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Leggendo nell'anima di Ellis Island

di Vincenzo Miglino

Tutti siamo cresciuti ascoltando storie. I ricordi, le memorie, sono gli elementi fondamentali  attraverso cui la storia, quella con la "s" maiuscola, viene trasmessa. Quando poi si parla di immigrazione, le storie prendono ancora più peso, perchè illustrano vicende di profonde e sofferte trasformazioni. E' questo il messaggio lasciato dalla serata di letture svoltasi martedì  presso il Lower East Side Tenement Museum di New York, che nell'abito degli eventi per il mese della cultura italo-americana ha ospitato lo scrittore Robert Viscusi e l'artista B. Amore.

Robert Viscusi, docente di letteratura del Brooklyn College e presidente dell'Italian-American Writers Association, ha presentato in anteprima dei brani tratti dalla sua ultima opera,  Ellis Island, in pubblicazione l'anno prossimo. "Nel mio poema - dice Viscusi - Ellis Island non è vista solo come un luogo di memorie, ma come un modo di essere e di vivere, una sorta di irragionevole attesa di cambiamento". Il narratore dell'opera è un italoamericano della seconda-terza generazione, ossessionato appunto dall'idea della trasformazione, da come l'America cambi la sua vita e il suo rapporto con l'Italia. I brani letti martedì sono estratti del primo e del quinto libro di Ellis Island, intitolati rispettivamente "The stories disintegrate you like waves" e "We have to make everything new". Dai titoli emerge con chiarezza il senso del poema: per Viscusi l'immigrazione è una rottura netta col passato, e la storia di ciascun immigrato non è altro che un aspetto tra i tanti, l'ombra di un volto che si infrange sulle onde del mare di Ellis Island. "We have to live here/we cannot go back": arrivare a New York dall'Italia significa scappare dalla povertà, scommettere su una nuova vita e una nuova libertà. Significa, comunque, ricominciare tutto da capo, ripartire da zero.

Lo stesso Tenement Museum, che ha ospitato la serata, raccoglie notevoli testimonianze e memorie. Situato in quel Lower East Side che per due secoli ha accolto migliaia di immigrati, il museo si trova al 97 di Orchard Steet, in un palazzo di mattoni dove tra il 1863 e il 1935 hanno vissuto quasi 7.000 immigrati. Greci, ebrei, russi, irlandesi e, logicamente, italiani.

Degli italiani ha parlato B.Amore, con letture tratte da An Italian-American Odissey (libro pubblicato l'anno scorso dal Center for Migration Studies di New York) e presentando immagini della mostra Life line - filo della vita, tenuta qualche anno fa al Tenement Museum. Tra le storie più interessanti c'è quella di Josephine Balduzzi, che racconta la vita ad Orchard street: "Ogni volta che qualcuno si ammalava, tutti i vicini se ne prendevano cura. Le porte degli appartamenti erano sempre aperte, e tutti parlavano con tutti".

Domenica Calabrese, sbarcata a New York nel 1931, pensava che "l'America fosse un paradiso, in cui tutti erano ricchi e felici". Spesso però, la realtà era molto diversa dai sogni. Un immigrato anonimo scrive: "Sono venuto in America perché pensavo che le strade fossero asfaltate d'oro. Una volta arrivato, ho scoperto tre cose: che le strade non erano asfaltate d'oro, che le strade non erano asfaltate affatto, e che sarebbe toccato a me asfaltarle". B.Amore dà molta importanza anche agli oggetti appartenuti agli immigrati e alle loro foto, che ha assemblato in composizioni a forma di trittico, ognuna delle quali racconta le vicende di una famiglia.  

Le storie di An Italian American Odissey corrono lungo un secolo, dal 1901 al 2001: l'ultima testimonianza citata è quella di un bambino di sette anni. Per l'autrice "ciò che unisce di più le varie generazioni di immigrati italiani sono le tradizioni alimentari e la musica. Per fortuna - continua la Amore - oggi sempre più italo-americani si interessano a guardare nel loro passato, c'è una rinascita dell'interesse verso le storie degli immigrati, e questa è una cosa assolutamente positiva".