Il Linguaio - La rivincita del dialetto, anzi dei dialetti

di Luigi Fontanella*

Vorrei dedicare il Linguaio di oggi e quello di Domenica prossima al dialetto, anzi ai dialetti, che secondo studi e indagini recenti si sta prendendo una bella rivincita occupando spazi sempre più evidenti sia nel campo dei media sia in quello della pubblicità, come vedremo più avanti.
Intanto vorrei ringraziare John Cappelli che in occasione di un mio Linguaio del settembre scorso nel quale – sollecitato da un lettore - mi ero soffermato a spiegare alcuni detti antichi, mi aveva mandato una mail con un antico e licenzioso proverbio dialettale (“Chi la fichetta piccola la tene se marita, ma chi grossa la tene sola remane”).
Da qui, poi, la mia lettura di un articolo molto interessante di Maria Novella De Luca, uscito di recente su “Repubblica”, intitolato “Tra rete e spot, la rivincita dei dialetti”, e sottotitolato “Migliaia i siti specializzati. Gli esperti: è questo il vero glocal”, mi ha spinto a dedicare questo e il prossimo Linguaio ai nostri beneamati dialetti.
D’altra parte, cos’è il dialetto se non una lingua anteriore?, cioè non è forse una lingua che precede quella convenzionalmente organizzata secondo regole di grammatica e sintassi? Il dialetto non viene ancora oggi usato per esprimere istintivamente e direttamente i nostri sentimenti e la nostra immediata comunicazione con gli altri? Questa lingua “anteriore” era quella normalmente usata anche da grandi scrittori del passato. Dobbiamo immaginare che mentre un Alessandro Manzoni scriveva “I Promessi Sposi” a casa parlava tranquillamente in dialetto milanese; la stessa cosa succedeva a Italo Svevo che coi suoi familiari e amici triestini dialogava solo e unicamente in dialetto triestino. E non voglio neppure toccare l’enorme pianeta-poesia-neodialettale sul quale sta lavorando proficuamente da tempo l’amico e collega Luigi Bonaffini, ideatore di un sito specifico sull’argomento il cui sito è dialectpoetry.com.
Ma veniamo a ciò che sta succedendo ai dialetti (in Italia ce ne sono ancora tantissimi) nella nostra era contemporanea. La prima osservazione da fare è un dato di fatto imprescindibile: i dialetti costituiscono la nostra memoria collettiva: lessici familiari, storie di luoghi e persone, abitudini e modi espressivi che, pur appartenenti a culture del passato restano irriducibilmente indissolubili e incollati alla nostra espressività. Io stesso, originario di Salerno, dove ho vissuto la mia infanzia, mi succede che quando mi capita di restare lì per più di qualche giorno mi viene spontaneo, mentre parlo coi miei vecchi amici, inserire nel mio parlato espressioni dialettali.
Ora però i dialetti sono approdati dalla strada al web, dalla piazza alla rete, e se ogni anno – come scrive la de Luca – nel mondo ne muoiono 253 è anche vero che giorno dopo giorno ne rinascono a decine su Internet (ma, vorrei aggiungere, che anche il cinema e la televisione, come fenomeni di massa, fanno la sua parte). Il che crea automaticamente un immenso archivio mobile di idiomi e linguaggi che in un certo senso possono diventare una specie di cassaforte delle diversità espressive.
Dopo decenni di allarmi sulla scomparsa della lingua italiana, sia quella colta che quella quotidiana, oggi a sorpresa dialetti, gerghi, espressioni popolari, vere e proprie testimonianze di culture solo apparentemente dimenticare, ritornano a vivere on-line, con un moltiplicarsi di siti specializzati in lingue regionali, dizionari che traducono dall’italiano al dialetto, numerosi forum dove i vocabolari di frasi perdute vengono continuamente aggiornati attingendo alla memoria dei vecchi, dei ricordi familiari, delle tradizioni non ancora troppo intaccate dal vivere metropolitano. Ritornerò su quest’argomento nel prossimo Linguaio.

Luigi Fontanella
Professor of Italian
Editor-in-Chief of GRADIVA and Gradiva Publications
Sylvia Morandina, Managing Editor:
http://www.italianstudies.org/gradiva/
Department of European Languages, Literatures, and Cultures
State University of New York