PUNTI DI VISTA / La fontana futurista

di Toni De Santoli

Voi lettori avrete già saputo che due settimane fa, a Roma, un signore, al secolo Graziano Cecchini, ha colorato di rosso - grazie a due litri di anilina - la vasca della Fontana di Trevi. Lo ha fatto in nome di un circolo capitolino che si chiama "Ftm - Azione Futuristica", come segno di protesta contro il grigiore che ormai in Italia si stende dalle Alpi allo Stretto di Messina e risparmia la sola Sicilia, la sola Sardegna, un po' della Liguria, Viareggio e il Forte dei Marmi, il Matese del versante molisano, il Salento.
Saprete inoltre che il coro di approvazione al discutibile gesto è stato: a) immediato, b) entusiastico, c) diffusissimo. In non pochi (sollecitati dall'armata dei soliti intervistatori...) hanno fatto a gara per arrivare primi coi propri commenti sulla plateale iniziativa del neo-futurista Cecchini: il filosofo (addirittura!) Gianni Vattimo, il famoso musicista Ennio Morricone, altri ancora. C'è stato anche chi ha definito "geniale" la sortita del Cecchini mentre Vattimo ha dichiarato: "Sì, le nostre città sono grigie". E' vero che lo sono. E' grigia perfino Roma (con le eccezioni dell'Eur, della Suburra, di San Giovanni); è grigia "anche" Firenze; sono grigi centri storici e periferie.
Sfido che c'è tutta questa opacità in giro: parecchia gente (specie politici e portaborse) ricomincia a vestirsi di nero o d'un marrone cupo e freddo; altra ancora non sa come arrivare alla fine del mese e tradisce quindi ansia, angoscia, avvilimento; caffè celebri come il fiorentino "Giacosa" chiudono i battenti e al loro posto spuntano altre banche ancora, negozi o pseudo-negozi di moda (...), pizzerie, eppoi pub, che "non" possono essere pub poiché Roma non è Londra e Milano non è Manchester; gli edifici costruiti dagli Anni Sessanta in poi - una volta andatosene lo smalto iniziale - denunciano intanto tutta la loro pochezza e la loro pretenziosità architettonica; dilagano inoltre le imitazioni, come le edicole e i caffè in "stile Ottocento". Pensate: imitazioni su scala nazionale nel Paese di Giotto e Brunelleschi, nel Paese degli artisti e artigiani di Capodimonte, dei ceramisti di Civitacastellana...
Tutti a battere insomma le mani all'indirizzo del neo-futurista e a salutare questa bravata del cui sapore (e colore) c'era, e c'è, secondo i nostri fabbricanti d'opinione, bisogno assoluto. Si sostiene insomma che oggigiorno un po' di futurismo è indispensabile se si vuole combattere appunto il grigiore delle nostre città, dei nostri tempi. Ma questa è una tesi (se così la si può chiamare) fra le più peregrine che si possano concepire. Il Futurismo fu un fenomeno sociale e culturale esploso in un'Italia che, magari incosciamente, ne aspettava, ne voleva, l'esplosione. Fu un vento che spazzò via un po' di quel vecchiume che s'era incrostato sulla pelle dell'Italia post-risorgimentale. Fu espressione, ribelle e anti-accademica, dell'aereoplano, dell'automobile, della motocicletta, della velocità che s'annunciavano cent'anni fa. Ci fu addirittura un futurista che in disprezzo (ma non del tutto condivisibile) al teatro classico, volle scrivere una commedia della durata di due soli minuti...
Ma il Futurismo è morto. Era morto già fra gli Anni Trenta e Quaranta. Aveva esaurito la propria missione. Dato luogo a una certa estetica, era stato, paradossalmente, liquidato dall'affermarsi di quella stessa estetica. Fare oggi i futuristi significa due cose: o si ha una psiche un poco puerile o si cerca il gioco politico. Il gioco politico esecrato da Marinetti, Boccioni, Balla...