Il rimpatriato

Ultras dell'idiozia

di Franco Pantarelli

Un poliziotto dalla pistola troppo facile che spedisce un giovane al di là della soglia è una tragedia che conoscono bene i parenti di tutti quelli che la polizia di New York ha fatto fuori, a volte per l'imperizia dei loro agenti, altre volte per il loro pregiudizio razzista, altre ancora per lo scarso controllo dei loro nervi (per esempio quando scambiano il gesto innocente di un fermato per l'atto di estrarre la pistola e gli scaricano addosso interi caricatori). L'uccisione di una ragazzo avvenuta l'altro giorno in una stazione di servizio in Toscana appartiene probabilmente al primo esempio, quello dell'imperizia, visto che il poliziotto ha sparato (dall'altra parte dell'autosrada, col rischio oltre tutto di colpire qualche automobilista di passaggio) non per difendere se stesso, non per difendere qualcun'altro ma semplicemente per "impedire la fuga" di quelli che fino a poco prima avevano partecipato a un cazzottamento fra tifosi di calcio.

E' una cosa assolutamente idiota, ovviamente, fare e farsi del male in nome della Lazio e della Juventus (com'era quello il caso, ma poteva essere in nome di qualsiasi altra squadra), ma il reato di idiozia non prevede la pena di morte neanche in quei Paesi che l'altro giorno all'Onu hanno votato contro la risoluzione (risultata maggioritaria, che bello!) che l'Italia ha presentato per una moratoria per l'appunto della pena di morte. E infatti anche in quei Paesi (per esempio quello che era il mio fino a poco tempo fa, gli Stati Uniti) le morti "accidentali" operate dalla polizia provocano proteste, polemiche, tensioni sociali, tanto giustificate quanto contenute, comunque, nell'ambito della convivenza civile e della legalità.

In Italia no, almeno in questo caso. La protesta è diventata una rivolta, la polemica si è trasformata in uno sputarsi addosso tutto l'odio possibile e la tensione ha preso l'andamento di una prolungata guerriglia di strada risoltasi addirittura in un vero e proprio assalto a una caserma di polizia a Roma. E qui c'entra sia la maledetta abitudine di questo Paese di trasformare tutto in uno psicodramma collettivo (i lavavetri, gli immigrati da cacciare tutti perché uno di loro commette un delitto, eccetera), sia la metamorfosi che è andata sviluppandosi in quelli che popolano le tifoserie idiote delle squadre di calcio, che ormai hanno eletto la polizia al rango di loro "nemico naturale".
Non più le bande romaniste contro le laziali, le interiste contro le milaniste, le juventine contro tutte le altre, ma semplicemente bande di tifosi contro poliziotti, che è come dire il fuorilegge contro l'autorità che la legge deve farla rispettare. Ad assaltare la caserma di Roma non c'erano solo i laziali con l'intento di "vendicare" l'uccisione in Toscana di "uno dei loro", ma anche i romanisti, cioè coloro che ufficialmente li odiano ampiamente ricambiati; a Milano, in corteo per la città spaccando tutto quello che trovavano, c'erano insieme laziali e interisti (le due squadre dovevano vedersela sul campo, ma dopo l'episodio dell'autostrada la partita era stata cancellata); a Bergamo, dove la partita non era stata cancellata vista la non diretta identificazione della vittima con i tifosi dell'Atalanta, hanno provveduto loro, i tifosi, a farla sospendere dopo pochi minuti di gioco. Insomma il tifoso dell'altra squadra è il mio nemico, ma se c'è il poliziotto diventa mio amico e alleato. Il concetto di "uno di noi" è diventato senza frontiere.

Una conclusione sconsolata? Che le entità italiane che vivono e prosperano impunite dall'autorità impotente non sono più tre - la mafia siciliana, la ndrangheda calabrese e la camora campana - ma quattro. E guardando il (malo)modo in cui lo Stato ha gestito per decenni le prime tre c'è da sentirsi i polsi tremare.