Visti da New York

Indietro tutta

di Stefano Vaccara

Per 15 anni si è discusso sulla Seconda Repubblica italiana che non arrivava mai ma che tutti, dicevano, aspettavano. Come un'amante in attesa che l'amato si decida a sposarla. Ora abbiamo finalmente capito perché quelle riforme istituzionali con un sistema maggioritario puro, che potesse far scegliere ai cittadini un governo stabile, in cui un capo del governo può contare su un incarico certo nel tempo e sui poteri per governare, non sono mai arrivate. Il sistema partitocratrico italiano ha solo preteso di voler divorziare dalla vecchia consorte Prima Repubblica. Quando ha capito che lasciarla definitivamente avrebbe significato anche cambiare veramente, dando ai cittadini il potere di ridimensionare i partiti, come era prevedibile i partiti sono tornati a casa. Abbandonare la Prima Repubblica? Macché, semmai si resuscita. Torna il proporzionalismo perfetto, quello in cui tutti, ma proprio tutti i partiti possono avere spazio, dove tutti decidono e nessuno ha responsabilità, dove nessuno sentirà mai il fiatone di chi può far meglio o almeno meno peggio, dove l'alternanza al potere non esiste perché tutti, dentro o fuori dal governo, possono comandare.
Signore e signori, avevano scherzato. Dopo un referendum completamente ignorato in cui la maggioranza dei cittadini avevano chiesto 15 anni fa al Parlamento di portare l'Italia verso un sistema politico maggioritario, con sicuri vincitori, per dare al governo anche gli strumenti per governare, i cosiddetti leader del futuro hanno detto no, si torna indietro. Evviva il proporzionale, tutto per tutti e niente per nessuno. La Seconda Repubblica, chi era costei? Meglio tornare alla Prima. In tanti saranno contentissimi. "Megghiu u tintu canusciutu che lu bonu accanusciri" (è meglio il cattivo conosciuto che il buono ancora da conoscere), come gli avrebbero potuto consigliare pure Riina e Provenzano.
Walter Veltroni sta facendo questo gran miracolo del PD, e per che cosa alla fine? Rifare il proporzionale! Silvio Berlusconi, che a 72 anni ce l'ha con i "parrucconi" della politica, lui che è stato "appena" due volte presidente del consiglio e quattro volte candidato a premier, ora anche lui annuncia la sua grande "novità", ridiscende in campo con il Partito del popolo della libertà. E per che cosa? Per annunciare, sentite un po', che anche lui la pensa come Veltroni, ma sì, torniamo pure al proporzionale. Magnifico, la coppia Berlusconi-Veltroni, meglio dei gattopardi, ma chi è che ha più bisogno dell'apparenza che tutto cambi, a "Berlustroni" (il copyright è dei soliti radicali) basta che si torni indietro affinché tutto resti com'é.
E i bisticci tra Berlusconi e Fini? E il "super scandalo di Pulcinella" - scusate la frase fatta, ma mai espressione riesce a rappresentare meglio la notizia - sulle intese Mediaset-Rai per far fare sempre bella figura al Cavaliere? Per danneggiare il disegno "Berlustroni"? Al contrario, meglio così, più confusione c'è attorno e più gli italiani saranno distolti dall'imminente ritorno al passato. Tutti faranno il gioco delle parti, contenti della soluzione proporzionalista che alla fine salva la casta.
Persino il ministro Mastella sarà contentissimo. Lo ricordate Mr. 1,5%, quando venne qui il mese scorso a New York e sembrava un pugile suonato dagli scatenati De Magistris-Grillo? Allora ci disse in un'intervista che il sistema dei partiti italiani era marcio, che ci voleva per l'Italia un sistema "all'americana" (sic!), con un capo del governo che potesse governare e scegliersi i ministri, perché "il povero Prodi non può licenziare me se anche volesse". Rimanemmo sbalorditi. Ma era proprio Mastella? Il giornalista Gian Antonio Stella, il coautore de "La Casta" per intenderci, dopo aver letto quella intervista su America Oggi, fece un editoriale sul Magazine del Corriere della Sera. Era titolato "Il Clemente Clonato" e l'ha chiuso con una proposta: "vi tenete il Mastella nostro e ci date il Mastella vostro". Aveva già capito tutto Stella. Questi fanno la mossa, simulano grandi liti, profondi cambiamenti, ma poi sono e restato tutti d'accordo. "Calati junco ca passa la china" e, secondo loro, la piena è passata, torniamo alla Prima Repubblica. Previsioni? Il Professore potrebbero lasciarlo sulla sedia del governo fino alle "riforme". Poi W. a Palazzo Chigi. E B.? Quando si libererà il posto, al Quirinale.

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Oliviero Diliberto, il leader del Partito dei Comunisti italiani, alla notizia della morte del povero maresciallo Daniele Paladini in Afghanistan, ha detto: "Qualcuno ci spieghi che ci stiamo a fare lì". Dalla ricostruzione che sappiamo finora dei fatti, il kamikaze dei talebani stava puntando contro una folla di civili (tra cui molti bambini) accorsi a festeggiare l'inaugurazione di un ponte costruito dai soldati italiani. Se così è, la risposta alla domanda di Diliberto sta tutta lì. L'obiettivo dei talebani era la popolazione civile (infatti i morti sono soprattutto tra i bambini) che non si piega al ritorno del loro regime follemente teocratico? Si spieghi meglio allora il leninista italiano visto recentemente sulla Piazza Rossa di Mosca a commemorare la rivoluzione d'Ottobre, pensa forse che sia auspicabile abbandonare l'Afghanistan ai sanguinari talebani che persino Lenin avrebbe combattuto? Se questo pensa veramente Diliberto, dato che non fa parte dell'opposizione ma guida un partito di governo, senza il quale Prodi cadrebbe domani, ecco allora faccia un'altra domanda, se proprio sentiva la necessità di farne in questo momento: "Devo spiegare che ci sto a fare in questo governo?" Purtroppo, anche i talebani come gli hezbollah in Libano - dove anche lì l'Italia ha migliaia di soldati - potranno arrivare alla conclusione scontata: basta colpire un soldato italiano per mettere in crisi l'Italia, il suo governo dipende da quel Diliberto pronto a suonare la ritirata.