PUNTO DI VISTA/ C'era una volta il gioco del pallone...

di Toni De Santoli

L'elegante Julio Botelho detto Julinho che, con un paio di veroniche, mette "a sedere" il roccioso Mirko Pavinato del Bologna nell'aria di festa che spesso accompagna i confronti tra i viola e i felsinei; sostenitori della Roma e del Napoli che allo stadio "Torino" (ora "Flaminio") si mescolano in allegria intorno a un somarello in carne e ossa portato nella Capitale dai partenopei; Giuliano Sarti della Fiorentina con le mani nei capelli e l'aria angosciata un attimo dopo che John Charles, il "gigante buono" della Juventus, in elevazione e con impeto, ha sbattuto la fronte e il torace contro il palo della porta per poi restare esanime a terra.
Che cos'era quello? Un calcio "buono"? "Civile"? "Sano"? Sì. Ma solo all'apparenza. Dentro di sé il bacillo che rode, consuma, avvelena, ce l'aveva da tempo. Già negli Anni Venti risuonavano rivoltellate nelle stazioni ferroviarie tra tifosi pisani e livornesi... Ai tempi di Charles, Julinho, Sarti, le invasioni di campo non si contavano nemmeno; numerosi giocatori per questa ragione tentavano in ogni modo di evitare il trasferimento al Nardò, al Bisceglie, al Trani, e via discorrendo. Ma c'erano campi "infuocati" anche in Toscana: a Pisa e Livorno, appunto, a Santa Croce sull'Arno, a Prato, San Sepolcro, Campi Bisenzio... Nel 1969, proprio a Livorno, l'arbitro Sbardella restò per ore sotto assedio negli spogliatoi...
La morte di Gabriele Sandri, detto Gabbo, il tifoso della Lazio ucciso da un colpo di pistola giorni fa sull'Autostrada del Sole mentre era in corso una rissa fra sostenitori biancocelesti e sostenitori della Juventus, ripropone in modo quindi tragico la questione del calcio come gioco seguito dalle masse. Quanto sangue è scorso, e scorre, sullo "sport più bello del mondo"? Tanto, tantissimo. Basti pensare alla tragedia dell'Heysel del 1985 e ai più recenti fatti di Catania, con la morte violenta di un ispettore di polizia e con un quartiere intero a lungo nelle mani di "tifosi" che non sentivano ragioni: questo - comunque la si voglia mettere - non è più un gioco; anzi, è da almeno trent'anni un gioco al massacro. E' uno spaventoso fenomeno antropologico che, tuttavia, lascia troppa gente nell'indifferenza. Si passa subito alla prossima partita, alla prossima giornata di campionato come se nulla fosse. Si seguita a imbastire trasmissioni tv su un millimetrico fuorigioco "che forse c'era, forse non c'era"... Davanti ai riflettori, in studi scintillanti, si continua a sorridere con autocompiacimento, a motteggiare, a sgranare "battute", a sfoggiare abiti da mille o duemila euro. Arriva poi quello che esorta "a sdrammatizzare". Eccolo il concetto che ti scombussola, ti indigna: non c'è nulla da sdrammatizzare, al contrario. La "sdrammatizzazione" è preziosa alleata di quanti ancora lucrano, e lucrano parecchio, sul gioco del pallone, i cui archi e le cui volte si alzano su tante, troppe, tombe.
Di tutto questo, la società italiana non prende coscienza. Non vuole o non sa prendere coscienza. Altrimenti sarebbe già stato inculcato nella psiche degli italiani, fino dai tempi delle scuole elementari, che recarsi allo stadio armati di bastoni e catene o recarvisi per inveire, strepitare, far la faccia feroce, prima ancora che odioso e pericoloso, è grottesco. E' ridicolo.
I tifosi sono spettatori, testimoni quindi. Il grosso guaio è stato quello di avergli attribuito lo status di "protagonisti". Eccolo un altro sesquipedale equivoco all'italiana.