SPECIALE/POLITICA ITALIANA. Pd: il diario di una delegata Usa

di Graziella Bivona

L'arrivo a Milano, dopo sette ore di volo, è da tregenda: tanto freddo e una pioggia battente che rimbalza sulle strade lucide. Taxi fino a Rho, un'appendice di Milano. Albergo. Camera, finalmente. E' minuscola, la mia camera, bisogna destreggiarsi e cercare di muoversi senza provocare piccole catastrofi. Ma è deliziosa e soprattutto confortevole per un piccolo sonnellino. Ma dopo un'ora non resisto e scendo nella hall: la curiosità è tanta. Quanta gente! Siamo tutti qui e, più di qualunque altra cosa, veniamo da ogni parte del mondo. Australia, Argentina, Stati Uniti, Brasile, l'Europa intera. Mi siedo in uno dei piccoli gruppi disseminati nel salone e cerco di capire di che cosa si stia parlando. Meglio che stai zitta per un po', Graziella, e assimili qualcosa prima di lanciarti impetuosamente, dico tra me e me. Un po'. Quanto dura un po'? Non lo so, ma prima di rendermene conto sono già coinvolta nella discussione. Un confronto avvincente sulle realtà di ogni Paese, ognuna diversa, ma la passione politica che ci anima è la stessa. E gli stessi sono anche gli ideali. Sento un calore emozionante che comincia a farsi strada dentro di me. Quando uno di noi guarda l'orologio, non riesce a soffocare un gemito: "Ehi! Ma sono quasi le due!". I gemiti sono di tutti, mentre ci alziamo frettolosamente e ci avviamo verso le nostre camere. Poco male, mi dico. L'appuntamento per domani è alle dieci e trenta.
Ho tutto il tempo per un sonno ristoratore. Sette ore mi bastano e chiedo la sveglia per le nove. Anche se la camera mi sembra più piccola di prima, non riesco a trovare il pigiama. Apro l'anta dell'armadio, per accorgermi che non è l'armadio, bensì il bagno. Non c'è molta differenza, comunque. Trovo il pigiama, lo indosso e infilo me e il pigiama nel letto. Buio. Mi sveglio di soprassalto, sono sicura che sia tardissimo e di non aver sentito la sveglia. Sbircio l'orologio. Le sei e mezza! Impossibile. Che si fa? Non ho sonno. Dopo una decina di minuti passati a girarmi nel letto, decido di alzarmi e prepararmi. Alla fine il momento storico arriva: si parte dall'hotel per raggiungere i locali della fiera di Milano dove si terrà l'assemblea. Durante il tragitto parlottiamo tra noi, facciamo le prime ipotesi e la domanda che continua a girare è: ma che dobbiamo fare? Nessuno ce lo ha detto e di un programma manco a parlarne. Ma non ci importa. Anzi. La curiosità accresce l'emozione.
Quando finalmente arriviamo ai cancelli della fiera, un "oh" di meraviglia ci esce dalla gola: una fila lunghissima di persone in attesa dell'apertura. Siamo 2853, fra eletti alle primarie in Italia e all'estero, che cerchiamo di prendere posto nell'auditorium della nuova fiera. La prima persona che incontro all'entrata è Enrico Letta. Gli stringo la mano, ma riesco a balbettare quattro parole quattro, perché l'emozione è fortissima, la gola mi si è stretta tanto per farmi un dispetto e la salivazione è azzerata. La prima cosa che mi viene in mente non ha decisamente un connotato politico: penso che sia altissimo e che ha un'aria decisamente simpatica. Non credo che i miei pensieri siano molto "politici" e nel dubbio decido di tacere.
L'auditorium è affollatissimo: eletti, fotografi, giornalisti, invitati. Subito mi colpisce un tendone. Fondo bianco. E una scritta: Partito Democratico - Assemblea costituente.  Mi basta. Le donne sono circa la metà dell'assemblea. Sono raffinate, belle, il look è curato, i capelli sono biondo platino molto trendy. Gli uomini non sono da meno. Niente jeans e maglioni che fanno tanto compagni, ma giacche, cravatte, borse leopardate e tacchi a spillo. Ci sono tanti giovani, addirittura sedicenni, che si aggirano con una disinvoltura invidiabile... il nuovo che avanza? Mi fa ben sperare.
Mi colpisce il fatto che il palco non sappia per niente di "congresso": niente transenne, nessuno si deve difendere da nessuno. Tutti alla pari. La confusione è enorme e tutti cercano di individuare un amico, un conoscente, un politico con il quale farsi fotografare. Molti abbracci, saluti, pacche sulle spalle. Improvvisamente risuona una voce gentile di donna, amplificata al massimo, che augura buon lavoro ai partecipanti.  La musica che subito dopo inonda l'auditorium ci coglie ancor più di sorpresa. Sulle note di What a wonderful world di Joey Ramones il telone cade di colpo. Che scena, ragazzi! Si vede una specie di orto botanico, erba verdissima a terra, immagini che scorrono sulla parete dietro il tavolo della presidenza. Una scenografia incantevole.  Il colore dominante è il verde, che subito rifluisce, gira su se stesso ed esplode fino a diventare un arcobaleno. Ancora immagini di famiglie felici, di volti sorridenti, di giovani, donne, vecchi, immagini suggestive di un'umanità sparpagliata, e occhi, tanti occhi, occhi sgranati di bambini, occhi saggi di anziani, espressivi, intensi, eloquenti... neanche gli spot del Mulino Bianco sono così belli.
Un nodo mi afferra la gola nel vedere tanta gente che si incontra per la prima volta e già si sente come un'unica famiglia in una grande casa. Un pensiero mi colpisce: è un fatto unico al mondo che due grandi partiti si uniscano, mentre i più piccoli vanno in frantumi che neanche i bicchieri della Nutella... E' vero, qua e là si sentono alcuni commenti dal sapore di corrente... DS... DL... ma è ancora presto. Anche questa, come tutte le unioni, avrà i suoi problemi di convivenza: quel quadro non mi piace, quel tavolo fa schifo, metti a posto i tuoi vestiti, non lasciare i calzini in giro, e quanto rompi! Ma alla fine l'equilibrio arriva e nessuna corrente potrà rovinare questo importante punto di arrivo... almeno spero.
Magic moment... ecco Prodi, la Finocchiaro, Franceschini, D'Alema, Veltroni... WOW!!! I miei idoli tutti insieme. Sono lì. A un passo da me. Che sono seduta accanto a Furio Colombo. Mica male. Incrocio il suo sguardo. Vedo che muove le labbra. Cosa? Ah sì, certo, come no, sembra davvero una convention democratica negli Stati Uniti. Ma ora zitti, Prodi inizia a parlare. Insomma. Riesce appena a dire "Care democratiche e cari democratici", che un applauso scrosciante straripa nella sala. Un applauso che sembra infinito. E' la sesta volta che presenzio a una manifestazione con Prodi, ma, parola mia, non l'ho mai visto così in forma, tanto allegro da sembrare beato, emozionato, deciso. Il suo intervento mi travolge e lo seguo parola per parola. Potrei redigere un verbale, lo giuro. Rivendica energicamente i risultati ottenuti dal suo governo. Ritiro dall'Iraq, e meno male. Missione in Libano, e vabbé. Riordino dei conti, un vero macello. Recupero dell'evasione fiscale, e finalmente. Lotta al precariato e accordo sulle pensioni. Beh, certo non è poco
Non mancano battute di spirito, quando sdegnosamente respinge l'ipotesi che circola, quella del TEP. TEP? E che è? Ah ecco, Tutto Eccetto Prodi... carina. Lui ironizza dicendo: "Da mesi si agitano serpenti di mare che prospettano gli scenari del post Prodi. A questo preferisco avversari trasparenti, compresi quelli che da mesi promettono spallate finendo con lo slogarsi entrambe le spalle". L'allusione a Berlusconi è fin troppo chiara. Vuoi scommettere che il Cavaliere dirà sono-stato-frainteso-quella-cosa-non-l'ho-mai-detta.
Ma che ci importa del Cavaliere? Prodi ha proprio una bella faccia rassicurante. Improvvisamente mi pervade la fierezza, l'orgoglio di aver contribuito al partito di cui lui è presidente. "Non sono qui per sopravvivere", dice, "sono qui e resto qui. Resto per responsabilità etica". Evvai Romano! Poi, sulle note di Mi fido di te di Jovanotti ecco Walter Veltroni che cammina con passo spedito, meglio dire che veleggia, verso Prodi, e le parole magiche che lo proclamano ufficialmente segretario del PD. Do uno sguardo in giro e non sono poche le lacrime che vedo sui volti più vicini. Comprese le mie.
Prodi e il nuovo segretario del nuovo partito si abbracciano e Veltroni grida: "Finalmente i democratici, i riformisti italiani hanno un partito". Poi si lancia in un omaggio riverente alla città di Milano, come simbolo dell'Italia produttiva. Cita i milanesi che sono il riferimento ideale del nuovo partito. Luigi Calabresi, Walter Tobagi, Indro Montanelli, Giorgio Strehler. Se vi par poco...
Avrei voluto che almeno in seno al PD si fosse definito un canovaccio della legge elettorale. Macché. Niente. Nada. Nothing. Niet. Non ho capito quale modello sarà scelto: chi vuole il tedesco, chi il francese. Vorrà dire che farò una bella ricerca sia per quanto riguarda l'assetto istituzionale che la legge elettorale previsti da tedesco e francese. Ma, dico, un modello italiano? No eh?
Ecco, su questo punto c'è stata una discussione piuttosto accesa dietro le quinte, discussione che Graziella la curiosona ha origliato. Mi è parso di capire che D'Alema fosse irritato - beh, sai la novità - perché nessuno ha ricordato la sua sortita sul modello tedesco. Rutelli invece aveva un diavolo per capello - e ne ha davvero tanti! - perché Prodi non lo ha menzionato. Eddai ragazzi! Fassino invece ha avuto il giusto riconoscimento: si è beccato un lungo, lunghissimo applauso al quale ha risposto con una ritrosia emozionata degna di un piemontese quale è.
L'identikit del nuovo partito parla più di cittadini che di tesserati, senza odio per l'avversario e urla nei dibattiti, niente risse, niente esibizionismo televisivo (ditelo a Berlusconi per favore), tanto dialogo sereno.
A conclusione non poteva mancare Fratelli d'Italia e poco ci è mancato che non accendessimo tutti gli accendini come a un concerto. Le critiche a dopo please.
Ma no, facciamole ora. Dopo cinque ore di apprezzato dibattito e interventi, improvvisamente Veltroni ha chiesto all'assemblea una sorta di tavole delle leggi, nelle quali venivano avanzate proposte molto impegnative e mai discusse fino a quel momento: la nomina a vicesegretario di Dario Franceschini, a tesoriere di Mauro Agostani, l'istituzione di tre commissioni fitte fitte di personaggi che dovranno scrivere la bozza di statuto e il manifesto del nuovo partito. I nomi sono stati letti al ritmo di supercalifragilistichespiralidoso e poi è stato chiesto di votare per alzata di mano. Aiuto! Eh no, non si fa così. La mia delusione è dovuta anche al fatto che a un certo punto ho alzato timidamente mano e braccio per chiedere l'istituzione di una commissione per l'estero. Risposta: si formerà con i rappresentanti degli italiani all'estero e sarà formalizzata a febbraio, durante i lavori del congresso.
E vabbé, mica si può avere tutto. Però... però... è stato come essere invitati a un pranzo delizioso e scoprire che la panna del dessert era un po' acida e il tavolo doveva essere liberato. Ma ho fiducia in quello che ho visto e sentito. E soprattutto... Eletta. Negli USA. All'Assemblea costituente del Partito Democratico. Io c'ero.