Il rimpatriato

Berlusconi come Copernico?

di Franco Pantarelli

Ricordate Bush e Katrina? Per giorni, dopo sostanziale noncuranza che aveva mostrato per ciò che era accaduto, il presidente cercò disperatamente di recuperare con ripetuti viaggi a New Orleans, per la gioia dei comici che divertivano se stessi e le loro audience sul frenetico turismo presidenziale per risalire di qualche punto nei sondaggi che lo condannavano.
     In Italia nei giorni scorsi non c'è stato nessun cataclisma, le acque dei fiumi sono rimaste al loro posto e dal cielo sono arrivati solo alcuni innocui acquazzoni. Ma in politica è accaduto nientemeno che Lui, il Cavaliere, ha cambiato opinione sulla legge elettorale da varare: non più maggioritaria ma proporzionale. Lo so, il paragone con Katrina è a dir poco blasfemo, ma in fondo già Immanuel Kant, parlando della rivoluzione copernicana (quella secondo cui non era il sole a girare attorno alla terra ma viceversa), diceva che anche dopo quella intuizione le stelle e i pianeti avevano continuato indifferenti a fare ciò che avevano sempre fatto, mentre era stato il cambiamento della percezione che gli uomini avevano di essi a provocare l'invecchiamento immediato di secolari studi scientifici, la subitanea senescenza di radicate convizioni religiose e insomma il crollo di un intero sistema di pensiero.
      Così, dopo l'annuncio del Grande Silvio sulla legge elettorale l'Italia politica è entrata in uno stato di agitazione che non accenna a placarsi. Berlusconi come Copernico? Non proprio. Copernico infatti la sua rivoluzione l'aveva concepita con la profondità del suo ingegno e l'aveva nutrita con la potenza del suo ragionamento. Quella di Berlusconi invece è stata una delle sue tante capriole politiche per mascherare una sconfitta subita. Per settimane Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, cioè i suoi alleati, gli avevano detto: guarda che non possiamo stare qui ad aspettare la caduta del governo Prodi senza fare nulla.
       La riforma della legge elettorale è una cosa essenziale per rimettere un po' d'ordine nella nostra scassata democrazia e noi dobbiamo assumere una posizione in proposito. Ma lui niente: non serve nessuna riforma, diceva. Il governo cade, si va al voto e noi, nuova legge elettorale o no, vinciamo comunque. Poi succede che il governo Prodi non cade, che Fini e Casini prendono a criticare aspramente la sua leadership senza strategia e lui che fa? Convoca una conferenza stampa e dice che ci vuole una legge elettorale. Ma invece di concludere "Avevano ragione i miei alleati", annuncia che con loro non vuole averci più a che fare, che la Casa delle Libertà è finita e che lui d'ora in poi se la vedrà direttamente con il nemico, quel Walter Veltroni che a suo tempo definì "un coglione", elevando la capriola al rango di triplo salto mortale. Proprio come Bush con le sue ripetute visite a New Orleans per insistere che la sua ricostruzione era fondamentale, come se a negare quel nobile proposito fosse stato non lui ma chissà chi altro.
       La differenza fra i due è che Bush in America fu inchiodato alla sua insipienza sia dai media che dal popolo. Berlusconi in Italia, invece, è stato elogiato per la sua "abilità nello sparigliare le carte". Sarà che grazie alla sua simpatia gli si perdona ogni cosa? Non credo. Proprio in questi giorni è uscita fuori la storia di come gli alti funzionari della Rai si facessero in quattro per compiacere Berlusconi (agendo di concerto proprio con le tv da lui possedute, teoricamente loro concorrenti), fino a decidere di "rendere il più confuso possibile" il modo di riferire il risultato del voto del 2005, che per lui era andato male. Una manipolazione bruta e volgare, che come al solito non riesce a separarsi dal ridicolo. Sapete di cosa si preoccupavano di più quei funzionari della Rai al momento di trasmettere i funerali di Giovanni Paolo II?
        Del fatto che Berlusconi venisse inquadrato bene, con il suo profilo preferito. Più che una storia di simpatia mi pare una storia di puro, semplice e banale potere.