Commenti

POLITICA&AFFARI/LA SINISTRA E L'OSTACOLO DI PIETRO. Ma perché quel ponte "non s'ha da fare?"

di Ferdinando D'Ondes di Valentino

Chissà cosa frulla nella testa di Antonio Di Pietro in queste ore. Magari è intenzionato a mettere in crisi il governo Prodi (che, in realtà, è già nei guai per i fatti propri). O forse sta alzando il prezzo per ottenere qualcosa in più. Comunque andranno le cose, un fatto è certo: la posizione del ministro delle Infrastrutture sul Ponte sullo Stretto di Messina è sempre stata una: no allo sbaraccamento della società che dovrebbe progettare e, possibilmente, far realizzare il collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria.
Il riferimento è alla società Ponte sullo Stretto di Messina. Parliamo della società che un pezzo della maggioranza che sostiene (o quasi) il governo Prodi in Parlamento avrebbe voluto cancellare. I fatti sono noti. Il provvedimento di abolizione della società Ponte sullo stretto di Messina, una volta presentato al Senato, è stato "bocciato" dall'aula di Palazzo Madama. Uno smacco per Prodi. E, soprattutto, per il ministro dei Trasporti, il comunista Alessandro Bianchi, che avrebbe voluto far scomparire la società. E una botta in testa, durissima, per il nuovo Partito democratico, che vede il ponte sullo Stretto di Messina come fumo negli occhi per motivi che, in verità, non sembrano proprio nobili. Ma andiamo per ordine. E vediamo di ricostruire questa brutta storia sinteticamente.
Del Ponte di Messina - e questo ormai lo sanno pure i bambini - si parla da oltre cento anni. Ci si arrivò vicino alla fine degli anni '80, quando l'architetto Baldo De Rossi confezionò un progetto, sponsorizzato allora dall'Iri, per un ponte a campata unica. A bloccare tutto pensarono i socialisti, che attraverso l'Eni (che controllavano con il presidente Gabriele Cagliari) "stopparono" l'operazione presentando, in alternativa, l'attraversamento dello Stretto con tre tunnel sottomarini. Superfluo aggiungere che tutto sfumò nel nulla.
Va aggiunto che, in effetti, per mettere a punto progetti, possibilmente esecutivi, alla fine degli anni '60 era stata costituita una società - la Ponte sullo Stretto di Messina - della quale facevano parte vari soggetti: ferrovie dello Stato (oggi, dopo la privatizzazione, vera o presunta, ha cambiato nome), Iri (attraverso una società, Italtecna), Regione Calabria e Regione Sicilia. Questa società, che è stata spesso al centro di contestazioni, nel corso degli anni non ha prodotto molto. Ma questo è il risultato non della volontà degli amministratori della società, ma della politica italiana che, per il ponte di Messina, in fondo, non mai fatto nulla di serio.
Alla realizzazione del ponte è arrivato vicino, nella passata legislatura, il governo Berlusconi. Che, dopo aver sollecitato e ottenuto la progettazione esecutiva dell'opera, ha anche bandito la gara per realizzarla: gara vinta da un raggruppamento capeggiato da Impregilo. Costo dell'opera: 4 miliardi e mezzo circa di euro. Più un altro bel gruzzolo di soldi che l'Iri, prima di essere sbaraccato, ha lasciato in eredità, se così si può dire, a Italtecna (circa 3 miliardi di euro odierni).
Anche in questo caso, i fatti sono noti. Il governo Berlusconi, con una scelta che appare un po' discutibile, non ha iniziato i lavori per le realizzazione dell'opera. Li ha lasciati nelle mani del governo Prodi. Che un anno e mezzo fa, appena insediatosi, ha bloccato tutto. Mentre per il centrodestra il ponte va fatto, per il centrosinistra l'opera "non è una priorità" (formula linguistica elegante per non affermare a chiare lettere che, manzonianamente, il ponte ‘non s'ha da fare').
A questo punto entrano in scena due elementi che non sono venuti fuori dal dibattito al Senato e che, invece, è bene segnalare ai lettori in America. Il primo elemento si deduce rispondendo alla seguente domanda: perché il centrosinistra non vuole il ponte sullo Stretto di Messina? Ufficialmente, perché, come già detto, "non è una priorità". Ma c'è anche un'altra spiegazione più terra terra. Parliamo di interessi economici. In pratica, alcuni importanti esponenti del centrosinistra sono direttamente coinvolti nella vicenda. Ad esempio, l'ex sindaco di Messina, Francantonio Genovese, oggi coordinatore del Partito democratico in Sicilia, tra i protagonisti della società che gestisce il trasporto merci e passeggeri dalla Sicilia alla Calabria via nave. Si tratta di una società privata che opera accanto al servizio pubblico (i ferry boats) gestito dalle ferrovie italiane. E' chiaro che se un giorno si dovesse realizzare il ponte sullo Stretto l'operatività di questa società (e quindi il volume di affari) verrebbe drasticamente ridotto. Come potete notare, nella politica italiana il conflitto di interessi non riguarda solo Berlusconi.
C'è anche un secondo elemento che è stato tenuto un po' in ombra. E' una delicata questione giuridica. In pratica, se la società Ponte sullo Stretto di Messina dovesse essere cancellata il raggruppamento di società che ha vinto la gara d'appalto per la realizzazione del ponte avrebbe diritto a un mega risarcimento. E' questo il motivo per il quale, al Senato, è stato tentato di sbaraccare la società Ponte sullo Stretto? Chissà.
E qui arriviamo alla considerazione iniziale: la presa di posizione del ministro Di Pietro. Un personaggio che è molto più intelligente di quanto le cronache spesso lo descrivono. Qualche mese dopo l'insediamento negli uffici del ministero, Di Pietro, a Palermo, in un incontro pubblico (per la precisione, nell'autunno dello scorso anno) disse a chiare lettere che non avrebbe mai sciolto la società Ponte sullo Stretto di Messina. Certo, i soldi custoditi nella cassaforte di Italtecna, che avrebbero dovuto essere utilizzati proprio per il ponte (i già citati 3 miliardi di euro), sono stati dirottati altrove (800 milioni di euro nel pozzo senza fondo dell'Alitalia, per esempio). Ma la società, disse in quell'occasione Di Pietro, sarebbe rimasta in piedi per dare modo a un nuovo governo, nel futuro, di realizzare l'opera. La società Ponte sullo Stretto di Messina, aggiunse Di Pietro, sarebbe rimasta in piedi per consentire a Impregilo di proseguire gli studi sull'opera, evitando, così, il megarisarcimento.
In fondo, in questa storia, alla luce dei fatti, quelli veri, chi ne esce da persona seria è Di Pietro. E' lui che ha salvato gli ignari contribuenti italiani da un risarcimento che, alla fine, avrebbero pagato loro. Quanto a tanti altri protagonisti di questa vicenda, beh, meglio stendere un velo pietoso...