Visti da New York

Biagi Libero. Gli altri prigionieri?

di Stefano Vaccara

Il vero senso della scomparsa del grande giornalista Enzo Biagi, come già avvenne per Indro Montanelli,  lo capiremo appena non lo leggeremo quando ne avremo più bisogno. Al posto delle sciabolate del toscanaccio, il giornalista emiliano usava la penna come un fioretto, ma ottenendo gli stessi risultati: poche e assestate parole per colpire il bersaglio al cuore. Giornalismo senza paura che fa paura ai potenti? Quello di Biagi è stato definito giornalismo libero che non si piegava, giornalismo quindi che ha dovuto pagare anche le umiliazioni (e gli onori) del licenziamento. Vero, giusto. Ma forse certi titolisti non si sono resi conto che ricordando Biagi così, hanno messo in piazza i panni luridi dell'informazione italiana. Biagi giornalista libero? Che significa allora,  che centomila restano al servizio di più padroni e mai del cittadino-lettore?
Biagi, a differenza di altri grandi della stampa, sapeva mantenere la stessa lucida e ficcante sintesi anche in televisione. Solo a lui riusciva di raggiungere così milioni di italiani. Ecco perché spaventava di più di altri. Ecco perché fu cacciato da Berlusconi dalla Rai.
Su questo episodio però non prendiamo abbagli. Biagi fu cacciato dalla tv da un Cavaliere con molte macchie e tante paure, ma sdegnarsi del "metodo bulgaro" come se fosse solo una creazione nata con Berlusconi al governo è un'ipocrisia. Il ratto della Rai  da parte della partitocrazia italiana (e il Cavaliere, che si era spacciato come liberatore, fu ben felice di sedersi in quella tavola rotonda) è un dato di fatto, a prescindere da chi abbia abitato Palazzo Chigi negli ultimi decenni. Oggi, come ieri, anche Prodi (e già prima Veltroni) sa far uso di metodi meno "scioccanti", insomma sa stare alla tavola Rai senza provocare il frastuono di cristalleria in frantumi che invece si sentiva col troppo focoso Berlusconi. Ma la sostanza è la stessa. Prodi magari non caccia nessuno, ma sicuramente sceglie, dai direttori dei tg fino forse al più inesperto dei cronisti.
Quindi la scomparsa di Biagi ci offre l'occasione di ribadire dove si alimenta il cancro della democrazia italiana. Qualcuno pensa che il contagio della malattia sia alimentato dalla mancanza di una buona legge elettorale, altri da una giustizia troppo lenta o militante, etc etc. Tutti gravissimi sintomi che impediscono un corretto funzionamento della Repubblica, per carità, ma sintomi che nascondono la vera malattia che sta spezzando il cuore di questa democrazia italiana. E' la mancata forza del quarto potere il vero male. In Italia è troppo debole e alle volte manca del tutto questo anticorpo indispensabile, l'informazione libera, quel guardiano a protezione degli interessi pubblici (non si intende della Rai, ma del cittadino!) per smascherare certe caste che mortificano le libertà di tutti. Ma si sà, cane non mangia cane. Il giornalismo che si fa casta e si siede con gli altri cavalieri della tavola rotonda, dove politici, sindacalisti, magistrati, imprenditori-editori ricoprono solo all'apparenza ruoli diversi, ma sotto sotto hanno lo stesso obiettivo: preservare il sistema.
Adesso arriva l'assurda querela dai vertici della Rai telecomandati, contro il giornalista Filippo Facci del Giornale che aveva qualche giorno fa scritto una opinione diffusissima in Italia e, aggiungiamo, all'estero. Eccola: "Penso serenamente, da anni, che la Rai sia una cloaca da ripulire. Penso che il canone andrebbe abolito. Penso che la Rai andrebbe privatizzata al cento per cento, o in alternativa fare servizio pubblico al cento per cento.... Penso moderatamente che la Rai sia il vero cancro di questo Paese, ciò che non cambierà senza che cambi davvero anche il Paese. Penso dunque, pure, che non accadrà nulla".
E la Rai si offende e lo querela? E fa censura impedendo a Facci di partecipare alla trasmissione "Anno Zero" di Santoro dove era stato invitato? Ma che ne pensa Prodi di questo anafalbetismo istituzionale italiano sul ruolo della stampa in democrazia? Ci risulta che tra i più stretti consiglieri del presidente del Consiglio ci sia Rodolfo Brancoli, per anni corrispondente da Washington del Corriere e che pubblicò, ormai 13 anni fa, un bellissimo libro, che si intitolava: "Il risveglio del Guardiano: Dal giornalismo americano un modello informativo per la Seconda Repubblica" (Garzanti, ‘94).  Forza Brancoli, sveglia un po' il Professore, altro che querele per chi scrive un'opinione sulla Rai.
Biagi, che era amico di Prodi, su questa ennessima figuraccia Rai, avrebbe colpito con uno dei suoi "strettamente personale"?  Così crediamo, così speriamo.