Musica

RASSEGNE / CMJ, la maratona della musica

di Gianluca Taraborelli

Oltre 1150 live set distribuiti in 5 giorni, centinaia di band ed etichette discografiche, senza contare le proiezioni, quest'anno monopolizzate da "I'm not there", il discusso film di Todd Haynes su Bob Dylan e dalla restrospettiva dedicata ai Clash. E poi seminari, dibattiti, showcase promozionali dedicati alle band emergenti, un programma sterminato di esibizioni impossibili da seguire senza perdersi qualcosa di memorabile. Vera e propria calamita per addetti ai lavori, blogger, fan ed artisti in cerca di visibilità, la CMJ Music Marathon rappresenta da 27 anni il fulcro degli eventi dell'autunno newyorkese dedicato al mondo della musica indipendente. Ne parliamo con Paolo de Gregorio, produttore musicale ed editor in chief del "Deli Magazine" (www.thedelimagazine.it) rivista che si occupa di seguire in maniera dettagliata la scena musicale della Grande Mela.

 A quante CMJ Marathons hai partecipato fino ad oggi? Che cosa è cambiato secondo te negli ultimi anni?

"Questa è  la mia quarta edizione. A dire il vero non mi sembra che il festival sia cambiato molto rispetto a quattro anni fa. La novità più rilevante direi è stata il cambio della sede dell'evento. Prima il quartier generale era al Lincoln Center, in Midtown Manhattan: un palazzone modernissimo piuttosto freddo che non si addiceva molto ad una manifestazione legata alla musica rock; e tra l'altro piuttosto lontano dal cuore della scena musicale, localizzata Downtown nel Lower East Side e a Williamsburg/Brooklyn . Quest'anno invece per la prima volta, grazie alla sponsorizzazione della New York University, la sede del CMJ sarà al Puck Building, un edificio con una storia e un'anima, molto vicino al Lower East Side. Se vogliamo cercare un significato dietro a tutto ciò, potremmo dire che il CMJ attraverso questo cambio di sede sembra quasi avvallare uno spostamento dell'industria musicale da un piano corporativo (simbolizzato dal Lincoln Center) ad uno più indie e DIY (Do it Yourself) e legato al mondo culturale e studentesco (simbolizzato dalla NYU). Mi sembra decisamente una scelta azzeccata e naturale. L'industria musicale si trova in una situazione critica. Soldi non ce ne sono, e quei pochi che girano vanno quasi tutti alla Apple. Nel momento in cui un serio ritorno economico diventa quasi impossibile, è naturale che il controllo della situazione torni nelle mani degli appassionati e dei giovani".

Come è cominciata la collaborazione tra "Deli Magazine" e CMJ?

"Ci hanno contattato loro 2 anni fa chiedendoci se volevamo fare uno scambio promozionale e pubblicitario".

Il "Deli Magazine" si occupa in maniera molto dettagliata della scena newyorkese, come spieghi questa sorta di "New York Reinassance" che la comunità musicale cittadina ha vissuto negli ultimi 5 anni?

"Mah, non credo ci siano dei motivi particolari. Qui ci sono sempre stati tantissimi musicisti. Alla fin fine la vedo come una questione statistica: più gruppi ci sono più aumentano le possibilità di averne alcuni veramente bravi che riescono ad emergere. La scena Newyorkese è un melting pot di generi e influenze. Non ci sono più "waves" come una volta. Il mercato indie mi sembra molto individualistico, mentre la scena DIY di Brooklyn (figlia dell'esperienza di band come Fugazi) opera più come una comunità, ma non segue necessariamente determinati dettami stilistici. Forse la "renassaince" è anche dovuta al fatto che molti artisti, preso atto dell'inutilità delle majors e della relativa importanza dei contratti discografici, hanno capito che devono darsi da fare non solo a livello creativo ma anche organizzativo.La situazione non è rosea però. Se i prezzi di questa città non cominceranno a rallentare gli artisti saranno costretti a spostarsi sempre più lontano da Manhattan. E' molto difficile mantenersi solo con la musica a mio parere il business più complicato e crudele che ci sia. Se poi gli affitti sono a questi livelli le cose si complicano ulteriormente. Restando a New York al momento il mio gruppo preferito sono i Pterodactyl (www.pterodactyl.info). Ricordano vagamente i Janes Addiction ma sono più veloci e punk. Trovo i Professor Murder (www.professormurder.com) molto interessanti. Tra le cose melodiche ho appena scoperto Bronwen Exter (www.myspace.com/bronwenexter) The Naysayer (www.thenaysayer.com), Mike Wexler (www.myspace.com/mikewexler) e Seasick (www.seasicksongs.com). Gli amanti della musica più sperimentale dovrebbero ascoltare invece i Dub Trio (www.dubtrio.com)"

Come vedi il grande ritorno della tradizione Folk, ampiamente citata e saccheggiata dai nuovi artisti emergenti?

"Anche lì non c'è una vera e propria scena. C'è la comunità dei cosiddetti anti-folk (che fanno nella maggiorparte puro e semplice folk e gravitano attorno al Sidewalk Cafe nell'East Village), più una serie di talentuosi singer songwriters che sanno promuoversi bene (Bright Eyes, Devendra Benhart etc.) e altri che hanno trovato un'etichetta seria che crede in loro (Sufjan Steven, Cat Power etc.)".

Come è nata l'idea del Deli Magazine?

"E` stata una sciocchezza di gioventù...La mia passione per la musica di NYC  è stata la ragione per cui ho pensato a The Deli, il cui primo numero è uscito nell'Ottobre 2004. Il nome è al tempo stesso "giocoso" e serio: volevamo dare l'idea che un gruppo indie è in fin dei conti una attività commerciale come qualsiasi altra - fattore che molti artisti sottovalutano. Ma non volevamo che il messaggio fosse troppo "serioso" o politicizzato, come in tante altre fanzines. The Deli si occupa della musica made in NYC e di tutti coloro che ruotano attorno a questa scena anche mediante il sito www.thedelimagazine.com, attraverso il quale i musicisti possono conoscersi ed entrare in contatto".

Come produttore musicale hai lavorato sia in Italia che in Inghilterra e negli Stati Uniti, che differenze hai trovato lavorando in paesi e mercati differenti? 

"In Italia non ho prodotto nessuno, avevo il mio gruppo e basta. Anche la mia esperienza negli UK è stata piuttosto limitata. Ma quello che ti posso raccontare è la differenza tra i musicisti di Londra e NY. Trovo i newyorkesi molto più realisti e umili. Mi sembra che in in Inghilterra lo stato sociale invece di aiutare gli artisti finisca col penalizzarli. Lì se non lavori lo stato ti da una casa (council flat) e un sussidio di disoccupazione per anni e anni. Molti musicisti finiscono per perdere il contatto con la realtà, impigrendosi. Poi molti Inglesi hanno un orgoglio nazionalistico che sinceramente non sopporto... e lasciamo perdere il ridicolo senso di appartenenza ad diverse classi sociale che divide e crea tensioni anche tra i tra musicisti".

Vivi da molti anni negli States, che rapporti hai con l'Italia? Riesci a seguire le novità in ambito indie rock provenienti dallo Stivale?

"A dire il vero io di musica italiana proprio non mi interesso. E da quando mi sono trasferito all'estero per me è come se non esistesse; sono sempre stato appassionato di musica americana e inglese. Tra l'altro da quando ho fondato The Deli praticamente ho solo tempo di ascoltare gruppi locali. NYC è la citta più politicamente corretta del mondo. Tutte le etnie e i loro costumi vengono rispettati e trattati anche troppo delicatamente. Ci sono tratti dell'italianità che ho notato da quando mi sono spostato negli USA. Per esempio per gli Italiani tutto si divide in bello o brutto, non c'è nessuna remora nel giudizio estetico. Qui a NYC se una cosa non ti piace devi stare attento... puoi rivolgere una critica ma deve essere ben motivata e rispettosa, anche se l'oggetto della critica non è presente al momento della conversazione".

Cinque dischi italiani da avere?

"Qualsiasi disco di Paolo Conte, Fabrizio De Andrè. Anche i Battisti e Battiato delle annate pop sono indimenticabili. Mi piacerebbe citare almeno una donna, ma a me Mina non piace. Non saprei... qualche suggerimento?"

L'avvento dell'era digitale ha enormemente semplificato le fasi di produzione e di promozione, ma questa rivoluzione non sembra avere avuto un grosso peso nell'influenzare la creatività dei musicisti.

"La creatività è nelle persone, non negli strumenti. Ci sono ancora inesplorati modi di suonare la chitarra acustica. Il 95% della musica prodotta è completamente derivativa. E` sempre stato così e sarà sempre così. Ma non facciamone una colpa: l'originalità senza grandi canzoni è piuttosto inutile. Una grande canzone ti tocca anche se è suonata solo con gli accordi base".Hai mai dato un'occhiata ai booklet dei dischi che hai in casa? Quasi ogni rock band ha un membro con un cognome italiano"Non c'è bisogno di dare un'occhiata alle note dei CD: posso dirti con certezza che il 30/40% dei musicisti con cui lavoro o ho lavorato ha almeno un genitore o nonno italiano".

* Studente del progetto Eusic. Una versione in inglese di questa intervista uscirà su www.i-italy.org, corredata di approfondimenti multimediali.