Personaggi

Sull'orlo dell'abisso con Dylan

di Chiara Zamin

Poeta, scrittore, traduttore e allo stesso tempo critico letterario-musicale (è stato uno dei vincitori nel 1993 del Premio Montale per la poesia, nel 1998 ha vinto il premio Loria per il racconto breve, nel 2006 il Premio Bertolucci per la critica letteraria) oltre che dal 2001 direttore degli studi di italiano all'Università di Houston e ora anche direttore del Dipartimento di Lingue Classiche e Moderne.
Alessandro Carrera, originario di Lodi, Italia, è oltre a questo uno dei massimi esperti del fenomeno "Dylan", le cui canzoni e autobiografia ha tradotto in italiano e a cui ha dedicato un appassionato saggio dal titolo "La voce di Bob Dylan". L'abbiamo incontrato con la curiosità  e lo stupore di chi sentendo parlare di lui vorrebbe saperne di più. Ecco cosa ne abbiamo ricavato:
Professor Carrera, come nasce il suo legame con il Nuovo Mondo?
"Anche grazie a Dylan. Fin da ragazzo, quando frequentavo il liceo classico a Milano e si smetteva di studiare l'inglese in quinta ginnasio, mi  tenevo in esercizio con la lingua inglese imparando a memoria molte canzoni di Dylan, che sapevo anche suonare e cantare."
Cosa l'ha colpiva delle canzoni di Dylan?
"Vivo in America dal 1987, ma Dylan, prima ancora di trasferirmi qui, è sempre stata per me la ‘voce' che incarnava l'intero paese, sempre mutevole, sempre imprevedibile, sempre totalmente diverso dal mondo in cui ero cresciuto e anche dalle cose che avevo studiato, perché io non sono un americanista di formazione. Negli anni ‘80 si è materializzata l'occasione di trasferirmi qui come Lettore d'italiano del Ministero degli Affari Esteri. La mia prima sede è stata Houston. Poi sono stato a Toronto, a New York, dove ho lavorato dal 1995 al 2001 al Dipartimento di Italiano della New York University e all'Istituto Italiano di Cultura, e infine ancora a Houston. In questi spostamenti, la ‘voce' di Dylan mi ha sempre seguito".
In che modo?
"Per esempio, nel 1988, a Houston, stavo cercando di dare una forma a una serie di appunti poetici. Mi è capitato di leggere una pagina in cui Dylan diceva a un giornalista che lo intervistava: ‘Scrivi solo quello che è importante'. Appena ho letto quella frase ho capito che cosa dovevo fare. Ho organizzato quegli appunti nella forma di un poema familiare, uscito nel 1992 con il titolo ‘La ricerca della maturità'".
Bob Dylan è una fonte di ispirazione per lei...
"Sì, anche se naturalmente non è l'unica. Sono cresciuto leggendo Ungaretti e Montale, Mallarmé e Rimbaud, T. S. Eliot e Dylan Thomas. Quei poeti, per me, sono soprattutto i libri che hanno lasciato. Però talvolta si ha bisogno anche di voci che ti accompagnano, alle quali fai pronunciare, con la loro cadenza, le cose che la tua coscienza sepolta vuole dirti. E quello che mi diceva questa voce era che quando si scrive poesia non c'è niente da perdere, nel senso che bisogna essere disposti a perdere tutto. Dylan l'ha fatto. Ha buttato via interi periodi della sua arte, non ha tesaurizzato niente, è sempre stato capace di ricominciare daccapo senza dare nessuna importanza al suo mito. Mi fa venire in mente due versi di Boris Pasternak: ‘Essere famosi non è bello, non è bello trepidare per i manoscritti...'".
Lei ha tradotto i testi di Dylan in italiano, immagino sia stato molto difficile.
"Sì, molto. Ho tradotto vari scrittori e poeti, sia inglesi che americani, da Graham Greene a Allen Mandelbaum, ma Dylan è stato il più difficile di tutti. Sostanzialmente perché, mentre gli altri sono scrittori, Dylan non lo è. È uno scrittore ‘orale', che anche quando scrive versi in metrica e in rima, o quando scrive in prosa, non si allontana mai dalla natura performativa della sua arte. Dylan scrive come canta. La lingua di Dylan è densissima di frasi idiomatiche, espressioni comuni distorte quel tanto che basta per far loro significare un'altra cosa, citazioni da fonti bibliche o folkloristiche a volte molto oscure. Per questo ho dovuto completare la mia traduzione delle sue canzoni con un vasto apparato di note. Non solo per rendere conto delle fonti che Dylan usa liberamente, ma per spiegare che in molti casi una traduzione italiana corrispondente alla molteplicità di possibili significati del testo originale è impossibile. In prosa, c'è poi l'aspetto aforistico e fulminante di molte sue frasi, come quando scrive che Roy Orbison cantava come un professionista del crimine, o che la voce di Hank Williams era bella come la sirena delle navi che lui sentiva dalle rive del Lake Superior nelle notti di nebbia".
Nel suo libro "La voce di Bob Dylan", lei scrive di un misterioso riferimento italiano nella quinta strofa della canzone "Tangled Up in Blue", in cui Dylan racconta di una donna che apre un libro di poesie scritte da un poeta italiano del tredicesimo secolo. In che misura la letteratura italiana influenza l'opera di Dylan?
"C'è sicuramente una Beatrice (più di una) in moltissime canzoni di Dylan, anche se Dylan è un poeta dell'amore conflittuale e non dell'amore assoluto. L'amore in Dylan, anche quando è sincero e appassionato, non è mai disgiunto dal sospetto, dal desiderio di affermazione, dal rancore e dalla violenza. Il poeta a cui si riferisce ‘Tangled Up in Blue' è un po' tutti e nessuno. Qualcuno ha fatto il nome di Cavalcanti e qualcun altro Dante. In realtà, come si ricava da un'intervista, è più probabile che sia Petrarca. Ma Dylan non si preoccupa molto dell'esattezza delle date nè dell'esattezza dei nomi. Non potrei dire che la letteratura italiana abbia veramente influenzato Dylan perché la vena di Dylan non viene dalla letteratura quanto dalla musica popolare americana, inglese e afro-americana in tutte le sue forme, dalla ballata al country, dal blues al gospel. Devo però osservare che in Chronicles Volume One, il primo volume della sua autobiografia che ho tradotto in italiano per Feltrinelli, menziona Dante, Machiavelli, Leopardi e Fellini, e come scelta tra otto secoli di cultura italiana mi sembra degna di rispetto".
La canzone "I'm Not There" è anche il titolo del film dedicato alla sua vita e presentato recentemente al festival di Venezia. L'ha visto? Che ne pensa?
"L'ho appena visto, la Feltrinelli mi ha mandato un dvd  provvisorio dall'Italia. A me è piaciuto molto. Ha qualche caduta e qualche momento non riuscito, ma è un film coraggioso e intelligente. È vero che lo si apprezza di più se si conosce bene Dylan, perché è pieno di riferimenti a volte un po' oscuri, ma il carattere multiforme e impossibile da afferrare della vita di Dylan, nonché della sua arte, è colto molto bene. E poi è anche un film  pieno di riferimenti a Fellini e Godard, una riflessione su che cos'era l'artista negli anni sessanta e perché ora ne sentiamo la mancanza".
(La casa editrice Feltrinelli pubblicherà il dvd in Italia nel gennaio 2008. Nel libretto accluso includeranno proprio il capitolo de "La voce di Bob Dylan" in cui Carrera discute di "I'm Not There", la canzone che dà il titolo al film).
 "Don't think twice, it's all right", come molte altre canzoni di Dylan, ruota intorno alla storia d'amore  tra Bob Dylan e Suze Rotolo, la ragazza italo-americana conosciuta al Village a Manhattan. Ci vuole dire qualcosa su di lei?
"Susan o Suze Rotolo viene da una famiglia italoamericana molto impegnata sia in arte che in politica. Grazie a lei Dylan ha scoperto Rimbaud e Brecht, ed è con lei che è andato per la prima volta al MoMa e al Metropolitan Museum. Suze era colta e culturalmente indipendente, e Dylan glielo riconosce ampiamente nelle pagine che le dedica in Chronicles. Ha insegnato alla Parsons School of Design e a New York è molto conosciuta. Ho avuto il privilegio di incontrarla qualche anno fa, all'inaugurazione di una sua mostra di disegni e collages alla Casa Italiana Zerilli-Marimò, e mi è sembrata una bellissima persona".
Ha mai incontrato Bob Dylan privatamente? Come è andata?
"Non l'ho mai incontrato. Dovessi incontrarlo gli chiederei se pratica ancora l'I-Ching, il sistema cinese di divinazione che negli anni sessanta aveva menzionato come ‘fantasticamente vero'".
Dylan sostiene che ci impiegheremo 100 anni a capire la sua opera. Cosa significa, che siamo davanti ad un genio incompreso?
"Dylan ha composto, che si sappia, circa 400 canzoni. Non includo quelle incompiute o mai rese pubbliche, che sono senz'altro moltissime. Se completerà la sua trilogia autobiografica come l'ha cominciata, lascerà un piccolo monumento di originalissima prosa americana. Nel marzo di quest'anno sono stato invitato come ospite d'onore, a un convegno internazionale su Dylan che si è tenuto alla University of Minnesota a Minneapolis, il più grande finora organizzato da un'università americana. Credevo di essere matto io, con la mia passione per Dylan, ma quando ho sentito serissimi professori di Oxford e Harvard lanciarsi in elogi che lo accostavano a grandissimi nomi della letteratura mi sono reso conto di non essere proprio un caso disperato. Può darsi che questa dylanolatria con il tempo si attenui, il che sarà forse un bene, ma rendiamoci conto che la nostra è un'epoca in cui il genio è scarso. E il genio non è semplicemente un bravo artista, un intellettuale serio che ha delle cose da dire e le dice bene. Di artisti così ne abbiamo molti. Il genio è un'altra cosa. Il genio è colui che è capace di far sentire a chi lo segue che stiamo tutti camminando sull'orlo di un abisso, che la geografia di quell'abisso l'ha disegnata lui, ma che nemmeno lui sa se alla fine del percorso ci ritroveremo salvi sul ciglio del burrone o se saremo precipitati insieme al nostro pifferaio magico. Questa sensazione di rischio condiviso, e che forma una comunità di arrischianti, composta sia dall'artista che dal pubblico, pochissimi sono in grado di comunicarla. Non c'è bisogno di cantare ‘bene' o di saper scrivere ‘bene' per toccare questa dimensione. Ci vuole quel qualcosa in più che Dylan, ad esempio, possiede".