Analisi

NAZIONI UNITE E LA PENA DI MORTE. Moratoria: adesso il vero scontro

di Valerio Bosco

Lo scorso giovedì 1 novembre, le delegazioni di Brasile e Nuova Zelanda alle Nazioni Unite hanno finalmente depositato presso la terza commissione dell'Assemblea Generale del Palazzo di Vetro la risoluzione per la moratoria universale contro la pena di morte. Si tratta di una prima vittoria per la diplomazia italiana. Una vittoria che, nelle ultime ore della scorsa settimana non era parsa affatto scontata. Infatti, una cattiva gestione diplomatica da parte del gruppo di co-autori - il Portogallo, presidente di turno dell'UE, il Brasile, Timor Leste, Gabon, Nuova Zelanda - ha rischiato di compromettere la stessa presentazione della proposta di moratoria. I co-autori, nel tentativo di presentare un testo il più accettabile possibile ai Paesi incerti (che magari non applicano la pena di morte pur prevedendola nei rispettivi ordinamenti) avevano introdotto diversi emendamenti tesi ad ammorbidire il documento senza tuttavia consultare il gruppo di Paesi coo-sponsors, alcuni dei quali schierati tradizionalmente su posizioni rigorosamente abolizioniste. E' invece su una linea che non invoca direttamente l'abolizione della pena di morte che, da diversi mesi, la Farnesina, incoraggiata e stimolata da una pressione costante dei radicali italiani, lavorava alla creazione di un fronte per la moratoria capace di raccogliere nazioni appartenenti alle diverse aree geografiche del mondo. La moratoria è intesa così come un primo passaggio politico, teso a fermare temporaneamente la mano del boia e ad innescare un dibattito approfondito sull'inumanità della pena capitale nell'opinione pubblica e nell'intera comunità internazione.
Compito dei 72 Paesi che hanno coo-sponsorizzato il testo di risoluzione sarà ora quello di convincere altri 25 Stati ad appoggiare la moratoria : il 14 o il 15 novembre prossimi, quando il documento sarà sottoposto al voto dell'ONU, sarà necessario il sostegno di 97 nazioni per ottenerne l'approvazione. Il fronte abolizionista guidato da Egitto e Singapore che, sino all'ultimo, ha auspicato un ritiro del testo di risoluzione affila comunque le armi e promette battaglia. Una battaglia condotta anche con colpi bassi e mistificazioni. E' il caso dell'articolo "Death Penalty Threatens to split World Body" pubblicato da Terraviva UN Journal dell'Inter Press Service, un foglio tradizionalmente vicino alle sensibilità dei Paesi in via di sviluppo e molto letto nella membership non occidentale delle Nazioni Unite. A firma di Thalif Deen, l'articolo presenta la risoluzione come "sostenuta da 27 Paesi dell'Unione Europea", ignora volutamente il carattere intercontinentale dell'iniziativa e la definisce altresì come "un tentativo dell'UE di imporre i suoi valori dividendo le Nazioni Unite ed avvelenando clima all'interno del Palazzo di Vetro". Ma non solo. Il pezzo si apre e si chiude con ampie citazioni delle parole pronunciate dal rappresentante di Singapore alle Nazioni Unite che suonano come uno schiaffo ai fini e agli obiettivi di promozione dei diritti umani che sono parte integrante del mandato ONU: "La pena di morte non è questione umanitaria, è parte di un sistema giuridico e amministrativo e serve come deterrente contro i crimini più feroci. Ogni Stato ha il diritto sovrano di difendere il suo sistema giuridico, politico, economico e sociale".
Inserire nel testo di risoluzione per la moratoria un qualche generico riferimento al rispetto della non ingerenza dell'ONU negli affari interni dei Paesi Membri potrebbe essere un modo per neutralizzare una posizione che rischia di trovare un pericoloso consenso all'interno dell'ONU. Un consenso che potrebbe minacciare una conquista di umanità e civiltà senza precedenti.