Un grande tedesco, un grande europeo

di Luigi Troiani

Venticinque anni fa saliva al potere, nella Repubblica federale, un uomo dai più considerato modesto e senza carisma, il cui unico merito per tanto incarico sembrava venire dall'essere a capo della Democrazia cristiana locale. Quello che a giudizio unanime era il risultato di un'alchimia partitica, si sarebbe presto rivelato come uno dei colpi più provvidenziali della storia tedesca del dopoguerra: Helmut Kohl, questo il nome del neo cancelliere, avrebbe fatto del suo paese la guida dell'Europa verso l'euro e il trattato di Maastricht, trainandolo all'assorbimento della disciolta Repubblica democratica. Infaticabile lavoratore, uomo di fede, religiosa e politica, Kohl fu l'ultimo esponente di quella generazione di politici renani che avevano ben chiaro che la definitiva soluzione al problema tedesco (il ritorno a nazione stato, di un popolo spaccato manu militari dai sovietici dopo il nazismo e la guerra), avrebbe potuto aver luogo solo dentro la costruzione dell'Europa unita. Fu anche l'ultimo autorevole politico tedesco formato ai valori della economia sociale di mercato, un mix di dottrina della Chiesa romana e di buon senso renano.
   Fu una fortuna, per la Germania ma anche per l'intera Europa, che a quel cancelliere conservatore facesse da contraltare, a Parigi, un bonapartista illuminato come François Mitterrand: insieme costituirono l'asse portante di un gruppo di stati (dei quali fece parte anche l'Italia degli Andreotti e dei Craxi) che traghettarono le istituzioni di Bruxelles, complice il presidente della Commissione il socialista Jacques Delors, dall'immobilismo al trattato sull'Unione europea. I rancori franco-tedeschi, le scorie della Seconda guerra mondiale sarebbero stati definitivamente dispersi nei simboli dell'Europa (la bandiera a stelle, l'inno, il passaporto comune, etc.), mentre i due statisti, Kohl grande e grosso Mitterrand minuto e già preda del cancro, mano nella mano sul campo di battaglia di Verdun, giuravano a nome dei loro popoli di non ripetere più la guerra fratricida. Tra i due il genio politico era il francese, eppure, alla caduta del muro, sarebbe stato Kohl a saper compiere il colpo di mano contro i molti, Mitterrand incluso, che avrebbero voluto più cautela, anche per non irritare l'orso sovietico. Kohl compirà un autentico blitzkrieg diplomatico, realizzando in meno di un anno dalla caduta del muro (Die Mauer ist weg!) l'annessione della Germania orientale, convincendo i frastornati ossi (quelli dell'est) con il cambio 1 a 1 tra i rispettivi marchi e l'accesso alle laute regole di pensionamento dell'ovest. In un'intervista del 1999 Kohl avrebbe riconosciuto che, se le due decisioni erano state geniali sotto il profilo politico, rappresentavano un nonsense economico e finanziario, aggiungendo, a conferma del suo calibro: "...non parliamo di numeri, parliamo di uomini ... non potevamo certamente dire loro che non erano ancora pronti...".
    Oggi l'ex cancelliere tedesco vive in modo rancoroso il totale accantonamento impostogli, tra l'altro per beghe di corruzione spicciola. Ce l'ha in particolare con Angela Merkel, che era una signora nessuno quando lui la promosse nell'arena democristiana federale. La storia sarà con lui più generosa dei contemporanei, che sono arrivati a prenderlo a uova in faccia (un tedesco dell'est arrabbiato, e questo fu il commento di Kohl: "Una cosa così non si fa... mi spiace di non averlo acciuffato subito"). E' giusto ricordare il cancelliere a dieci giorni di distanza dalla firma, a Lisbona, del trattato sulla Costituzione europea, di basso profilo, lontano dagli scatti che la leadership franco-tedesca, negli anni di Kohl, sapeva imprimere a quell'"altra" Europa, che fece l'Unione.