Personaggi

Mario Bertolino

di Luigi Boccia

Non c'è carriera operistica di rilievo che non si avvalga di una solida base tecnica e interpretativa, di uno studio costante del repertorio e di una naturale versatilità scenica". A dirlo è Mario Bertolino, Ercole all'anagrafe, Palermitano verace con alle spalle ben 52 anni di carriera internazionale che lo ha portato ad esibirsi nei teatri lirici più prestigiosi del mondo, sotto la bacchetta di illustri direttori d'orchestra, al fianco di colleghi dalle voci leggendarie.
Figlio di Giacomo, restauratore e decoratore, ed Elena Balistrieri, Bertolino viene al mondo il 10 settembre 1931 "in una zona centralissima di Palermo, vicinissima al teatro Politeama". Terzogenito di nove figli,  "eravamo sette maschi e due femmine, l'unico a lavorare era mio padre".
Così le prime note che il piccolo Ercole deve aver ascoltato sono quelle delle ninna nanne di sua madre Elena, dotata, a detta del figlio "di una straordinaria voce naturale" e che - aggiungiamo noi - deve aver avuto un bel po' da cantare per indurre alla sonnolenza la numerosa prole!
La passione per il canto arriva relativamente tardi: "crescendo canticchiavo le canzoni degli anni '50, quelle della mia generazione. Ogni tanto intrattenevo gli amici e le ragazze facendo l'imitazione di questo o quel cantante".
Ed è proprio quando la sorella di uno dei suoi amici convola a nozze che il destino gioca al giovane Mario uno scherzetto che gli cambierà la vita. "Avevo quasi 17 anni, quando mi chiedono se voglio cantare l'Ave Maria di Schubert e il Panis angelicus di Franck ad un matrimonio di amici. E chi avrebbe mai immaginato che quel giorno, seduto su uno degli scranni di quella chiesa,  vi fosse il grande  Beniamino Gigli in persona? Non mi vergogno di dire che all'epoca ero così ingenuo che a stento sapevo chi fosse".
Il mitico tenore recanatese, ingaggiato dal Massimo di Palermo per la stagione 1947-48,  in quei giorni era di stanza all'Hotel delle Palme in Via Roma, dove teneva regolari audizioni per giovani cantanti. "Dopo avermi sentito in chiesa, Gigli mi invita a fare un'audizione per l'indomani mattina. Vado e canto l'unico pezzo operistico che ero riuscito a memorizzare, il Credo dell'Otello di Verdi. Solo quando si ha quell'età e non si ha nulla da perdere si può osare tanto. Eppure ricordo il Maestro Gigli, alla fine dell'audizione, dire davanti a tutti che avevo una bella voce da baritono e  che ero da aiutare!"
Fu così che grazie alla mediazione di Gigli, Bertolino viene affidato agli insegnamenti di di una validissima Maestra di canto, Esther Mazzoleni, titolare della cattedra di canto lirico al Conservatorio Bellini di Palermo.
Doveva tenere particolarmente al talento di Bertolino la sua insegnante se, alla fine del terzo anno, decise che per il suo pupillo fosse arrivata l'ora di farsi sentire da uno dei più grandi baritoni di ogni tempo, Titta Ruffo, all'epoca già molto anziano e malato.
"A Ruffo piacqui molto e gli dispiaceva non essere nelle condizione fisica di darmi lezioni, ma fu lui stesso a consigliarmi di andare a Milano da un maestro che allora andava per la maggiore, il cremonese Mario Basiola, maestro di fama internazionale, il quale,  alla fine dell'audizione, mi disse: «sei un cavallo selvatico, ma di razza»".
Nello studio di Basiola, Mario vede sfilare il gota del panorama lirico degli anni Sessanta e Settanta, allora tutti ancora studenti: Di Stefano, Raimondi, Oncina, Guelfi, solo alcuni dei nomi che popolavano la casa del Maestro.
"All'epoca non era facile vivere a Milano, sbarcare il lunario e pagare per le lezioni di canto. Decisi così che mi sarei messo a fare qualsiasi lavoro pur di garantirmi la sussistenza e una certa continuità negli studi. Imbianchino, commesso in un negozio di scarpe, lavapiatti alla mensa degli Operai di Milano, Mensa ECA; poi, una volta diventato bravino col canto, cominciai a battere la strada dei concorsi canori, ma all'insaputa del mio maestro, che non mi riteneva ancora pronto. Così ero costretto a presentarmi sotto nomi diversi, Mario Berti o Ercole Bertoni e quando mi chiedevano il certificato di nascita, dicevo di averlo dimenticato... e ha sempre funzionato".
Dopo alcuni anni finalmente arriva il grande concorso, la grande occasione, ma anche il banco di prova per capire se vale la pena continuare a fare il cantante o se sia meglio virare in qualche altra direzione. È il 1955, il baritono Mario Bertolino ha soltanto 24 anni quando arriva primo al Concorso dell'As.Li.Co (Associazione Lirica Concertistica), lo stesso che in quegli anni porterà sotto i riflettori internazionali cantanti del calibro di Bergonzi, Cappuccilli e Scotto.
"Quando ho detto a Basiola che avrei partecipato e che mi sentivo pronto, mi ha risposto: «non farmi fare brutte figure»! Quando ho ritirato il premio pecuniario, volevo ripagarlo di tutte le lezioni gratuite, ma non c'è stato verso. Spesso mi chiedono come mai non ci sono più i cantanti di una volta? Forse perché non ci sono più i Maestri di una volta".
La vittoria del prestigioso concorso canoro scandisce ufficialmente l'inizio della carriera di Bertolino, il quale nell'arco degli ultimi 52 anni, cantando da baritono prima e da basso-buffo poi,   si è cimentato con oltre 60  dei ruoli più impegnativi del repertorio lirico, tra cui vale la pena citare rapidamente quelli che ha interpretato in maniera indimenticabile: Don Pasquale, Elisir D'amore, Forza del destino, Barbiere di Siviglia, Tosca, Manon Lescaut, Werther, Madama Butterfly, Rigoletto, Carmen e Bohéme.
 "Non mi sono formalizzato. Alcuni teatri mi vogliono per le mie capacità drammatiche, altri mi amano per la mia verve comica, per quello che riesco a comunicare con la mia voce, la mia esperienza e il mio talento recitativo. Questo è il motivo per cui non storco il naso quando non mi vedo offrire i ruoli più gettonati. In teatro bisogna soprattutto saper stare in palcoscenico, sempre e comunque, dai piccoli ai grandi ruoli. È questo che i giovani stentano a capire. Pensate che i grandi cantanti abbiano fatto la carriera solo con i grandi ruoli? Assolutamente no!".
Si alza e ci mostra un'incisione di Bohéme, sulla cui copertina  il nome di Bertolino compare accanto a quello di Corelli  e della Tebaldi: "era il 2 dicembre 1969. Direttore Anthon Guadagno. Io interpretavo 2 ruoli all'interno della stessa opera, Benoit e Alcindoro. Ne vado fiero, perché sono sempre stato del parere che per essere un grande artista c'è bisogno di profonda umiltà e di un amore viscerale per il palcoscenico, indipendentemente dall'importanza del ruolo e della situazione".
Stagione dopo l'altra, il nome di Bertolino appare nei cartelloni di tutti i più prestigiosi templi della lirica, fino all'approdo al MET, che risale al 1964.
"All'epoca ero conosciuto col nome di Ercole Bertolino, ma mal tollerando il modo in cui gli Americani ne deformavano il suono, decisi di passare da un nome pagano e difficile da pronunciare ad uno cristiano e di più semplice articolazione, Mario appunto".
Se l'arrivo al MET equivale alla consacrazione di Bertolino tra i più grandi interpreti della sua generazione, il cammino necessario per arrivarci è davvero lungo e faticoso.
Giunto negli Stati Uniti senza un regolare permesso di soggiorno, sfuggito dalla macchina dell'emigrazione ripetute volte e aiutato da qualche connazionale di buon cuore, Bertolino comincia a fare audizioni per tutte le compagnie d'opera statunitensi, collezionando importanti contratti. Solo dopo aver cantato in teatri come Philadelphia, San Francisco, Cincinnati, Texas, Florida, Orlando e infine Chicago che Bertolino ottiene la famigerata Green Card e con essa il permesso di accettare ingaggi in Europa e in tutto il Sud America. Ormai, la fama lo precede di teatro in teatro di città in città, dandogli la possibilità di esibirsi insieme a tutti i più grandi dell'ultima metà di secolo.
"Nel 1964 arrivai al MET, era ancora il vecchio MET. Jan Peerce mi aveva sentito a Cincinnati mentre facevamo Rigoletto insieme ed è stato lui a portarmi al MET, pubblicizzando le mie doti vocali e attoriali. Ho cantato al MET per 10 stagioni di seguito. Alla fine avrebbero voluto rinnovarmi il contratto, ma volevano l'esclusiva e mi proponevano essenzialmente coperture", ossia contratti in base ai quali chi copre canta solo se il cantante principale è indisposto.
"All'epoca mi sentivo ancora giovane e con un grandissimo potenziale vocale, non volevo trascorrere lunghi periodi in attesa che qualche collega cancellasse,  perciò declinai l'offerta e mi lanciai in una nuova sfida, quella dei Teatri Italiani, presso i quali era arrivata l'eco dei miei successi newyorkesi. Dopo molti anni di assenza dalla madrepatria, calcai con commozione infantile i palcoscenici di Bologna, Roma, Palermo, Genova, Torino, Catania,Venezia, Napoli, Bari, incontrando sempre quell'accoglienza trionfale di cui solo il pubblico Italiano è capace. Degli anni al MET ho ricordi bellissimi. Era un autentico tempio dell'arte, ma col passare del tempo, e specialmente oggi giorno assomiglia ad una bella nave con un equipaggio inadeguato! Infatti, la dirigenza del teatro è in mano ad individui che non solo non capiscono nulla di voci, ma si appropriano del MET come se fosse di loro proprietà, importando solo quella parte di cantanti che conviene per bieche logiche di botteghino.

È pur vero che ai giorni nostri il pubblico non ha più la forza o la voglia di boicottare una recita o una produzione per arrestare questo declino. Se a questa situazione già raccapricciante, si aggiunge lo strapotere degli agenti che nell'era moderna puntano tutto sul battage pubblicitario e poco sulla qualità artistica dei loro clienti, si capisce facilmente perché quelli della mia generazione prendono le distanze inorriditi da ciò che vedono e sentono".
Ci sono delle felici eccezioni: artsisti i cui notevoli sforzi di ripristinare una tradizione agonizzante cozzano quotidianamente con la tendenza suicida di molti, specie registi e direttori d'orchestra che, nel disperato tentativo di presentare qualcosa di nuovo, incorrono nel triviale, nel banale, snaturano l'essenza del teatro operistico e  lo conducono verso una fine inevitabile.
"Se uno a bruciapelo mi chiedesse chi, tra i direttori in carriera, può essere accostato ai grandi del passato con i quali ho avuto la fortuna di lavorare (Serafin, Patanè, Gavazzeni, Coppola), rispondo sempre senza la minima esitazione: Daniel Oren", attualmente direttore stabile al Teatro di Trieste.
"A mio avviso, nel caso di Oren siamo di fronte ad un grande uomo, un direttore d'orchestra e un musicista dall'impareggiabile talento. A dispetto della giovane età, Oren possiede una profonda conoscenza della tradizione e delle voci. Inoltre dirige sempre con grandissima passione e trasmette il suo entusiasmo a chiunque gli stia intorno. Un musicista come pochi altri, ma anche un uomo dalla grande umanità". Bertolino smette di parlare, vinto dalla commozione. Fu Oren - ci racconta - che gli fu vicino come un fratello e spinse Bertolino a ricominciare a cantare dopo il tragico incidente automobilistico nel quale persero la vita suo figlio Michele Giacomo (24 anni) e suo genero Victor. Era il dicembre 2003.
"Dopo una sciagura del genere, non volevo più vivere. Avevo cancellato tutti gli impegni, e mi negavo al telefono. Una cosa del genere non dovrebbe succedere a nessun genitore! È un dolore atroce, indicibile.
Un giorno Oren, che dirigeva al MET in quel periodo, saputa la vicenda, mi mandò a chiamare e mi disse: «Tu devi cantare, perché il pubblico ha bisogno di te e perché so che puoi dare ancora tantissimo. Mi piacerebbe che tu faccia Rigoletto a Tel Aviv». Io dissi di no, ma il contratto mi arrivò comunque, poi fui richiamato a Verona. E così, grazie all'amico Oren e al supporto morale e psicologico di mia moglie Costantina e mia figlia Claudia che volevano che ricominciassi a vivere, sono riemerso dal periodo più buio della mia esistenza."
E il coraggio di ricominciare mostrato da Bertolino in quella particolare circostanza mette in luce la tenacia e la passione di chi in teatro si sente a casa e fuori di esso un po' spaesato: questo forse il motivo per cui quando gli chiediamo per quanti anni ancora gli piacerebbe cantare, risponde netto: "fino all'ultimo respiro. La voce non invecchia, invecchia il vestito. Se hai la forza di sostenere il canto - e questa forza la trovi dentro di te, non ha nulla a che fare coi muscoli - puoi cantare per sempre."
Quando si guarda a carriere di rilievo come questa, ci si chiede sempre se prima o poi arriverà il momento in cui l'artista deciderà di trasmettere tutto il suo bagaglio di conoscenze, esperienze e ricordi alle nuove generazioni.
Una sfida a tutti gli effetti, l'ennesima per Bertolino che ha da poco cominciato ad insegnare canto e perlopiù a professionisti già in carriera. "I giovani sono il futuro, sono la continuazione, è su di loro che bisogna investire e riversare tutta l'esperienza accumulata in decenni di carriera. È vero anche che proprio i giovani devono stare molto attenti ad affidare il proprio talento vocale nelle mani giuste. In giro ci sono troppi mercenari incompetenti che rovinano carriere dall'enorme potenziale. Personalmente sono del parere che i maestri di canto, o presunti tali, che non sono mai stati cantanti nella loro vita, che non lo hanno mai fatto, cioè, a livelli professionali, andrebbero arrestati al pari di tutti gli altri impostori o venditori di fumo! Non si può essere maestro di canto se non si ha una quotidiana familiarità con la proiezione, la posizione e l'articolazione dei suoni, col fiato, il fraseggio o la polvere del palcoscenico: è come un chirurgo che non ha mai fatto operazioni. Se voglio operarmi, vado da un chirurgo che opera da tanto con notevole successo, non da uno che sa i manuali di medicina a memoria, ma non ha mai avuto un bisturi tra le mani!" E come dargli torto?

Luigi Boccia