Analisi

POLITICA&STORIA/ Can a catholic...vincere?

di Rodrigo Praino

"Can a Catholic win?" Era la domanda da un milione di dollari nel 1960, quando il partito democratico decise di nominare John F. Kennedy candidato alla presidenza del paese. I dubbi all'epoca erano tanti, e tutti gli indizi puntavano verso una amara sconfitta. La domanda era più che legittima, dopo la grande débacle di Al Smith, candidato democratico alla presidenza nel 1928.
Smith, esattamente come Kennedy, era un cattolico di origini irlandesi - anche se in realtà irlandese lo era solo a metà, visto che da parte di madre le sue origini, ahimè, erano italiche, nonostante siano in pochi a ricordarselo ancora - e perse rovinosamente contro Hoover. Quel che all'epoca spaventava a morte gli americani era questa supposta fedeltà che ogni cattolico deve alla figura del papa, che a conti fatti oltre ad essere un leader religioso è anche il Capo di Stato di una nazione straniera.
I dubbi erano talmente tanti che Kennedy, per provare al suo stesso partito di essere "competitivo", decise di candidarsi alle elezioni primarie del West Virginia, stato storicamente orgoglioso delle proprie radici protestanti, in un'epoca durante la quale candidarsi alle elezioni primarie non era ancora un passo necessario per diventare candidato alla presidenza.
Storici e politologi tendono a concordare sul fatto che Kennedy riuscì ad ottenere la quasi totalità del cosiddetto "voto cattolico", ma perse altrettanti voti per il solo motivo di appartenere a questa confessione religiosa.
Più di quarant'anni dopo - e siamo alle elezioni presidenziali del 2004 - il partito democratico decise di candidare ancora una volta un cattolico alla presidenza. Il contesto politico dell'epoca era completamente cambiato. Basta dire che nelle elezioni presidenziali del 2000 il voto dei cattolici si divise quasi in modo identico tra Al Gore e George W. Bush, i due candidati WASP dei due maggiori partiti: 49% al primo, 47% al secondo. Kerry non è mai stato accusato seriamente di essere più fedele al pontefice romano che allo stato americano, ma possiamo affermare che tra le varie cause della sua sconfitta alle elezioni generali figura una pesantissima sconfitta tra gli elettori di fede cattolica. Il Presidente Bush riuscì infatti ad ottenere il loro consenso, nonostante abbia sempre ostentato la sua fede protestante.
Cosa ci dobbiamo aspettare dunque dalle elezioni presidenziali del 2008?
Come si comporteranno gli elettori americani di fede cattolica, soprattutto vista la presenza di un front-runner cattolico. Insomma, se Rudy Giuliani dovesse vincere la nomination del partito repubblicano dobbiamo aspettarci un fenomeno di aggregazione massiccia del "catholic vote"?
Il primo punto da chiarire è che Giuliani non è il candidato ideale per coloro che decidono il proprio voto in base alla propria fede religiosa. Divorziato, non abbastanza pro-life, e tollerante nei confronti degli omosessuali - solo per citare alcuni dei suoi peccati mortali più gravi - l'ex-Sindaco di New York ha tutto tranne le carte in regola per galvanizzare il voto degli elettori di fede cattolica.
Come ci ha provato il recente esempio di John Kerry, sembra che la fede personale del candidato conti ormai poco per gli elettori quando poi le politiche proposte divergono dai dettati fondamentali della fede in questione.
Questo spunto di riflessione appare ancora più interessante se letto alla luce della storia del grande eroe del catholic voter degli anni sessanta. E' noto infatti a tutti che il più giovane e bello dei presidenti americani conduceva una vita privata tutt'altro che in linea con i precetti della Curia romana. Si tratta tuttavia di un'altra epoca, un periodo storico in cui la vita privata e l'immagine pubblica dei politici venivano ancora tenute su piani abbastanza distinti.
"I'm not the Catholic candidate for President of the United States. I'm the Democratic candidate for President who happens to be a Catholic", disse all'epoca Kennedy, prova del fatto che le scelte personali di un individuo dovevano rimanere tali, senza influenzare la figura pubblica del candidato.
Alcuni analisti pongono l'accento sul fatto che mentre il fronte repubblicano si accinge a presentare un cattolico dalla dubbia vita privata e dalla morale poco in linea con i suoi compagni di fede, è molto probabile invece che il futuro candidato - o candidata! - del partito democratico sia in grado invece di fornire almeno in parte una alternativa accettabile ai nostri elettori cattolici. Nonostante i democratici non siano in genere degni di nota per i loro "valori morali" - almeno dal punto di vista di chi decide a chi donare il proprio voto basandosi su motivi di tipo religioso -, le loro politiche sociali potrebbero essere piuttosto allettanti per parte dell'elettorato cattolico. Rifacendosi alla dottrina del cosiddetto "cattolicesimo sociale", questi studiosi spiegano come le politiche sociali di candidati come la Clinton o Obama potrebbero essere condivisibili sul piano morale-economico per gran parte dei cattolici praticanti.
Resta solo da capire se questa equazione sia chiara nella mente degli elettori. Rifiutano questa interpretazione invece tutti coloro che credono in un progressivo spostamento del voto cattolico verso il partito repubblicano, ponendo l'accento sulla progressiva ed inesorabile crescita di voti ottenuti dalle campagne di Dole '96, Bush '00 e Bush '04.
Insomma, alla domanda di partenza, la tradizionale "can a Catholic win?", forse dobbiamo aggiungere un corollario abbastanza curioso, che rende il gioco di quella che impropriamente potremmo definire "politica etnica" molto più frizzante: "can a Catholic win among Catholics?"