A modo mio

The Great Game, again

di Luigi Troiani

Cento anni fa, alla fine dell'estate, impero britannico e impero russo trovarono la formula per mettere fine al loro contenzioso in Asia. L'accordo tra sir Edward Grey e il ministro degli esteri russo conte Aleksandr Izvolskij, firmato dall'ambasciatore Nicolson,  chiudeva il "Grande gioco", che aveva visto generazioni di militari, spie, diplomatici, mercanti, scopritori, giornalisti, affrontarsi in modo più o meno coperto, per la conquista dell'Asia centrale, quel ventre molle tra India e Russia, ancora oggi in cerca di stabilità e controllo. Si regolavano le divergenze e gli interessi regionali delle due potenze, e insieme si contenevano le ambizioni che la Germania veniva manifestando in zona. Il testo della storica convenzione, che tra le altre misure prevedeva una sorta di reciproca spartizione di interessi in Persia e Afghanistan, fu firmato in gran segreto a Pietroburgo ma, ciò nonostante, generò un vespaio di recriminazioni tra le nazioni e i popoli che ne furono oggetto.

    Ci si può chiedere cosa spingesse i due imperi a regolare una controversia che, per quasi un secolo, li aveva impegnati senza risparmio in una contesa scritta anche con pagine di morte e disperazione orribili. La risposta la dà, nella concisione dello stile anglosassone, Peter Hopkirk, nel monumentale "The Great Game, On Secret Service in High Asia": "i due imperi rivali avevano raggiunto i limiti della loro espansione". E' una frase su cui meditare, quando ci si interroghi sugli obiettivi che Putin persegue ai confini meridionale e occidentale, e verso i vicini indiano e cinese, attraverso azioni coerenti con la sua visione neoimperiale e restauratrice della potenza russa.
    Mosca è apparsa convinta, negli scorsi anni, che la grandezza sovietica non sia stata trasferita allo stato russo, e che questo abbia anzi rischiato di dissipare, prima dell'avvento nei posti di comando degli uomini di Putin, le acquisizioni di secoli di imperialismo zarista. Ragionando secondo categorie geopolitiche per molti versi superate, il Cremlino ha iniziato a giocare la carta del suo limes, ritenuto passibile di recuperi se non di ulteriori espansioni. Per questo ha provocato Ucraina e Georgia sul gas metano e non solo, protestato con gli americani per le postazioni missilistiche dello scudo, cacciato i ceceni, fatto sentire stranieri in Russia le popolazioni asiatiche e islamiche fino a ieri parte integrante dell'impero sovietico.  Per questo apre da qualche mese alla nemica asiatica di sempre, la Cina, e getta un ponte di rapporti con l'India, immaginando uno spazio istituzionalizzato centroasiatico dove, con la complicità cinese e la connivenza indiana, possa primeggiare e isolare la rampante influenza di Washington. Putin, con queste mosse, evidenzia di non ritenere conclusa l'espansione russa, e che i limiti attuali possono essere rimossi: gioca con Washington una carta diversa da quella che lo zar, cent'anni fa, accettò di calare con i reali di Londra.

    Il limes mobile russo riguarda anche l'Europa, come mostra la partita sull'energia aperta da un anno e tutt'altro che conclusa. La Russia non lascerà mai diluire le proprie ambizioni dai processi istituzionali comunitari, come è felicemente accaduto alla Germania. Mai ha ventilato la possibilità di legarsi al processo storico dell'Unione europea. Al tempo stesso continua a soffrire la condizione di potenza centroasiatica incompiuta e difetta della forza per imporsi seriamente, come gli Stati Uniti, sul piano globale. Può però irradiare la sua capacità economica e politico-militare, nel raggio di influenza territoriale che secoli di imperialismo le hanno lasciato in dote e che sta cercando di consolidare, attraverso il nuovo Great Game di Putin.