibili di questa infinita metropoli di assorbire più che potevo l'energia dei luoghi e della gente, ho lavorato e quando forse ho cominciato a capire qualcosa e stavo scalando la mela... la residenza è giunta al termine. ma spero di rientrare presto in carreggiata e ottimizzare quello che ho seminato. Credo che la cosa bella di NY sia proprio questo, cioè quando pensi che sei riuscito a raggiungerla a viverla ti accorgi che ti è appena sfuggita e dopo pensi sempre tanto ci ritorno. In sintesi non ne esco con le ossa rotte anzi..."