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INTERVISTA/ Un direttore in cerca di energie

di Letizia Airos

Raggiungiamo la sua stanza percorrendo le scale dell'antico palazzetto di Park Avenue. Ancora prima di entrare sul piano si sentono voci, telefoni squillare. Movimento. La porta della stanza è aperta. La sua assistente ci accoglie. Renato Miracco, il neo direttore dell'Istituto italiano di cultura, impartisce istruzioni, chiede assistenza informatica, riceve tre telefonate in tre minuti. Parla con collaboratori,  guarda, saluta.

Ci sembra di non riconoscere il posto dove ci troviamo. Eppure lo abbiamo visitato diverse volte. Gli oggetti, i mobili però sono più o meno gli stessi, con qualche aggiunta.  Dei fiori, della frutta.
E' un diverso senso dello spazio il responsabile di questa sensazione. Una "planimetria" pensata. La scrivania non è lontana come prima, non si deve percorrere tutta la stanza per raggiungerla.  Ora è immersa nella vita di chi lavora, vicino all'ingresso, raccolta ma partecipe.  Davanti a lei due divani sembrano parlarsi.  Libri, fiori, arance disposte su di un vassoio danno un tocco naturale.
Spazio e tempo,  energia e organizzazione saranno i concetti che faranno un po' da filo conduttore nel nostro incontro. Uno scambio di impressioni e opinioni con il neo direttore,  dopo una settimana di sua permanenza all'Istituto.

Si presenta in poche parole:"Questo è un ruolo che ho voluto, ho cercato. Mi piace. Credo che qui si possa fare tantissimo e sono una persona che vuol fare. Oltre tutto ho già avuto contatti con la cultura americana. Ho organizzato mostre importanti negli USA". Nato nel 1953 Miracco, professore, curatore e storico dell'arte, ha curato infatti in tutto il mondo notevoli eventi legati all'arte italiana anche per conto del Ministero Degli Affari Esteri (per esempio a Londra alla Tate Modern) e istituzioni come l'Estorick Collection di Londra e il museo Reina Sofia di Madrid, nonché la Camera dei Deputati a Roma.  Miracco è in particolare  un grande esperto del Futurismo Italiano e della cosidetta Arte Informale, profondo conoscitore dell'opera di Fontana, di Burri e della "Scuola Romana" con artisti come Afro, Mirko e Morandi.

Tra pochi giorni il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, visiterà gli Stati Uniti. Miracco ci racconta: "Sto preparando due eventi importanti. Uno a Washington e uno a New York. Gli faremo visitare i luoghi della cultura newyorkese. Poi vedere personalità di questo mondo. Ma voglio anche organizzare un incontro  con gli artisti italiani che vivono a New York, non è mai stato fatto."

Per il neo direttore l'Istituto, si deve favorire il transito di esposizioni e di eventi dall'Italia verso gli Usa e viceversa: "New York è importante. Noi non dobbiamo riservare attenzione solo alla cultura italiana, ma promuovere anche mostre che gli americani vogliono portare in Italia.  Dobbiamo faciliare questo tipo di trasmissione in entrambi i sensi. Ben venga se noi diamo una mano all'esportazione della cultura americana. E' importante che vengano liberati i flussi.  Così riusciamo a potenziare la cultura in entrambi i paesi. Una delle mostre che desidero realizzare infatti riguarda proprio i flussi. Vorrei raccontare come alcuni italiani sono andati in America, e alcuni americani in Italia."

Ricordiamo che il grande artista Gino Marotta ha detto che troppo spesso critici e politici si sono macchiati di "analfabetismo culturale", che hanno assistito alla "colonizzazione culturale degli Stati Uniti, dimenticando quanto l'Italia ha insegnato agli americani".  Ma "non amo il termine colonizzazione" aggiunge Miracco "parlerei di importazione e promozione di entrambe le culture. Dobbiamo cercare di ritrovare quelle che sono le connessioni. Per esempio  Frank Stella ha un archivio futurista,  mettiamolo a disposizione, Marinetti ha donato il suo archivio a Yale, tiriamolo fuori. E io lo so che Ezra Pound ha un archivio a Yale che non è solo artistico,  ma importante come rappresentazione di un mondo. Occorre riuscire a trasferire e creare questi link. Riscoprire delle attenzioni culturali dei due paesi. Io ci credo molto."

Ma è cosciente il neo direttore dei problemi che incontrerà?
"Sono uno stakanovista. Lavoro dodici ore al giorno. Ho istituito uno staff meeting che dai tempi di Furio Colombo non c'era. E' settimanale ed io partecipo. Poi il Consolato e l'Istituto di cultura lavoreranno insieme per la promozione. Dove posso dare una mano la darò e loro la faranno con me."

Ottimizzare le risorse nella rete diplomatica per raggiungere l'efficenza non è facile.  Il neo direttore è uno dei fautori della così detta "circuitazione". Realizzare eventi importanti, ripartendone i costi su diverse sedi. "La circuitazione deve però essere dinamica. Confrontarsi con la realtà locale. Sto preparando mostre che gireranno per tutti gli USA. Va garantita una specificità,  anche se ci sono grandi difficoltà di organizzazione. Io credo però alla volontà. Va fatto tutto volontariamente e al più presto possibile."

Per Miracco si deve "svecchiare per mettere linfa nuova, ci vuole una  una profonda umiltà, ognuno di noi deve essere capace di ascoltare e nessuno si deve fermare alla propria promozione. Mettiamoci insieme. Ho fatto una riunione a Washington quindici giorni fa, proprio per questo. Occorre ascoltare e attivarsi decisamente come persone. Certo le trappole ci sono ad ogni angolo ed io sono arrivato da una settimana. Vediamo cosa riesco a fare."

Per quanto riguarda l'informazione e l'organizzazione degli eventi è molto concreto:
"Uno dei lavori da fare prima di tutto è una seria mailing list. Lo dico a tutti coloro che sono interessati: si devono mettere in contatto con noi.  Organizzeremo eventi con enti e istituzioni americane. Vogliamo il pubblico americano. Presto farò un incontro con i giornalisti. Ma non voglio presentare me stesso. Voglio consigli, anche se sono io il primo ad essere propositivo".
Poi ancora: "Da un lato bisogna instaurare un rapporto fisso con personalità del mondo della cultura come per esempio  quelle del Museum of Modern Art, del Metropolitan e del Withney,  poi occorre creare subito un board per trovare fondi e ristrutturare la sede dell'Istituto in Park Avenue. Creerò un'associazione, "Amici italiani della cultura", perchè questo palazzo va restaurato assolutamente. Prenderemo contatti con la Bracco, la Ferragamo, con altri. Dobbiamo mettere in funzione questo meccanismo."
Uno dei grandi problemi che si trovano ad affrontare i rappresentanti del mondo culturale ed economico italiano a New York è l'intensa  e spesso disorganizzata attività di rappresentanza. Troppi eventi da gestire nello stesso momento.

"Organizzazione. Il problema  è che non dobbiamo promuovere noi stessi ma il Paese. Non dobbiamo pensare di arrivare primi noi stessi perchè non andiamo da nessuna parte. Così non solo non arriveremo primi sul serio,  ma saremo ultimi  Dobbiamo fare sistema,  sembra una banalità, trita e ritrita,  ma dobbiamo fare sistema  insieme. La corsa singola non porta da nessuna parte. Io per primo, che sono bravo e ho le possibilità  di gestire contatti,  da solo non vado da nessuna parte."

Un esempio? "Con il console stiamo cercando di capire anche come possiamo aiutarci.  Ci siamo guardati infatti l'agenda della settimana. Ci sono degli eventi a cui potevamo andare entrambi per poi magari, per forza di cose, essere assenti altrove. Così possiamo sostituirci. O io o lui. Sfoltiamo un po'. La bi-trilocazione è una dote che non possiede nessuno.

Bisogna sapere cosa fanno gli altri. Questo problema si riscontra anche all'interno delI'Istituto nel suo piccolo. Ho tre collaboratori che si occupano di tre settori diversi. Uno non sa gli eventi dell'altro... Il problema sembra molto facile, ma bisogna cambiare la mentalità delle persone. La mia vera difficoltà sarà questa".
Proviamo infine a chiedergli una previsione realistica su cosa riuscirà a realizzare concretamente in due anni...
"Sono pochi due anni, ma un segnale minimo si può dare. Vorrei creare la base per l'associazione ‘Amici dell'Italia' e cominciare a cambiare l'immagine di questo posto.  Domani compro delle piante di tasca mia...  C'è ancora molto lavoro da fare in questo senso. Ci sono stanze da sistemare, il bagno qui era pieno di polvere e scatoloni... Io non posso lavorare in un ambiente simile. Mi è venuta allergia alla polvere.  Ho poi la possibilità di far arrivare qui sessanta opere per creare la collezione dell'Istituto..."

E aggiunge:  "Ma è anche una questione di energia, se uno guarda negli occhi stimola l'energia dell'altro e così si va avanti.  Dobbiamo far sì che questo posto diventi energetico. La rabbia sorda la provo quando vedo l'Istituto spagnolo qui accanto e so che c'è qualcosa di diverso.  Sono perfetti... per me è tremendo. Adoro gli spagnoli energeticamente, il loro è un istituto fantastico. Ora da noi c'è una depressione energetica e non possiamo permettercela. New York è il faro della cultura nel mondo e dobbiamo far sì che spuntiamo fuori anche noi. La cultura non è solo un grandissimo evento da realizzare. Certe volte viviamo di rendita. Certo portiamo Raffaello, Tiziano...  ma la cultura è anche tutto un sistema, una sinergia. Tutto è cultura.  Non possiamo solo vivere del grande evento. Anche il piccolo fa sistema, fa cultura. Ci sono per esempio artisti bravissimi sconosciuti.... Posso fare dei nomi per tanti come  Renato D'Agostino e Antonio Pio Saracino.
Sono delle presenze fondamentali che non possiamo dimenticare. Ci fanno fare bellissima figura all'estero. E non li conosciamo né in Italia né in America... Non è possibile.  Sono dei piccoli segnalini, da cosa nasce cosa e vediamo cosa possiamo fare..."

Lasciamo il direttore al suo lavoro.  Abbiamo colto alcuni ingredienti della sua ricetta. Attenta gestione dellO spazio e del tempo per lavorare meglio e far circolare conoscenza.  Sviluppo di energia e, soprattutto, organizzazione per far entrare la nostra cultura nel futuro a New York.