Il rimpatriato

Protestare in allegria

di Franco Pantarelli

"Attenzione, corteo in corso, strade chiuse", dicevano venerdì i cartelli luminosi che sono stati piazzati nei punti strategici della viabilità romana per avvertire gli automobilisti delle condizioni del traffico. Quelli che li leggevano, incolonnati com'erano da lungo tempo, senza possibilità di andare avanti e nemmeno indietro, lo sapevano benissimo ed anzi si arrabbiavano ancora di più per via del risvolto quasi derisorio che quelle scritte involontariamente contenevano. Ma in fondo erano, quelle scritte, un segno della migliore organizzazione che il sindaco Walter Veltroni (ora destinato a lottare per passare dalla Sala Giulio Cesare a Palazzo Chigi, la sede del governo nazionale) ha cercato di introdurre nella caotica Roma. Non mi ricordo se sia stato il sesto o il settimo (o magari l'ottavo?) corteo che ha attraversato Roma in questo agitatissimo ottobre, ma posso dire che anche questo (i partecipanti erano i dipendenti pubblici, cioè quelli che lavorano per lo Stato) ha mostrato, come quelli che lo hanno preceduto nei giorni scorsi, una cosa che non so se definire consolante o disperante, e cioè che la "creatività" di quelli che scendono in piazza per una ragione che considerano sacrosanta è sempre intatta.
Se infatti lo striscione che apriva il corteo era una pura produzione di scontato sindacalese, con il suo "Contro la finanziaria che colpisce il lavoro pubblico", ecco poco dietro un altro striscione più ironico-colloquiale: "Noi ci siamo, i problemi pure, e tu?", ed è superfluo dire che quel "tu" si riferiva a Romano Prodi, l'infelice capo di questo bistrattato governo di centro sinistra che ultimamente sembra un aereo da guerra privato del "Friend and Foe Code", cioè il codice elettronico che consente ai piloti - nell'infuriare di una battaglia che magari si verifica addirittura di notte - di distinguere l'amico dal nemico. Prodi è anche chiamato "il professore" perché ha un passato di docente universitario (e anche perché l'uomo che quel titolo lo rivendicava sempre, Amintore Fanfani, ormai è morto) e così ecco un cartello, stavolta colloquiale ma per niente ironico, come provava anche la faccia arrabbiatissima del signore che lo inalberava: "Caro professore, insegnaci ad arrivare con questi stipendi alla seconda settimana del mese". Il corteo era infatti dedicato ai bassi salari, che oggi in Italia sono un po' più della metà di quelli praticati nel resto d'Europa, nonché al lavoro precario, questa novità forse necessaria ma sicuramente terribile che è piombata su (quasi) tutti quelli che devono lavorare per vivere.
Un corteo di dura protesta, insomma, ma non privo comunque di una certa allegria. Ecco per esempio un gruppo di manifestanti venuto da Avellino andarsene in giro con il disegno di un giovane dall'aria pia e rassegnata e sotto la didascalia "San Precario", seguito da una barella tirata e spinta da un gruppo di infermieri uno dei quali tiene sollevata una flebo collegata alle vene del paziente sdraiato. Si è sentito male?, veniva subito da chiedersi un po' allarmati per lui. Macché, gli infermieri ridevano - e così faceva lui - perché erano semplicemente lavoratori della sanità che mimavano le loro mansioni. Una signora dall'aria molto combattiva e provvista di bandana "stile Berlusconi" mostrava orgogliosa il suo cartello fatto in casa che consisteva nella gigantografia di uno di questi nuovi contratti coi nomi astrusi che nella sostanza decretano la possibilità del datore di lavoro di licenziarti quando gli pare, mentre una bella ragazza - anche il suo cartello era di quelli fatti in casa - si era riferita alla sigla SPQR, che dai tempi dell'antica Roma significa Senatus Populus Que Romanus e che quelli provenienti da altre città indicano con "Sono porci questi romani". Lei lo aveva così ritradotto: "Sono precari questi romani". Il momento clou, comunque, è stato sicuramente quello del gruppo di manifestanti venuti da Napoli, alla cui testa c'era una versione sindacalizzata di ‘O Pazzariello, con tutte le smorfie di ordinanza.
Perché dunque il dubbio fra consolante o disperante che esprimevo prima? La consolazione me la dà il fatto che nonostante tutto la gente riesca ancora a vedere il lato "ludico" anche nelle cose serie; la disperazione perché questo è l'unico aspetto del mondo del lavoro che sopravviva, mentre tutto il resto è cambiato. In peggio.