Analisi

IL FATTO/ Mafia meno forte: fino a quando?

Ferdinando D'Ondes di Valentino

L'arresto del boss Salvatore Lo Piccolo dimostra, ancora una volta, che la Sicilia di oggi non è più quella di venti anni fa. Oggi la mafia siciliana è più debole e più vulnerabile rispetto al passato. L'onorata società, che dir si voglia, non ha più il peso che esercitava ai tempi dell'assassinio del generale dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, quando in tutta l'Isola faceva il bello e il cattivo tempo. Negare ciò è negare l'evidenza. Questo non significa che la mafia non c'è più. C'è ancora, ed è sempre insidiosa. Una realtà criminale che va sempre monitorata. Le autorità dello Stato - magistratura e forze dell'ordine in primo luogo - non debbono abbassare la guardia. Anche perché la Sicilia resta una regione italiana con un alto tasso di disoccupazione. E quando manca il lavoro è piuttosto facile, soprattutto per i giovani, essere reclutati nei ranghi della mafia, magari perché allettati da facili e lauti guadagni.
Quello che leggerete, cari lettori italiani in America, è un articolo che, com'è giusto che sia, tesse le lodi delle forze dell'ordine che hanno catturato il boss mafioso Salvatore Lo Piccolo. Un arresto che fa il paio con quello di Bernardo Provenzano, avvenuto nell'aprile dell'anno scorso. Su tutti gli altri giornali avete letto e leggerete le ricostruzioni e le spiegazioni di quanto avvenuto e di quanto sta avvenendo nel pianeta mafia. Che Lo Piccolo è un boss un po' diverso da Provenzano, da Totò Riina e, in generale, dai boss corleonesi. In primo luogo, perché ancora non era diventato un boss con la ‘B' maiuscola, ma, come ha detto qualcuno, "studiava" per diventarlo. E poi perché Lo Piccolo sponsorizzava il ritorno in Sicilia dei cosiddetti "scappati". Il riferimento, per lo più, è ai figli dei grandi boss della vecchia mafia siciliana - gli Inzerillo, i Bontade, per citare solo due note famiglie di mafia - scappati negli Usa nei primi anni '80 per sfuggire alla "mattanza" dei corleonesi. Tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80, infatti, i corleonesi decimarono le famiglie di mafia loro avversarie, costringendo i pochi rimasti vivi e i figli di coloro i quali vennero ammazzati a emigrare negli Stati Uniti.
Lasciamo ai cosiddetti "mafiologi" l'analisi su questi scontri tra famiglie di mafia. E lasciamo a loro anche l'analisi sul "decalogo" del buon mafioso e sui "pizzini" ritrovati nel covo di Lo Piccolo. A noi qui interessa illustrare la debolezza della mafia siciliana odierna e il perché la mafia potrebbe ridiventare forte.  
Come ci è capitato più volte di scrivere sulle colonne di questo giornale, la mafia siciliana è stata forte nel passato, lontano e recente, per una serie di motivi che cercheremo di sintetizzare. L'organizzazione mafiosa diventò forte nel 1860 perché, aiutando Garibaldi nell'impresa dei mille e piazzandosi nei glangi essenziali della Sicilia che entrava a far parte del nuovo Stato italiano unitario, si assicurò un ruolo chiave nell'Isola e nel Paese. Pensate, cari lettori americani, che già qualche decennio dopo l'unificazione italiana due parlamentari toscani - che poi diventeranno insigni uomini politici - Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, vennero in Sicilia per capire quello che succedeva. E in un celebre resoconto-saggio dal titolo: "Inchiesta in Sicilia", denunciarono il malaffare mafioso che imperversava nelle contrade isolane. Ma il loro allarme fu accolto da un assordante silenzio, a Roma come a Palermo.
I mafiosi ebbero seri problemi solo con il regime di Benito Mussolini. Per un motivo semplice: perché l'idea di Stato etico del Fascismo mal si conciliava con l'etica distorta della mafia (ammesso e non concesso che la mafia possa avere un'etica). Mussolini, per sua formazione, non poteva consentire a un nugolo di prepotenti e malavitosi di tiranneggiare una parte del Paese. E non lo consentì. Spedì in Sicilia il prefetto Cesare Mori, passato allo storia come il "Prefetto di ferro", che arrestò un sacco di mafiosi e ne costrinse alla fuga in America altrettanti.
La mafia tornò ad alzare la testa in occasione di un altro sbarco: quello degli americani nel giugno del 1943. Per entrare in Sicilia i militari statunitensi si servirono di Cosa Nostra americana e della mafia siciliana. Il prezzo da pagare fu il ritorno in grande stile dei mafiosi nei gangli del potere isolano. Per quasi cinquant'anni, e cioè fino alla caduta del comunismo, la mafia siciliana ha goduto di appoggi americani e del sostegno, più o meno occulto, di "pezzi" delle istituzioni del Belpaese, a cominciare dai servizi segreti, che nell'Italia repubblicana sono quasi sempre stati "deviati".
Caduto il comunismo gli americani non hanno più avuto alcun motivo per foraggiare i mafiosi siciliani. Che infatti hanno cominciato a perdere terreno e a cadere nelle mani della giustizia. Nel frattempo le cose sono mutate anche in Italia, non tanto per Tangentopoli, che ha cambiato poco o nulla, quanto perché anche i servizi segreti italiani più o meno deviati non hanno avuto più interesse a "proteggere" i mafiosi. Questo non significa, lo ripetiamo, che la mafia è debole: significa che è meno forte e meno protetta. Questa organizzazione resta pericolosa, soprattutto se la Sicilia non riduce drasticamente la disoccupazione.
Lo Stato italiano, nelle sue articolazioni giudiziarie (magistratura) e repressive (forze dell'ordine) ha fatto bene la propria parte nella lotta alla mafia. Non altrettanto può dirsi dei governi italiani: governi che - chi più, chi meno - continuano ad ignorare i problemi del Sud d'Italia e, in particolare, della Sicilia. Questo è un punto cruciale che va chiarito ai lettori.
Il Sud italiano, nel suo complesso, si presenta economicamente più arretrato rispetto al Centro Nord del Paese. In parte è per responsabilità delle classi dirigenti meridionali, in parte per incapacità e malafede dei governi nazionali (con in testa l'attuale governo Prodi). Ed è proprio quest'ultimo, il governo nazionale, ad avere oggi maggiori responsabilità. Nel Sud, a cominciare da Sicilia e Calabria, mancano infrastrutture essenziali. I trasporti, ad esempio. Basti pensare che la rete ferroviaria è ancora quella di sessant'anni fa (anzi, si trova in uno stato peggiore di quello di sessant'anni fa). Ancora oggi il governo nazionale nega al Sud l'alta velocità ferroviaria; nega un sistema stradale moderno (l'autostrada Salerno-Reggio Calabria è un delirio); e nega tante altre cose, a cominciare dal ponte sullo Stretto di Messina.
In queste condizioni sarà difficilissimo battere la ‘ndrangheta calabrese (oggi, in assoluto, la più potente e impenetrabile organizzazione mafiosa del Paese). E non è da escludere che, permanendo in Sicilia tali difficoltà economiche (che possono solo in parte essere lenite con i fondi europei e con quelli regionali che non possono e non devono sostituirsi a quelli dello Stato), la mafia, al mutare delle condizioni politiche internazionali (cosa non improbabile), possa tornare ad essere forte.