Il rimpatriato

Biagi: l'addio contaminato

di Franco Pantarelli

Trovare una straccio di rapporto fra Richard Nixon e Enzo Biagi è decisamente arduo. Ma devo confessare che con la morte del grande giornalista italiano, e soprattutto di fronte all'alluvione di lacrime di coccodrillo che ha sommerso lui e l'Italia intera, il ricordo di quando negli Stati Uniti morì il presidente del Watergate mi è arrivato addosso inesorabile. Con uno strano effetto rovesciato, tuttavia. Allora, a colpirmi fu il fatto che quelli che scrivevano i necrologi sembravano voler soddisfare l'argomento di Marc'Antonio (quello che sulla tomba di Cesare lamenta che "quando uno muore, il bene che ha fatto se ne va con lui nella tomba e ciò che resta è solo il male"). Visto che Nixon è morto - mi sembrava si fossero detti i commentatori americani - piuttosto che rivangare la sua abitudine (tanto per dirne una) di valutare gli uomini a seconda che fossero ebrei o no, cerchiamo di valorizzare la sua indubbia intelligenza, il suo ottimo fiuto politico e le sue capacità manovriere. Un'operazione che ha poco a che fare con la famosa completezza dell'informazione ma comunque perdonabile perché compiuta sull'onda della pietà.

Nel caso di Biagi, invece, lo spettacolo è stato quello di un gigante che muore e un grappolo di nanerottoli che prendono ad agitarsi non per piangerlo ma per brillare un po' della sua luce riflessa. Magari anche mentendo spudoratamente. Non c'è spazio che per uno dei tanti possibili  esempi, per cui mi limiterò a prendere il più divertente (una volta che si superi l'indignazione) di essi.
Riguarda il portatore di una concezione del giornalismo che non potrebbe essere più lontana da quella di Enzo Biagi. Si chiama Emilio Fede ed è diventato tanto famoso come "adorartore di Silvio" che lo stesso Berlusconi ne parla - seppure con benevolo, narcisistico compiacimento - come di un fenomeno a se stante, buffo ma in fondo simpatico e comunque da non prendere in considerazione. Tanto Biagi fu cacciano varie volte per non aver voluto chinare la testa, tanto Fede ha rischiato la cervicale per tutte le volte che l'ha chinata. Tanto Biagi era di un'ironia micidiale ("uno scambio di idee con Tanassi è una cosa tecnicamente impossibile"), tanto Fede è completamente privo di senso dell'umorismo. Ebbene, sapete cosa ha detto questo signore in morte di Enzo Biagi? Ha ricordato quanto era buono e come prova ha portato il fatto che lui era stato assunto proprio da Biagi (presumo quando era direttore del Telegiornale, fra le cui prerogative non c'era certo quella di assumere, magari!) "senza neanche conoscermi". Sottinteso: mi guardò negli occhi e tanto gli bastò, ci eravamo capiti al volo.

 Se volete un pizzico di realtà sui rapporti tra Biagi e Fede, invece, eccolo. Qualche anno fa Biagi scrisse un articolo riassumibile in una ovvietà sotto gli occhi di tutti: i programmi giornalistici della Rai fanno schifo. Fede, stizzito, gli rispose con un attacco tanto furibondo quanto incauto, perché per metterti a polemizzare con uno capace di distruggerti con due parole devi essere o un genio o un incosciente. Biagi infatti gli rispose pacatamente ricordando il soprannome che i colleghi della Rai avevano dato a Fede - all'epoca inviato per l'Africa e ogni volta che tornava dai suoi viaggi portava note spese che facevano saltare sulla sedia gli amministratori - e cioè Sciupone l'africano. Con questa chiosa: "Non pare che quell'appellativo, sciupone, riguardasse il dispendio di idee".

Naturalmente Emilio Fede è libero di inginocchiarsi di fronte a chi vuole e di lanciare attacchi a chi gli pare. Ma quella di inserirsi di soppiatto tra coloro che Biagi stimava e apprezzava è un'operazione a dir poco disonesta, specie perché lui non c'è più e non si rischia la sua frasetta che incenerisce. Quelle frasette ora non le leggeremo più, e chissà che non sia stata questa "garanzia" a indurre Silvio Berlusconi a dire che lui la cacciata di Biagi dalla Rai non la chiese mai e che l'idea del famoso "editto bulgaro" (lui parla durante una visita a Sofia e dà del "criminale" a Biagi e altri) fu la solita stampa a fraintendere, trasformandosi così in una macchietta (alla stregua del suo adoratore) ormai al riparo dall'ironia, sepolta nel cimitero di Pianaccio, sui monti emiliani.