A modo mio

Appena venticinque anni fa

di Luigi Troiani

Il 10 novembre 1982 moriva Leonid Brezhnev. All'epoca la dipartita, benché prevista (il leader era da tempo malato e incartapecorito) fu percepita come rilevante. Non tanto in Urss dove, dopo i funerali in piazza e le lacrime versate dai bambini per il "caro nonno" estinto, si procedette a un  tranquillo ricambio al vertice, quanto nel mondo, speranzoso che a Mosca finisse la politica dei niet, espletata, per conto di Brezhnev, dalla cariatide Gromiko, ministro degli esteri. Si aveva fiducia che, in nuove condizioni, si frantumasse la "glaciazione" sedimentata dalla senilità politica, morale e fisica di Breznhev. Tanto più che a gennaio era mancato Mikhail Andreyevich Suslov, ideologo ufficiale della chiesa marxista-leninista di rito moscovita, padre della dottrina della "sovranità limitata" e vestale del "socialismo reale".

    Autore, con altri, del defenestramento di Krusciov, Brezhnev aveva rilanciato le burocrazie, considerate dal predecessore come vera palla al piede dello sviluppo sovietico. Tra queste, il Kgb, onnivora centrale di spionaggio e controllo. Furono quelle burocrazie, ringalluzzite e sostenute dal Cremlino, a organizzare e gestire la repressione di ogni forma di dissenso, soffocare la primavera praghese di Dubcek, cacciare gli ebrei spingendoli (contro pagamento) ad emigrare, avventurarsi in guerre e guerriglie in Africa e Asia (Vietnam, Medio Oriente, Terzo mondo in genere), lanciare la corsa agli armamenti in competizione con Washington, aggredire l'Afghanistan. Con senso dello stato e del limite, furono sempre esse ad ancorare Brezhnev a certo realismo e spirito di compromesso: nel liberare dissidenti o ebrei in cambio di tonnellate di grano americano, nel firmare (1972) il trattato sulla limitazione delle armi strategiche (Salt) e l'Atto finale della Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce, 1975).
    Ci si renderà conto con Gorbaciov, con la perestrojka (ristrutturazione) e la glasnost (trasparenza), di quanto profonde fossero state le crepe lasciate dal brezhnevismo nell'Urss. Sotto la superficie della difesa dell'ortodossia dominante e del consolidamento del potere dello stato leninista e dei suoi apparati, società ed economia erano andate completamente alla malora. Può dirsi anzi che tuttora la Russia stia pagando quei lunghi anni di "stagnazione" e abbandono.

    Ciò richiamato, il giudizio sul leader non può che risultare articolato, non essendo il suo lungo periodo di comando (secondo solo a quello di Stalin) composto soltanto di ombre. La cosa più importante è chiedersi se di quelle ombre, qualcuna risulti così obliqua da essere arrivata sino a noi. E', ad esempio, fuor di dubbio che lo sforzo modernizzatore di Putin, uomo maturato e indottrinato nel Kgb degli anni brezhneviani, rilanci il ruolo delle burocrazie, in particolare di quella poliziaria e dei servizi, rinnovando il tentativo tecnocratico di rafforzamento statale che era stato anche di Andropov (l'ex Kgb succeduto a Brezhnev). In Asia centrale (Cecenia) l'attuale presidente ha picchiato duro quanto Brezhnev in Afghanistan. Come il leader di allora, ha impegnato il paese in pesanti progammi militari, sottraendo risorse ad un'agricoltura ancora in cerca di continuità e a settori dell'economia che potrebbero soddisfare i bisogni dei nascenti ceti medi cittadini. Evidente anche un certo culto della personalità, benché il giovane Putin risparmi su onorificenze medaglie e automobili occidentali, passioni incurabili del vecchio Brezhnev. C'è continuità nella leadership moscovita, perché c'è continuità nelle attese di potenza che i russi riversano verso i loro dirigenti che, nonostante i cambiamenti avvenuti, continuano a considerare soprattutto "capi" da seguire.