Musica

OPERA LIRICA/L'INTERVISTA. Franco Farina, tenore viaggiatore

di Gina Di Meo

Tra tante interviste al Metropolitan poche volte mi è capitato di parlare con un tenore che, quando, per così dire, è "in borghese", abbia una voce così imponente come quella di Franco Farina, al punto che se lo incontri per strada e non sai chi è non puoi fare a meno di dire: "Perché non fai il cantante lirico?". Ed è appunto la strada che Farina ha seguito ed il Metropolitan se lo tiene stretto da ben 17 anni, dal 1990, l'anno del suo debutto.

Il nostro tenore è nato nel Connecticut, da genitori figli di italiani. Nelle sue vene scorre sangue napoletano, casertano e abruzzese, il napoletano è stato il suo italiano da piccolo, «Mia nonna mi parlava in napoletano - ci ha raccontato - anche se poi ho dovuto dimenticarlo per imparare bene l'italiano. Per sette anni, inoltre, ho vissuto con la mia famiglia a Fiesole, mia figlia, che ha dodici anni, parla perfettamente l'italiano e ho sposato un'americana che però è mezza pugliese e mezza scozzese. Anche lei era una cantante ma ha smesso quando è diventata mamma». Franco ora vive a Parigi, «il bello della nostra professione è che si può vivere in qualsiasi posto - dice», ma passa molto tempo a New York quando è impegnato al Metropolitan, dove ha da poco finito con l'Aida di Giuseppe Verdi e dove sarà sul palcoscenico fino al 7 dicembre con la Norma di Vincenzo Bellini.

Franco, quando e come ha scoperto di avere una "voce"?
«Sono stato esposto alla musica classica fin da piccolo, mia zia aveva una grande passione per l'opera e visto che mia madre, quando andava a lavoro, mi lasciava spesso con lei, mi capitava di ascoltare spesso sia le trasmissioni del Metropolitan, sia registrazioni di cantanti lirici. Ho iniziato a cantare a scuola, ero una voce bianca nel coro della chiesa, perché era un istituto cattolico. Ricordo che una delle suore quando mi ha ascoltato è rimasta molto colpita ed ha consigliato ai miei genitori di iscrivermi ad una scuola di musica, e lì ho iniziato a studiare pianoforte».

Perché non canto?
«Non si può essere una voce bianca tutta la vita e sapevo che crescendo avrei potuto danneggiare la mia voce, se avessi continuato a cantare, così ho deciso di fermarmi. Nel frattempo ho anche iniziato a suonare la tromba e ho vinto persino un concorso, ma mi stavo anche rendendo conto che la mia voce si stava stabilizzando. Un bel giorno, al liceo, un professore mi ha sentito cantare ed è rimasto choccato, in senso positivo, dalla mia voce, e così mi sono iscritto al conservatorio in Ohio. Ho avuto la fortuna di avere un maestro che aveva lavorato in Italia ed aveva ottima tecnica lirica italiana ed è stato importante per la mia formazione. Ho completato i miei studi alla Juilliard School dove ho studiato con Ubaldo Gardini».

Quando ha debuttato?
«A 22 anni, a Providence, nel ruolo di Rodolfo nella Bohème di Giacomo Puccini. Ero molto giovane. Poi nel 1990 sono arrivato al Metropolitan con la Bohéme ed ho cantato con personaggi del calibro di Mirella Freni, Renata Scotto».

Quindi il suo primo amore è stato Puccini?
«Puccini e Verdi, ma nel corso degli anni ho cantato anche in tedesco, francese e russo».

Dove canterà l'anno prossimo dopo il Met?
«Sarò ad Amburgo, Vienna, Monaco, Atene e concluderò la stagione con l'Aida a Roma, alle Terme di Caracalla. Adoro cantare al Met, c'è un ambiente che ti mette a tuo agio, è ben organizzato, ma cerco di non rimanerci per troppo tempo perché quando vengo qui devo lasciare la mia famiglia e poi mi piace anche cambiare, cantare in nuovi posti».

Come mai ha scelto di vivere a Parigi, e non in Italia per esempio?
«Parigi è una città straordinaria e mi piace anche l'Italia ma ad esempio Firenze non è ben connessa per gli spostamenti aerei. Sicuramente mi piace la qualità della vita in Italia, ma diciamo che Parigi è meglio organizzata».

Qual è il suo personaggio preferito, quello in cui si immedesima di più?
«Senza dubbio l'Otello, sia vocalmente che drammaticamente, e anch'io posso essere una persona molto gelosa».

Ed ha anche un collega "preferito"? Oppure qualcuno che l'ha influenzata in modo particolare?
«È difficile scegliere tra i colleghi, ogni volta che si è sul palcoscenico anche se si canta la stessa opera per tante volte è sempre diversa perché ognuno porta qualcosa di diverso. Per quanto riguarda le influenze, direi sicuramente Enrico Caruso, per me è il top, il tenore per eccellenza».

Posso chiederle quanti anni ha?
«Ho 52 anni».
Praticamente sono 30 anni che è sulla scena, una carriera bella lunga, non da tutti, a cosa lo deve?
«Sì, ma ho avuto la costanza di fare un passo alla volta. Spesso l'errore di molti cantanti è appunto quello di fare tutto troppo in fretta, di abusare della propria voce, questo non va bene. Io ho iniziato come un tenore lirico e poi sono diventato un lirico-spinto, e aggiungo anche che non bisogna mai smettere di studiare, è un processo costante che deve durare tutta la vita».

Quale repertorio sarebbe per lei una sfida?
«Mi piacerebbe provare con Wagner, il Lohengrin, sarebbe molto interessante, e ci sto lavorando, magari quando ci incontreremo la prossima volta, sarò sul palco con quest'opera».