PUNTO DI VISTA / In ricordo della piccola Lisa

di Toni De Santoli

Vent'anni fa, nell'ottobre del 1987, a "downtown" Manhattan, venne commesso uno dei delitti più efferati in assoluto. Ne fu vittima una bambina. Una bambina che aveva poco più di sei anni. Si chiamava Lisa. Lisa Launders. Oggi, di lei saranno forse in pochi a ricordarsi. La ricordiamo noi, per tenerla idealmente in vita, dato che l'oblio può uccidere una seconda volta. Brutta cosa davvero l'oblio: se esso si stende sulla figura di una persona che non è più fra i vivi, è come se questa persona non fosse mai esistita. A pensarci bene, fa rabbrividire, anche se ciò rientra nell'ordine naturale delle cose.
L'assassinio di Lisa Launders scosse per un po' i newyorchesi. A occuparsene più di altri giornali, furono "Il Progresso Italo-americano" e "Newsday". A più riprese "Newsday", nei giorni successivi all'atroce fine della bambina, pubblicò fotografie di Lisa scattate, se ben ricordiamo, una o due settimane addietro nella scuola frequentata dalla piccola. Erano istantanee da raccapriccio: Lisa - esile, eterea, molto dolce - vi compariva con la faccia tumefatta, l'espressione rassegnata, eppure angosciata; l'aria dell'essere umano che capisce d'essere stato abbandonato a se stesso e consegnato a individui che non sapremmo neppure come qualificare, come non li sapemmo qualificare all'epoca, quando lavoravamo al "Progresso Italo-americano"...
I bambini che muoiono, gli esseri umani che muoiono, sono tutti uguali: il censo, la razza, la nazionalità non c'entrano. Ma confessiamo che il caso di Lisa Launders ci toccò più di altri: la bimba, figlia illegittima, fu ammazzata dall'uomo stesso al quale la madre, una ragazza di Long Island, nubile, poco istruita e alle prese con grossi problemi economici, l'aveva data in affidamento all'incirca cinque o cinque anni anni e mezzo prima. Nella speranza che la piccina potesse avere "una vita migliore"...
Certo che il padre e la mamma adottivi (non ne ricordiamo però i nomi) si presentavano bene... Lui un estroverso ben vestito, magari un po' "casual"; un comunicativo forte di una dialettica articolata, "superiore" a quella di tanti; un individuo "cordiale", di quelli che dànno insomma affidamento. Lei, una "brava donna", ossequiosa, remissiva, "very nice indeed". Morale: col corpo ancora caldo della bambina, la polizia accerta che dal padre adottivo, questo "good, good provider" (...), Lisa veniva da tempo costretta al ruolo di corriere della droga senza naturalmente sapere che cosa trasportasse di volta in volta (e del resto che può signficare la parola "droga" a chi ha cinque o sei anni di età??). Ma gli affari non devono andar tanto bene per l'augusto papà adottivo: l'uomo spesso perde la pazienza, diventa imprevedibile, collerico. Riempie di botte la piccina, scatenando in lei chissà quale terrore. Chissà quale marasma. A scuola se ne accorgono, ma nessuno se la sente di far domande, indagare, rivolgersi alla polizia. Lisa, piccola, indifesa, annichilita, un giorno muore per le percosse che ormai riceve quotidianamente dal brioso, accattivante "good provider". Dal simpaticone di turno che in realtà è un carceriere, uno sfruttatore, un assassino, ciecamente seguito da una moglie che non connette più. Da una succube. Lui verrà condannato a parecchi anni di galera; lei riceverà, per complicità indiretta e omissione di soccorso, una sentenza meno dura. Ma non sappiamo se i due personaggi siano ancora vivi. Speriamo però che nel frattempo lui abbia espiato. Che si sia pentito. Che il rimorso lo abbia davvero piegato in due e indotto a odiare e disprezzare se stesso.
Sì, sono trascorsi vent'anni da allora. Ma è come se questa bimba fosse stata assassinata ore fa. E' impossibile dimenticarla.
Good night, Lisa, wherever you are!