Teatro

Le emozioni di un ragazzo nel braccio della morte

di Vincenzo Miglino

Lasciate stare i miei amici e non dimenticate le mie parole, e lasciate stare i miei amici". E' l'ultimo pensiero di Dominique Jerome Green, trent'anni, di cui quattordici passati in carcere, prima di morire stroncato da un'iniezione letale nel penitenziario di Hamersville, Texas. Tre anni dopo, le sue parole escono dai corridoi del braccio della morte, portate in scena dal recital The Question della compagnia Alice in cerca di Teatro, con la collaborazione dell'associazione Nessuno tocchi Caino, impegnata da anni contro la pena di morte.
Lo spettacolo, presentato domenica scorsa al Living Theatre nel Lower East Side e lunedì all'Italian Academy della Columbia University, è toccante nella sua essenzialità: un monologo tratto dai diari e dalle poesie di Dominique, dalle corrispondenze con Barbara Bacci di Nessuno tocchi Caino, e dalle immagini dei suoi dipinti. "Nella stesura del testo - racconta Ugo de Vita, autore e attore principale - ho ridotto al minimo gli interventi sugli scritti di Dominque. Ho voluto riportare le sue sensazioni, le sue emozioni, la maturazione di un ragazzo entrato in galera a sedici anni, cresciuto lì, giustiziato per un fatto che ha sempre sostenuto di non aver commesso".
Scenografia ridotta all'osso, due pannelli di legno accostati al muro e un tavolino, quello usato dal condannato per scrivere. Notevole, poi, l'accompagnamento musicale, con Antonio D'Andrea al violino e Roberto Murra al Piano. Brani di Mozart, Ballanti, Bartok e Shapiro, densi di carica drammatica. "E' un'opera - continua de Vita - basata tutta sull'attore e sulla voce. Per gli spettacoli di New York, con testi sia in italiano che in inglese, ho lavorato molto sulla lingua, sullo slang afro-americano, per avvicinarmi il più possibile a Dominique".
Rumori metallici, gong da esecuzione. Voci fuori campo, e poi di nuovo il palcoscenico. "Prima avevo paura di pensare, ora ne ho bisogno. Ho calma e serenità, ho scoperto un tesoro". Barbara Bocci diventa una figura fondamentale per Dominique, che con lei trova l'amore. Il ragazzo, ormai diventato un uomo, inizia anche a dipingere. Disegna una finestra nella sua cella priva di luce, grande un metro e mezzo per tre. Disegna una centrale nucleare, scrive di sentirsi come una centrale nucleare.
Va in scena la colpa, quindi, con le sue conseguenze. O meglio, la presunta colpa. Dominique era stato accusato di omicidio, durante uno scippo era partito un colpo di pistola, un uomo era rimasto ucciso. "Non ho paura di loro, sono cresciuto qua dentro. Loro non lo faranno, hanno paura, il Governatore del Texas non lo farà". Dominique ha avuto solo avvocati d'ufficio, mai visti per più di due minuti, che cambiavano in continuazione.  
Ma qual è stato il percorso che ha portato The Question a New York? Il 25 ottobre l'anteprima a Firenze, poi la seconda a Roma e il viaggio oltre oceano. Ugo de Vita sostiene che questo è un momento importante, che finalmente all'Onu, grazie all'impegno dell'Italia, si è arrivati a un dibattito sulla moratoria della pena di morte. "E poi bisogna uscire dai nostri confini, dare respiro internazionale al teatro, che per me ha una funzione essenzialmente sociale. Anche diverse persone favorevoli all'esecuzione capitale sono venute a vederci: magari non hanno cambiato idea, ma almeno hanno riflettuto su una storia vera".
Dominique, durante i quattordici anni di reclusione, ha combattuto una guerra contro se stesso, prigioniero della rabbia che portava dentro. The Question non può riportarlo in vita, ma ha dato voce al suo dramma: "La mia vita è un problema pieno di soluzioni, nessuna risolutiva aldilà dell'esecuzione. Sarà giusto chiedermi perché dubito dell'amore di Dio verso di me?"